Il Ciad lascia la Corte penale internazionale tra pressioni USA e i crimini in Darfur

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Secondo N’Djamena la CPI non è stata efficace e ha colpito troppo duramente l’Africa per ragioni politiche. Sullo sfondo una chiamata di Washington e i timori di vedere affiorare presunte responsabilità nelle violenze del conflitto sudanese. Il servizio di Brando Ricci per Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani.

Il Ciad ha comunicato in settimana la decisione di volersi ritirare dallo Statuto di Roma, e quindi di uscire dalla Corte penale internazionale dell’Aia (CPI) di cui lo Statuto è la carta fondante.

Sullo sfondo c’è la campagna degli Stati Uniti contro questo organo di giustizia internazionale, ma anche i timori che si possa indagare sul ruolo di N’Djamena nel vicino conflitto in Sudan, uno delle guerre più violente e delle crisi umanitarie più gravi del pianeta.

In filigrana, si intravede il rischio che la manovra dell’amministrazione Donald Trump contro il tribunale diventi un assist perfetto per favorire l’impunità in alcuni degli scenari più delicati e drammatici del pianeta.

Addio 

Occorre andare per gradi. L’annuncio del ritiro dallo Statuto di Roma da parte del Ciad è arrivato tramite un comunicato del ministero degli Esteri.

Nel testo si afferma che la decisione è stata inviata al Segretario generale dell’ONU, depositario del documento, e che la procedura è in linea con quanto stabilito dall’articolo 127 della carta fondante della Corte, che disciplina le modalità di ritiro dall’organo.

Nella nota si sostiene che il provvedimento è il frutto di una “approfondita valutazione del funzionamento della Corte penale internazionale”, il cui bilancio “rimane al di sotto delle aspettative che ne hanno determinato la creazione”.

Sempre secondo l’articolo 127 a cui si è rifatto lo stesso Ciad, l’uscita dallo Statuto di Roma diventa effettivo un anno dopo la ricezione ufficiale della notifica. La CPI inoltre, ha comunque mandato a indagare sul paese e a esigere la sua cooperazione fino a che il recesso non diviene effettivo. 

La Carta fondativa del Tribunale di base all’Aia è stato approvata nel 1998 ed è entrata in vigore nel 2002. La Corte è l’unica giurisdizione internazionale permanente che può giudicare gli individui responsabili dei più gravi crimini di rilevanza internazionale, principalmente quattro: crimini contro l’umanità, di guerra, di aggressione e di genocidio.

La CPI non va poi confusa con la Corte internazionale di giustizia, che è parte della struttura dell’ONU e che si occupa di dirimere i conflitti tra gli stati.

Un organo “afrocentrico”?

Nel suo comunicato, il governo ciadiano ha inoltre accusato la Corte di ”una significativa concentrazione delle sue indagini sui paesi africani”. Nel testo si afferma che la stragrande maggioranza delle inchieste condotte finora si svolgono o si sono svolte in Africa e che sei delle sette persone attualmente in custodia all’Aia provengono da paesi africani.

Tutti elementi questi, che giustificherebbero la percezione diffusa nel continente secondo cui la CPI sarebbe orientata in modo particolare verso l’Africa a causa di una manipolazione politica.

Il governo ciadiano ha quindi invitato l’Unione Africana ad accelerare la messa in funzione dei meccanismi giudiziari africani per costruire un sistema giudiziario continentale che sia “più equo, più equilibrato, più credibile e più efficace”, nel rispetto delle sovranità nazionali.

Un dibattito antico

Le accuse mosse dal paese saheliano non sono nuove e appaiono in linea con quanto già denunciato nei mesi scorsi da Mali, Burkina Faso e Niger, che pure hanno annunciato la loro decisione di ritirarsi dallo Statuto di Roma lo scorso giugno.

Diversi analisti hanno evidenziato come le accuse di un’eccessiva attenzione verso l’Africa da parte della CPI abbiano un fondamento di verità, facilmente riscontrabile nei numeri: dieci delle 15 indagini aperte in tutto dalla CPI nella sua storia sono concentrate nel continente.

La fotografia proposta dai paesi saheliani risulta però parziale. Dopo un iniziale focus sull’Africa, tutte le indagini lanciate negli ultimi 10 anni eccetto una (Burundi, 2017) hanno puntato l’attenzione su fatti avvenuti fuori dal continente.

Per la prima volta, l’anno scorso la CPI ha anche emesso dei mandati di cattura verso figure non africane. Tra questi anche il primo ministro e l’ex ministro della Difesa israeliani, Benjamin Netanyahu e Yoaf Gallant.

La campagna di Washington

Perché annunciare l’addio alla CPI proprio adesso allora? Una ragione potrebbe essere il colloquio telefonico che si è svolto la settimana scorsa tra il ministro degli Esteri ciadiano, Abdoulaye Sabre Fadoul, e il sottosegretario di Stato USA per gli Affari Africani, Frank W. Garcia Jr.

Nel corso della telefonata, si apprende da una nota del governo di N’Djamena, gli USA hanno chiesto al Ciad di riconsiderare la sua adesione allo Statuto di Roma. Fadoul, dal canto suo, ha comunicato che la richiesta sarebbe stata “esaminata dalle autorità competenti”.

La conversazione si è tenuta lo scorso 23 luglio. Il 27 luglio N’Djamena ha reso nota la sua intenzione di abbandonare la CPI. Una congiuntura di date sufficiente a ipotizzare che il peso della richiesta Usa abbia giocato un ruolo decisivo.

La sollecitazione del Segretario di stato agli Affari africani è parte di una più ampia politica contro la CPI promossa dal governo del presidente Donald Trump. Il capo dello stato era entrato in attrito con la Corte anche durante il suo primo mandato (2017-2021). 

Gli attacchi alla CPI vanno poi collocati in un più ampia manovra di delegittimazione politica o di ritiro economico verso i principali organismi multilaterali. 

Le decisioni in merito a Israele della CPI hanno acuito l’ostilità Usa nei confronti dell’ente di giustizia internazionale. L’anno scorso la Casa Bianca ha anche imposto sanzioni sul procuratore capo Karim Khan, poi deposto la settimana scorsa sulla base di accuse di molestie sessuali.

A inizio di questo mese infine, il Segretario di stato Marco Rubio ha annunciato una campagna che mira a “smantellare” il pericolo rappresentato dalla CPI per la sovranità degli USA. Tra i passi previsti, anche l’esplicita richiesta ad altri governi di uscire dallo Statuto di Roma. 

Una questione di sicurezza

Appare lecito chiedersi cosa possano ottenere in cambio questi paesi. Enrica Picco, analista dell’International Crisis Group specialista di Ciad, ragiona con Nigrizia ampliando la prospettiva. “Mantenersi in buoni rapporti con gli USA è fondamentale per il Ciad in questo momento”, afferma l’esperta.

“Washington è il principale finanziatore della missione multiforze di sicurezza in corso ad Haiti sotto l’egida dell’ONU, in cui N’Djamena è adesso il paese più importante come presenza, con un significativo ritorno economico”. L’iniziativa è stata lanciata nel 2024 per contrastare l’ascesa dei gruppi criminali attivi nel paese caraibico.

Lo scorso anno il governo del presidente Mahamat Déby si è impegnato a schierare ad Haiti circa 1.500 uomini nell’ambito di questo contingente.

Picco prosegue, guardando anche alle logiche di sicurezza regionali. “Gli USA di Trump sono anche molto attivi nel contrasto a Boko Haram, in Nigeria, ed è possibile che il Ciad possa richiedere una collaborazione nell’arginare queste milizie nella zona del Lago Ciad, dove gli attacchi stanno aumentando”.

Nel maggio scorso, l’esecutivo ciadiano si è spinto a dichiarare 20 giorni di stato di emergenza dopo che un attacco del gruppo armato di ispirazione jihadista aveva provocato la morte di oltre 20 militari locali.

Il dossier sudanese

Guardare ai rapporti con gli USA rischia però di non esaurire la questione. E anzi di lasciare fuori uno degli elementi più importanti, ovvero quello che sta succedendo in Darfur nell’ambito della guerra scoppiata in Sudan nell’aprile 2023.

La CPI ha giurisdizione sulle violenze nella regione del Sudan occidentale fin dal 2005. Nell’ambito di questo mandato, la Corte ha anche emesso un ordine di cattura internazionale verso l’ex presidente sudanese Omar el-Bashir (1989-2019), che le autorità sudanesi si sono sempre rifiutate di eseguire.

Nel dicembre scorso, la CPI ha condannato a 20 anni di carcere per crimini di guerra e contro l’umanità Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, noto anche come Ali Kushayb, per fatti avvenuti tra il 2003 e il 2004.

Al Kushayb era un comandante delle milizie janjaweed, gruppi armati che nei primi anni 2000 si sono macchiati in Darfur di crimini come il genocidio e che sono di fatto i progenitori delle RSF che stanno combattendo l’attuale guerra sudanese.

È sempre in base a questo stesso mandato che la CPI sta ora indagando sulle violenze commesse nel contesto dell’attuale conflitto, e in modo particolare durante gli attacchi in Darfur occidentale, nel 2023, e l’assedio e la presa di El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, tra l’anno scorso e l’ottobre 2025. 

Il legame tra il conflitto sudanese e la decisione ciadiana di lasciare lo Statuto di Roma è evidente per Pyrrhus Banadji Boguel, avvocato e attivista per i diritti umani ciadiano ascoltato da Nigrizia.

L’esperto mette subito in evidenza un repentino cambio di atteggiamento da parte delle autorità ciadiane su questo tema. “L’annuncio del ritiro dallo Statuto di Roma – osserva – segue di sole poche settimane una visita in Ciad della vice procuratrice della CPI, Nazhat Shameem Khan, che tra il 3 e l’8 luglio scorsi si è recata a N’Djamena e nell’est del paese nell’ambito delle indagini condotte dalla Corte sui presunti crimini internazionali commessi nel Darfur”.

Al termine della missione, Khan ha annunciato “importanti passi in avanti” nelle indagini, evidenziando inoltre che le prove acquisite finora “rafforzano la convinzione” che crimini di guerra e contro l’umanità siano stati compiuti a El Fasher e Geneina, capoluogo del Darfur occidentale.

La vice procuratrice ha però anche ringraziato le autorità di N’Djamena per “l’eccellente assistenza fornita” dal governo ciadiano. Un dato che torna in molte analisi sul rapporto tra N’Djamena e la CPI, che finora è sempre apparso orientato alla massima collaborazione.

“La sequenza temporale della missione della CPI e dell’uscita del Ciad – prosegue l’attivista – va osservata con ancora maggiore attenzione dal momento che nei mesi scorsi, una ong sudanese, Priority Peace Sudan, ha presentato una denuncia alla Corte in cui si chiamano in causa diversi alti funzionari ciadiani.

Secondo questa denuncia, il presidente del Ciad, diversi generali vicini al potere e un influente consigliere speciale incaricato del dossier sulle RSF presso gli Emirati Arabi Uniti avrebbero svolto un ruolo in un presunto sostegno alle milizie sudanesi”.

Il riferimento è a una segnalazione che l’organizzazione sudanese ha depositato presso la Corte lo scorso dicembre tramite uno studio di avvocati di base a Parigi, William Bourdon e associati, noto per essersi già occupato di Africa e in particolare di Ciad.

Nigrizia non è riuscita a ottenere informazioni sulla ong sudanese né è potuta risalire al testo originale della denuncia.

Le ambiguità nel conflitto 

Stando a quanto riportano diversi media internazionali, nel testo si rilanciano le inchieste e le accuse che si susseguono fin dall’inizio della guerra: il Ciad starebbe servendo come snodo cruciale in un traffico di armi e uomini che parte dagli Emirati Arabi Uniti per arrivare alle RSF, per altro aggirando un embargo internazionale imposto dall’ONU sul Darfur.

N’Djamena ha sempre negato di aver svolto questo ruolo nel conflitto, così come Abu Dhabi ha sempre respinto al mittente i report e le inchieste secondo cui sarebbe il principale sostenitore delle RSF.

L’anno scorso le forze armate sudanesi (SAF) che stanno combattendo contro la milizia hanno rilanciato le accuse e sono arrivate a minacciare attacchi diretti contro gli aeroporti ciadiani di Amdjarass e N’Djamena in risposta al comportamento del governo loro vicino.

Tra gennaio e marzo scorsi alcune incursioni di gruppi armati dal Sudan hanno provocato la morte di decine di persone nei pressi di Tina, principale valico di frontiera col Ciad nonché punto di ingresso nel paese per le centinaia di migliaia di rifugiati che vi si sono recati dall’inizio delle ostilità (quasi un milione stando a dati ONU).

Gli attacchi sono stati attribuiti alle RSF però. Una circostanza questa, che complica la lettura del ruolo del governo ciadiano nel conflitto.

Uno dei nodi più spinosi è poi rappresentato dalla partecipazione nelle ostilità di appartenenti alla comunità zaghawa, vicina alla cerchia di potere di Déby. Era uno zaghawa anche Idriss Déby, il padre dell’attuale capo di stato e il suo predecessore alla guida del paese, dove era rimasto per 30 anni tra il 1991 e il 2021.

Nonostante questa vicinanza col potere a N’Djamena, comunque molto altalenante e complessa, la maggior parte degli zaghawa starebbe combattendo contro l’RSF.

Una matassa intricata, che la decisione del Ciad di uscire dallo Statuto di Roma potrebbe lasciare nell’incertezza. Secondo l’avvocato Boguel, “in uno stato di diritto, la trasparenza e la cooperazione con la giustizia internazionale costituiscono spesso i mezzi più efficaci per dissipare i dubbi.

Al contrario, qualsiasi decisione che possa essere interpretata come un disimpegno da questa cooperazione espone inevitabilmente il potere a interrogativi politici, che siano fondati o meno.

“Più che mai – prosegue l’esperto – , la trasparenza, la cooperazione e la ricerca della verità rimangono le uniche risposte capaci di chiarire le zone d’ombra che circondano il conflitto del Darfur”.

Alcuni punti fermi

Resta però un fatto, contro cui il governo ciadiano, al momento, può fare ben poco. Lo ha sottolineato a Radio France Internationale (RFI), Reed Brody, avvocato statunitense in difesa dei diritti umani con una lunga esperienza di attività in Ciad.

“Gli effetti giuridici di questo ritiro sono molto limitati, ed è importante dirlo”, ha affermato l’esperto. Viste infatti le disposizioni dello Statuto di Roma, il Ciad può essere indagato dalla CPI per fatti avvenuti fino al 2027.

Già in passato queste norme hanno permesso di arrivare a condanne o arresti in contesti in cui il paese era uscito dalla CPI. È il caso delle Filippine: Manila ha lasciato lo Statuto di Roma nel 2019 ma l’ex presidente Rodrigo Duterte è stato indagato e poi arrestato l’anno scorso per fatti avvenuti tra il 2011 e il 2019, ed è tuttora in custodia nei Paesi Bassi.

Le agende interne

Certo è che sarà lecito aspettarsi meno cooperazione con la Corte di quella tradizionalmente registrata in Ciad. Possibile inchieste su fatti avvenuti all’interno del paese poi, rischiano di essere ostacolate.

La questione è seria. La transizione che portato da Déby padre a Déby figlio infatti, che si è svolta tra la morte dell’ex presidente nel 2021 e la definitiva elezioni dell’attuale presidente nel 2024, è stata costellata di accuse di violenze di massa da parte di partiti di opposizione e società civile.

L’avvocato Boguel approfondisce ulteriormente la questione: “Ci sono dossier aperti che riguardano la politica interna: le indagini sulla repressione del 20 ottobre 2022, durante la quale centinaia di manifestanti sono stati uccisi e altre migliaia arrestati e poi detenuti in condizioni umane degradanti nel carcere di Korotoro”, una giornata passata alla storia in Ciad col nome di “giovedì nero”.

Infine, continua l’attivista ciadiano, “vi è il dossier sull’assassinio di Yaya Dillo, presidente del Parti socialiste sans frontières (PSF) e candidato alla presidenza, ucciso durante l’assalto alla sede del suo partito il 28 febbraio 2024”, poche settimane prima del voto che avrebbe suggellato la salita al potere di Mahamat Déby Itno.

In entrambi i casi, sono state presentate delle denunce alla CPI, che finora non sembrano aver dato alcun tipo di seguito.

Chiudere i ponti con l’Aia potrebbe non essere comunque sufficiente a garantirsi l’impunità, per un governo che nell’ultimo anno e mezzo ha imposto una serie di riforme che virano verso un presidenzialismo molto autoritario e incarcerato diverse figure di opposizione e società civile. 

Tra queste anche Succes Masra, ex primo ministro e leader dei Trasformateurs, il principale partito contrario all’esecutivo nel paese, in carcere da quasi 440 giorni.

L’attivista e avvocato Boguel ne è convinto: “Lungi dal porre fine alle indagini, questa decisione non priva la CPI della sua competenza sui fatti già coperti dallo Statuto – afferma – e potrebbe persino rafforzare la determinazione della Corte a proseguire il proprio lavoro, se ne ricorrono le condizioni giuridiche.

[Fonte: Nigrizia; Foto: Wikimedia Commons]