
Etiopia-Eritrea: venti di guerra sempre più forti

Eserciti schierati lungo i confini lasciano presagire un imminente nuovo conflitto che rischia di estendersi all’intera regione, mentre si moltiplicano gli appelli per interventi che favoriscano una de-escalation. Le radici delle tensioni tra i due paesi. Il servizio di Bruna Sironi per Nigrizia.
Le informazioni e le immagini che arrivano in questi giorni dai confini tra l’Etiopia e l’Eritrea, in particolare quelli che corrono in corrispondenza del Tigray, mostrano spostamenti di truppe e rinforzo delle linee di difesa. Evidentemente in attesa, o in previsione, di una prossima azione militare, dicono gli osservatori.
“…la logistica mente raramente e gli eserciti non si spostano attraversando mezzo paese senza ragione…”, scriveva il 17 febbraio il Sahan – Ethiopia cable, numero 319 dal titolo: “Reading Ethiopia’s War Signals” (Leggere i segnali di guerra dell’Etiopia). Sahan è un autorevole centro studi e di advocacy con sede a Nairobi, specializzato in governance, politica e sicurezza nel Corno d’Africa e nell’osservazione dell’evoluzione dei paesi della regione, Somalia ed Etiopia in particolare.
Incomprensioni e risentimenti: quattro i punti chiave
Negli ultimi giorni ha dato diversi contributi all’analisi della situazione, che si fa sempre più tesa. Anche il numero 318 di Ethiopia cable – “Ethiopia and Eritrea’s Endless Struggle” (La lotta senza fine tra l’Etiopia e l’Eritrea) – è dedicato a percorrere la storia delle relazioni tra i due paesi per cercare di capire da dove nasce l’acrimonia tra di loro.
Nel testo sono elencati quattro momenti cruciali in cui non sono stati chiariti i rapporti e le aspettative reciproche: dopo l’indipendenza dell’Eritrea, dopo la fine della guerra per il confine nel 2000, dopo la pace nel 2018 e dopo l’accordo di Pretoria per la fine della guerra in Tigray, nel 2022.
Incomprensioni e risentimenti che si sommano e che giocano un ruolo anche in questi giorni così delicati per il futuro dei due paesi e per la stabilità dell’intera regione.
Dopo l’indipendenza non sono mai stati definiti i confini, e quando le relazioni economiche sono andate in crisi per l’introduzione della moneta eritrea e delle tasse per i beni etiopici importati attraverso i porti eritrei, il casus belli era già pronto: la sovranità sul villaggio conteso di Badme.
Nel dicembre del 2000, l’accordo firmato ad Algeri metteva fine alle ostilità iniziate nel maggio del 1998, ma non chiariva molti punti controversi. Di quelli si è servita l’Etiopia per non dar seguito alla deliberazione della Commissione internazionale sui confini che nel 2002 assegnava la sovranità di Badme all’Eritrea.
Questo ha causato il progressivo irrigidimento di Asmara sia nei rapporti diplomatici che nella gestione degli affari interni. La repressione del dissenso, la militarizzazione del paese, lo sviluppo economico rigidamente controllato dal governo, iniziati durante il conflitto, e forse già nel programma della leadership, sono diventati la normalità politica di un paese che si è percepito come vittima di un’ingiustizia.
Negli anni successivi l’Etiopia ha fatto di tutto per limitare l’influenza eritrea nella regione e per affermare il suo ruolo di paese egemone. Contemporaneamente l’Eritrea assumeva quello di “paese canaglia” sostenendo le opposizioni armate e i gruppi terroristici – come al-Shabaab – nei paesi vicini, mettendo così perennemente a rischio la stabilità regionale.
Il nodo del Tigray
La pace del 2018, voluta da Abiy Ahmed, nuovo primo ministro ad Addis Abeba dopo aver rotto l’egemonia politica tigrina, non ha funzionato come normalizzazione delle relazioni tra i due paesi.
Piuttosto ad Asmara è stata vista come occasione per una resa dei conti nei confronti dei tigrini, considerati come i nemici a cui far pagare il proprio isolamento e la crisi del paese, e ad Addis Abeba come occasione per ridisegnare le posizioni di potere interne.
I due interessi convergenti hanno portato al conflitto del Tigray, in cui l’esercito eritreo ha dato manforte a quello nazionale etiopico. Un conflitto – caratterizzato da crimini di guerra gravissimi da parte di entrambi gli alleati – che ora rischia di riaccendersi.
L’accordo di Pretoria, raggiunto nel novembre del 2022, ha messo fine ai combattimenti nel Tigray, ma non è mai stato accettato dall’Eritrea, il cui esercito non si è mai ritirato da parte del territorio occupato durante il conflitto, e non è servito al governo di Addis Abeba a riprendere il controllo del paese, dove intanto le rivolte regionali si erano moltiplicate.
Mire etiopiche su Assab
In questo clima caratterizzato da dissapori e incomprensioni che si sono sommati nel corso dei decenni, crescono di giorno in giorno i timori per una nuova guerra tra i due paesi, che condividono un confine lungo un migliaio di chilometri. Timori fomentati da nuove accuse reciproche e da dichiarazioni a dir poco sorprendenti.
Negli ultimi anni Abiy ha più volte affermato che allo sviluppo del suo paese serve uno sbocco al mare, e il più naturale sarebbe il porto eritreo di Assab, che potrebbe pensare di prendere ad ogni costo. Una dichiarazione ritenuta ovviamente inaccettabile e provocatoria dall’Eritrea, incolpata intanto di sostenere le ribellioni che infiammano diverse zone dell’Etiopia. Particolarmente sotto accusa i legami con le milizie FANO, che operano nella regione Amhara.
In questo momento il Corno d’Africa è “una polveriera” dice un briefing del Crisis Group. E raccomanda l’intervento di governi influenti nella regione per far scendere la tensione.
La rete di interessi e alleanze esterne e il caso Sudan
Ma quali? Nel briefing stesso si descrive l’intreccio degli interessi e delle alleanze che non fanno sperare nella facilitazione di un dialogo; piuttosto fanno pensare allo sfruttamento a proprio vantaggio di un eventuale conflitto.
Per quanto riguarda il Sudan lacerato dalla guerra tra la giunta militare, che funge da governo del paese, e le milizie Forze di supporto rapido (RSF), Addis Abeba e Asmara si collocano nei due campi avversi.
L’Etiopia sostiene le RSF, in forza della vicinanza di entrambi con gli Emirati Arabi Uniti e per la tensione con Khartoum a causa della gestione delle acque del Nilo, in seguito alla messa in funzione della Grande diga della rinascita etiopica (GERD). L’Eritrea, invece, ha legami con la giunta militare sudanese con cui condivide anche una stretta alleanza con l’Egitto, in funzione anti-etiopica. Egitto e Sudan hanno in comune, infatti, il contenzioso con l’Etiopia per la gestione delle acque del Nilo.
Rivalità tra i paesi del Golfo
Nella regione si fa sentire, inoltre, la rivalità tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, e rispettivi alleati, come il caso della Turchia che cerca di rafforzare l’asse con Riad e il Cairo per arginare la crescente influenza di Abu Dhabi e Tel Aviv nella regione.
L’Eritrea in questo momento è molto vicina all’Arabia Saudita che ha programmato investimenti importanti nel paese, anche per l’ammodernamento del porto di Assab. Ma non ha disdegnato nel recente passato aiuti e investimenti emiratini.
Il paese è infatti particolarmente corteggiato a causa degli oltre 1.200 chilometri di costa sul mar Rosso, in una posizione strategica di grande importanza geostrategica.
Anche l’interesse emiratino si è concentrato proprio nella zona di Assab, dove, all’inizio della guerra in Yemen, ha stipulato un contratto d’affitto trentennale per una vasta area nelle vicinanze del porto.
Immagini satellitari dimostrerebbero che vi hanno costruito una base per il movimento di navi e aerei militari e, si dice, anche per la detenzione di prigionieri. Dopo il ritiro degli Emirati dalla guerra in Yemen la base potrebbe essere stata in parte smantellata, ma il contratto di affitto resta valido e potrebbe essere fatto valere per altre operazioni nella zona.
Appelli per una de-escaltion
Il briefing del Crisis Group ammette che, nel contesto descritto, potrebbe essere difficile intervenire per una de-escalation della tensione. Tuttavia sollecita l’intervento degli attori della comunità internazionale perché dicano chiaramente che le pretese di Addis Abeba sul porto di Assab non sono ricevibili e perché convincano Asmara a smettere di fomentare instabilità in Etiopia.
Invita anche a considerare l’importanza per l’Etiopia di accedere al mare. Ma, dice, la questione potrebbe essere risolta attraverso trattati con i paesi costieri della regione.
Secondo Yohannes Gedamu – professore di scienze politiche al College Georgia Gwinnet, negli Stati Uniti – che ha pubblicato un contributo sul quotidiano kenyano Daily Nation, dovrebbe essere l’Unione Africana ad invitare i due paesi ad un tavolo negoziale, prima che sia troppo tardi. Ma per ora le indicazioni che qualcosa si stia movendo in questa direzione sono davvero troppo deboli.
[Fonte e Foto: Nigrizia]



