Parolin sul 7 ottobre e Gaza, “inaccettabile ridurre le persone a vittime collaterali”

Condividi l'articolo sui canali social

Il Segretario di Stato parla con i media vaticani nel secondo anniversario dell’attacco “disumano”
di Hamas contro Israele che ha scatenato la distruzione della Striscia: chiediamo la liberazione degli
ostaggi e di porre fine alla spirale di violenza. A Gaza conseguenze “disumane”, non basta che la
Comunità internazionale dica che è inaccettabile quanto avviene e poi permetta che avvenga. Mi
colpisce la partecipazione alle manifestazioni per la pace. L’antisemitismo è un cancro da estirpare.

Di Andrea Tornielli e Roberto Paglialonga

Sono passati due anni da quel giorno terribile, dall’attacco terroristico perpetrato da Hamas contro
Israele, e dall’inizio di quella che è diventata una vera e propria guerra che ha raso al suolo la Striscia
di Gaza. Ricordiamo quegli eventi e ciò che è accaduto dopo con il cardinale Segretario di Stato Pietro
Parolin.

Eminenza, stiamo entrando nel terzo anno dal tragico attacco del 7 ottobre. Come ricorda quel
momento e cosa ha significato, a suo avviso, per lo Stato di Israele e le comunità ebraiche nel
mondo?

Ripeto ciò che ho avuto modo di dire in quei giorni: l’attacco terroristico compiuto da Hamas e da
altre milizie contro migliaia di israeliani e di migranti residenti, molti dei quali civili, che stavano per
celebrare il giorno della Simchat Torah, a conclusione della settimana della festa di Sukkot, è stato
disumano ed è ingiustificabile. La brutale violenza perpetrata nei confronti di bambini, donne,
giovani, anziani, non può avere alcuna giustificazione. È stato un massacro indegno e – ripeto –
disumano. La Santa Sede ha espresso immediatamente la sua totale e ferma condanna, chiedendo
subito la liberazione degli ostaggi e manifestando vicinanza alle famiglie colpite durante l’attacco
terroristico. Abbiamo pregato e continuiamo a farlo, così come continuiamo a chiedere di porre fine
a questa spirale perversa di odio e di violenza che rischia di trascinarci in un abisso senza ritorno.

Che cosa si sente di dire alle famiglie degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas?

Sono purtroppo passati già due anni, alcuni di loro sono morti, altri sono stati rilasciati dopo lunghe
trattative. Mi colpiscono profondamente e mi addolorano le immagini di queste persone tenute
prigioniere nei tunnel e ridotte alla fame. Non possiamo né dobbiamo dimenticarci di loro. Ricordo
che Papa Francesco nell’ultimo anno e mezzo della sua vita ha rivolto ben 21 appelli pubblici
chiedendo il rilascio degli ostaggi e ha incontrato alcune delle loro famiglie. Il suo successore, Papa
Leone XIV, ha continuato a rivolgere questi appelli. Esprimo loro tutta la mia vicinanza, nella
preghiera quotidiana per le loro sofferenze, continuando ad assicurare tutta la nostra disponibilità a
fare ciò che è possibile perché possano riabbracciare i loro cari sani e salvi o ameno riavere i corpi
di chi è stato ucciso, perché siano degnamente sepolti.

Nel commemorare il primo anniversario dell’attacco del 7 ottobre Papa Francesco parlava di
“vergognosa incapacità della comunità internazionale e dei Paesi più potenti di far tacere le
armi e di mettere fine alla tragedia della guerra”. Cosa serve per la pace?

Oggi la situazione a Gaza è ancora più grave e tragica rispetto a un anno fa, dopo una guerra
devastante che ha mietuto decine di migliaia di morti. È necessario recuperare il senso della ragione,
abbandonare la logica cieca dell’odio e della vendetta, rifiutare la violenza come soluzione. È diritto
di chi è attaccato difendersi, ma anche la legittima difesa deve rispettare il parametro della
proporzionalità. Purtroppo, la guerra che ne è scaturita ha avuto conseguenze disastrose e disumane…
Mi colpisce e mi affligge il conteggio quotidiano dei morti in Palestina, decine, anzi a volte centinaia
al giorno, tantissimi bambini la cui unica colpa sembra essere quella di essere nati lì: rischiamo di
assuefarci a questa carneficina! Persone uccise mentre cercavano di raggiungere un tozzo di pane,
persone rimaste sepolte sotto le macerie delle loro case, persone bombardate negli ospedali, nelle
tendopoli, sfollati costretti a spostarsi da una parte all’altra di quel territorio angusto e
sovrappopolato… È inaccettabile e ingiustificabile ridurre le persone umane a mere “vittime
collaterali”.

Come possiamo giudicare gli episodi di antisemitismo aumentati in maniera importante in
diverse parti del mondo negli ultimi mesi?

Sono una triste e altrettanto ingiustificata conseguenza: viviamo di fake news, della semplificazione
della realtà. E ciò porta chi si alimenta di queste cose ad attribuire agli ebrei in quanto tali la
responsabilità per ciò che accade oggi a Gaza. Lo sappiamo che non è così: ci sono anche tante voci
di forte dissenso che si levano dal mondo ebraico contro la modalità con cui l’attuale governo
israeliano ha operato e sta operando a Gaza e nel resto della Palestina dove – non dimentichiamolo –
l’espansionismo spesso violento dei coloni vuole rendere impossibile la nascita di uno Stato
Palestinese. Vediamo la testimonianza pubblica dei familiari degli ostaggi. L’antisemitismo è un
cancro da combattere e da estirpare: c’è bisogno di uomini e donne di buona volontà, educatori che
aiutino a comprendere a soprattutto a distinguere… Non possiamo dimenticarci di quanto è accaduto
nel cuore dell’Europa con la Shoah, dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze perché questo
male non rialzi la testa. Dobbiamo al tempo stesso fare in modo che mai siano giustificati atti di
disumanità e di violazione del diritto umanitario: nessun ebreo deve essere attaccato o discriminato
in quanto ebreo, nessun palestinese per il fatto di essere tale deve essere attaccato o discriminato
perché – come purtroppo si sente dire – “potenziale terrorista”. La perversa catena dell’odio è
destinata a generare una spirale che non può portare nulla di buono. Spiace vedere che non si riesca
a imparare dalla storia, anche recente, che resta maestra di vita.

Lei ha parlato di una situazione insostenibile e ha fatto cenno ai tanti interessi in gioco che
impediscono la fine della guerra. Quali sono questi interessi?

Sembra evidente che la guerra perpetrata dall’esercito israeliano per sconfiggere i miliziani di Hamas
non tiene conto che ha davanti una popolazione per lo più inerme e ridotta allo stremo delle forze, in
un’area disseminata di case e di palazzi rasi al suolo: basta vedere le immagini aeree per rendersi
conto di che cosa sia Gaza oggi. Mi sembra altrettanto evidente che la comunità internazionale risulti
purtroppo impotente e che i Paesi in grado di influire veramente fino ad oggi non l’abbiano fatto per
fermare la carneficina in atto. Non posso che ripetere le parole chiarissime pronunciate in proposito il 20 luglio scorso da Papa Leone XIV: “Alla comunità internazionale rivolgo l’appello a osservare il
diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva,
di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione”. Parole che ancora
attendono di essere accolte e comprese.

Cosa può fare dunque la comunità internazionale?

Certamente può fare molto di più rispetto a ciò che sta facendo. Non basta dire che è inaccettabile
quanto avviene e poi continuare a permettere che avvenga. C’è da porsi delle serie domande sulla
liceità, ad esempio, del continuare a fornire armi che vengono usate a discapito della popolazione
civile. Purtroppo, lo abbiamo visto, finora le Nazioni Unite non sono state in grado di fermare quanto
sta accadendo. Ma ci sono attori internazionali che sarebbero invece in grado di influire
maggiormente per porre fine a questa tragedia e occorre trovare una strada per dare alle Nazioni Unite
un ruolo più efficace nel porre fine alle tante guerre fratricide in corso nel mondo.

Che cosa pensa del piano presentato dal Presidente Trump per arrivare alla tregua e alla fine
della guerra?

Qualunque piano che coinvolga il popolo palestinese nelle decisioni sul proprio futuro e permetta di
finire questa strage, liberando gli ostaggi e fermando l’uccisione quotidiana di centinaia di persone,
è da accogliere e sostenere. Anche il Santo Padre ha auspicato che le parti accettino e che si possa
finalmente incominciare un percorso di pace.

Come giudicare le prese di posizione delle società civili che si stanno esprimendo, anche in
Israele, contro le politiche di guerra del governo israeliano e in favore della pace?

Anche se a volte queste iniziative, a causa delle violenze di pochi facinorosi, rischiano di far passare
a livello mediatico un messaggio sbagliato, mi colpisce positivamente la partecipazione alle
manifestazioni, e l’impegno di tanti giovani. È il segno che non siamo condannati all’indifferenza.
Dobbiamo prendere sul serio quel desiderio di pace, quel desiderio di impegno… Ne va del nostro
futuro, ne va del futuro del nostro mondo.

C’è chi sostiene, anche nella Chiesa, che di fronte a tutto ciò bisogna innanzitutto pregare, non
scendere in piazza per non fare il gioco dei violenti…

Sono un battezzato, sono un credente, sono un prete: per me la preghiera incessante davanti a Dio
perché ci assista, ci aiuti e intervenga per porre fine a tutto ciò sostenendo gli sforzi delle donne e
degli uomini di buona volontà è essenziale, quotidiana, fondamentale. Papa Leone ci ha invitato
ancora una volta a recitare un Rosario per la pace l’11 ottobre. Ma vorrei anche ricordare che la fede
cristiana o è incarnata o non è… Siamo seguaci di un Dio che si è fatto Uomo assumendo la nostra
umanità e ci ha testimoniato che non possiamo essere indifferenti rispetto a ciò che accade intorno a
noi e anche lontano da noi. Per questo la preghiera non sarà mai abbastanza, ma non sarà neanche
mai abbastanza l’impegno concreto, la mobilitazione delle coscienze, le iniziative di pace, la
sensibilizzazione, anche a costo di apparire “fuori dal mondo”, anche a costo di rischiare: c’è una
maggioranza silenziosa – composta anche da tanti giovani – che non si arrende a questa disumanità.
Anche loro sono chiamati a pregare. Pensare che il nostro ruolo, come cristiani, sia quello di
rinchiuderci nelle sacrestie, lo trovo profondamente sbagliato. La preghiera chiama anche ad un
impegno, a una testimonianza, a scelte concrete.

Papa Leone non si stanca di chiedere la pace. Cosa può fare la Santa Sede in questa situazione?
Quale può essere il contributo suo e di tutta la Chiesa?

La Santa Sede, talvolta incompresa, continua a chiedere pace, a invitare al dialogo, a usare le parole
“negoziato” e “trattativa” e lo fa sulla base di un profondo realismo: l’alternativa alla diplomazia è la
guerra perenne, è l’abisso dell’odio e dell’autodistruzione del mondo. Dobbiamo gridare con forza:
fermiamoci prima che sia troppo tardi. E dobbiamo agire, fare tutto il possibile perché non sia troppo
tardi. Tutto il possibile.

Perché è importante il riconoscimento dello Stato di Palestina in questa fase?

La Santa Sede ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina dieci anni fa, con l’Accordo Globale
tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina. Il Preambolo di quell’accordo internazionale supporta
pienamente una risoluzione giusta, comprensiva e pacifica della questione della Palestina, in tutti i
suoi aspetti, in conformità al diritto internazionale e a tutte le pertinenti risoluzioni dell’ONU. Al
contempo, sostiene uno Stato di Palestina che sia indipendente, sovrano, democratico e praticabile,
inclusivo della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza. Il medesimo accordo individua questo
Stato non in opposizione ad altri, ma capace di vivere fianco a fianco dei suoi vicini, in pace e in
sicurezza. Guardiamo con soddisfazione al fatto che diversi Paesi del mondo abbiano riconosciuto lo
Stato di Palestina. Ma non possiamo non notare con preoccupazione che le dichiarazioni e le decisioni
israeliane vanno in una direzione opposta e, cioè, intendono impedire per sempre la possibile nascita
di un vero e proprio Stato palestinese. Questa soluzione – la nascita di uno Stato palestinese – dopo
quanto avvenuto negli ultimi due anni mi sembra ancora di più valida. È la via, quella dei due popoli in due Stati, che la Santa Sede ha perseguito fin dall’inizio. Le sorti dei due popoli e dei due Stati
sono interconnesse.

Come sta la comunità cristiana sul terreno, dopo il duro attacco alla Sacra Famiglia, e perché
il suo ruolo nello scenario mediorientale è importante?

I cristiani di Gaza, come abbiamo visto, sono stati anch’essi sotto attacco… Mi commuove pensare a
queste persone che sono determinate a restare e che quotidianamente pregano per la pace e per le
vittime. È una situazione sempre più precaria. Cerchiamo di essere loro vicini in tutti i modi, grazie
alle attività del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Caritas, ringraziamo i governi e tutte le
istituzioni che si impegnano per far arrivare aiuti e per permettere ai feriti gravi di essere soccorsi. Il
ruolo dei cristiani in Medio Oriente è stato e rimane fondamentale, anche se il loro numero si
assottiglia. Vorrei ricordare che essi partecipano in tutto e per tutto alle vicende del loro martoriato
popolo palestinese, del quale condividono le sofferenze.

[Fonte: Sala Stampa della Santa Sede; Foto: Vatican News]