Africa ostaggio di conflitti e negazione dei diritti civili

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Lo conferma il nuovo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Riflettori puntati sul conflitto in Sudan, i rapporti tra Italia e Libia, lo stupro come arma di guerra e la violenza di genere. Il servizio di Rocco Bellantone per Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani.

Un continente disseminato di conflitti, con uccisioni illegali, minoranze perseguitate, diritti negati, repressione del dissenso e violenze di genere. È la fotografia dell’Africa scattata nell’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, presentato il 21 aprile a Roma.

Sono 144 gli stati monitorati dalla ONG secondo cui il 2025 è stato un anno segnato da un’offensiva contro il multilateralismo e le fondamenta del diritto internazionale, perpetrata da una cerchia di potenze e gruppi di interesse: gli Stati Uniti di Donald Trump in testa, Israele, la Russia e le potenze del Golfo, con quest’ultime che proprio in Africa armano milizie fomentando conflitti di varia intensità, dalla Libia al Sudan.  

Il conflitto in Sudan

Sulla situazione del conflitto in Sudan, che prosegue ininterrottamente da oltre tre anni e che secondo fonti locali e della diaspora avrebbe causato finora circa 200mila vittime, si è concentrato l’intervento del portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury. «In Sudan sono stati commessi i più gravi crimini di diritto internazionale: crimini contro l’umanità e crimini di guerra, soprattutto negli stati del Kordofan e del Darfur Settentrionale» ha spiegato.

A El Fasher, capitale del Darfur Settentrionale, l’ONU ha denunciato “i tratti distintivi del genocidio” dopo che, nell’ottobre 2025, la città è finita sotto il controllo delle Forze di supporto rapido (RSF), equipaggiate con armamenti di fabbricazione cinese proprio dagli Emirati Arabi Uniti.

Amnesty segnala che a El Fasher sono stati accertati 1.294 casi di stupro, nell’82 per cento dei casi ad opera delle RSF.

A rendere ancora più tragica la condizione in cui versano donne e minori è stato lo smantellamento deciso dall’amministrazione Trump di USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, uno dei pochi soggetti che era ancora in grado di prestare soccorso ai civili in quella che è una delle aree più martoriate del Sudan. 

Lo stupro come arma di guerra

In Sudan come nei tanti altri teatri di guerra sparsi per il continente – dalla Repubblica democratica del Congo al Burkina Faso, e poi Camerun, Mali, Mozambico, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Somalia e Sud Sudan – lo stupro viene utilizzato come arma da chi combatte.

In Repubblica Centrafricana, la Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite (MINUSCA) ha registrato, nei primi nove mesi del 2025, 295 casi, commessi tanto da membri del gruppo armato 3R (Retour, Réclamation, Réhabilitation), quanto da soldati regolari.

Sempre in Sudan, la Missione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite per il Sudan (Fact-Finding Mission) ha documentato che le SAF, le forze armate sudanesi, hanno commesso a loro volta violenze sessuali negli stati del Nilo Bianco, Nilo Azzurro, Khartoum e nello stato Settentrionale.

Completamente fuori controllo resta la situazione nella parte orientale della Repubblica democratica del Congo dove, secondo l’ONU, gli stupri sono stati più di 81mila (+31,5% rispetto al 2024), commessi indistintamente da miliziani dell’M23, soldati dell’esercito congolese e membri della coalizione Wazalendo.

Gli accordi tra Italia e Libia

Altro paese tra i più menzionati in negativo nel rapporto è la Libia. Qui, come in Egitto, sono state migliaia le persone detenute in modo arbitrario. Di queste non si conosce il numero dei maltrattati e dei torturati, né quello di chi è stato fatto sparire.

Nel report di Amnesty si legge che nel 2025 la guardia costiera libica, supportata dall’UE nella Libia occidentale, e le Forze navali speciali libiche, affiliate alla LAAF (Libyan Arab Armed Forces) e al gruppo armato Tariq Ben Zeyad nella Libia orientale, hanno intercettato in mare e riportato in Libia oltre 25mila persone, un numero in aumento rispetto al 2024.

Sui rapporti tra chi si spartisce il potere in questo paese lucrando sulla pelle di migliaia di migranti e il governo italiano è intervenuta Ilaria Masinara, responsabile ufficio campagne e ricerche di Amnesty Italia.

Masinara ha ricordato il caso di Osama Njeem Almasri, accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra ma non consegnato dal nostro paese alla Corte penale internazionale, e il rinnovo nel novembre scorso del memorandum d’intesa con la Libia, «nonostante le prove di diffuse e gravi violazioni dei diritti umani, la perdurante incapacità delle autorità libiche di garantire operazioni di ricerca e soccorso in linea con il diritto internazionale, gli attacchi diretti contro navi di soccorso di ONG in acque internazionali».

Collaborazione che, in parallelo, è stata portata avanti dal nostro governo anche con la Guardia costiera tunisina.

Diritti calpestati

In Africa continua a esserci un numero altissimo di paesi in cui i diritti civili basilari vengono quotidianamente violati da governi che usano la forza per mantenersi al potere. Tra i casi più eclatanti citati da Amnesty c’è quello dell’attivista tanzaniana Maria Sarungi Tsehai, per ore rapita, maltrattata e intimidita a Nairobi.

Sorte simile è toccata alla difensora dei diritti umani ugandese Agather Atuhaire e all’attivista kenyano Boniface Mwangi, arrestati da agenti di sicurezza a Dar es Salaam, in Tanzania, e agli attivisti per i diritti umani kenyani Bob Njagi e Nicholas Oyoo a Kampala.

Nel mirino dei governi continuano a finire gli organi di stampa indipendenti, così come Internet e i social network che vengono “spenti” dai governi quando il clima sociale si riscalda. Sono tanti i paesi in cui non si può esprimere liberamente il proprio pensiero né, tantomeno, riunirsi in associazioni, iscriversi a sindacati o collaboratore con ONG.

In Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana e Niger questi soggetti sono stati sciolti o è stato vietato loro di svolgere le proprie attività. In altri stati i governi hanno ulteriormente alzato il tiro sospendendo o intimidendo attraverso azioni repressive o legislative i partiti di opposizione: è accaduto in GuineaMali, Uganda, Burkina Faso, Etiopia e Zimbabwe.

Crisi climatica e inquinamento

Oltre che a soffrire fame, malnutrizione, patire l’impossibilità di accedere all’istruzione, ai servizi medici essenziali e a quelli igienici di base, milioni di africani subiscono gli effetti sempre più devastanti della crisi climatica.

In paesi come la Somalia, il Madagascar e la Namibia i prolungati periodi di siccità stanno minacciando ancora di più il diritto al cibo e all’acqua, contribuendo allo sfollamento interno e transfrontaliero e danneggiando l’agricoltura. Il Sudafrica, specie nelle province del KwaZulu-Natal e del Capo Orientale e Occidentale, è stato colpito da alluvioni estreme.

Dove non è la crisi climatica a colpire, a farlo sono gli interessi delle multinazionali energetiche favoriti dai governi locali. È il caso, tra i tanti, della Rd Congo il cui governo ha concesso permessi di esplorazione petrolifera all’interno del parco nazionale di Conkouati-Douli, e dello Zambia, dove 176 residenti della città di Chambishi, nella provincia del Copperbelt, hanno citato in giudizio la compagnia mineraria Sino-Metals Leach Ltd dopo il crollo di una diga che nel febbraio 2025 ha provocato il rilascio di rifiuti tossici nei fiumi Mwambashi e Kafue.

Violenza di genere

La violenza di genere può apparire, infine, come una dimensione “distante” dai problemi umanitari e sociali con cui le popolazioni dei paesi africani devono fare i conti ogni giorno. Eppure gli episodi connessi al fenomeno sono sempre di più anche nel continente.

In Kenya tra gennaio e marzo 2025 sono stati registrati 129 femminicidi. In Sudafrica il governo ha dichiarato i livelli di violenza di genere una calamità nazionale. In Costa d’Avorio e Zambia ci sono state proteste per chiedere un intervento urgente da parte delle autorità.

Altamente esposta a violenze e discriminazioni è anche la comunità LGBT+. La storia di Muhsin Hendricks, primo imam apertamente gay ucciso a Bethelsdorp in Sudafrica mentre si recava a officiare due matrimoni, testimonia i passi avanti che il continente africano è chiamato a compiere anche su questo fronte.

Leggi il rapporto sull’Africa subsahariana 

Leggi il rapporto su Medioriente e Nordafrica 

[Fonte: Nigrizia; Foto: Lara Jameson/Pexels]