
LA TESTIMONIANZA / Omer Malla, profugo dal Sudan, “sono diventato un uomo senza patria, ma in Italia mi è stata restituita la speranza”

Medico chirurgo sudanese, a 31 anni è arrivato in Italia all’inizio di ottobre 2025 con il corridoio umanitario dall’Etiopia. In Sudan è in corso dall’aprile del 2023 un conflitto civile che ancora sconvolge il paese. La sua professione di medico lo rendeva un obiettivo sensibile in quanto impegnato per i diritti civili. Per questo, insieme alla sua famiglia, ha dovuto lasciare il suo paese.
ROMA, 28 OTTOBRE – “Mi chiamo Omer Malla Ali. Ho 31 anni e sono un medico”. E’ iniziata così, come testimonianza da un Paese in guerra, quella del rifugiato sudanese intervenuto alla cerimonia finale al Colosseo dell’incontro di Sant’Egidio “Osare la pace”, alla presenza del Papa.
“Vengo da una terra dove un tempo la pace scorreva come il grande Nilo, dal punto in cui si incontrano il Nilo Azzurro e il Nilo Bianco – ha raccontato -. Quella terra è il Sudan: un luogo di bellezza, di storia e di gentilezza, oggi lacerato da una guerra dimenticata tra l’Esercito Nazionale Sudanese e le Forze di Supporto Rapido, i paramilitari”.
Omer Malla Ali ha ricordato “la mattina in cui tutto è cambiato. Era un sabato. Mi sono svegliato al suono dei jet da combattimento, delle bombe e degli spari. Il cielo, un tempo azzurro e pieno di promesse, si è oscurato di fumo. Sono uscito e ho visto la morte ovunque: corpi senza vita per le strade, persone che piangevano, correvano con nient’altro che la paura tra le mani. Nessuno capiva cosa stesse succedendo. La radio diceva: ‘Ci vorranno solo poche ore o pochi giorni per controllare la situazione'”. Ma quelle “poche ore” “sono ormai diventate più di due anni e mezzo di guerra e di perdita”.
Le Forze di Supporto Rapido “andavano di casa in casa, uccidendo, prendendo tutto ciò che volevano. Avvertivano: ‘Uccideremo chiunque resista’. Hanno portato via oro, denaro, sogni – e hanno lasciato solo silenzio e sangue”. Omer Malla Ali ha detto di essere “fuggito da Khartoum a Wad Madani, sperando di trovare pace lì. Ma la pace non è mai arrivata. Nel dicembre 2023, la stessa violenza è tornata. Le stesse urla. La stessa paura. Hanno ucciso, arrestato, violentato donne, anche bambine, talvolta davanti alle loro famiglie. La città è diventata un luogo di morte”. E “quando le RSF hanno iniziato a cercare i medici, ho capito che la mia vita era in pericolo. Ci hanno dato due scelte: lavorare per loro o morire. Così ho preso la decisione più difficile della mia vita: fuggire dalla mia patria”.
Omer Malla ha rievocato la sua “lunga e dolorosa” odissea. “Ho lasciato tutto – la mia casa, i miei sogni, le persone che amavo. Ho viaggiato per giorni – su un piccolo carro trainato da animali, attraversando un fiume in barca, camminando per ore sotto il sole cocente. Finalmente, ho raggiunto il confine con l’Etiopia: esausto, affamato, ma vivo. In Etiopia sono diventato un rifugiato, un medico senza ospedale, un uomo senza patria”.
“Ho lavorato in una piccola clinica nel campo profughi, curando persone che avevano sofferto come me. Ma dentro di me portavo ancora il peso della perdita, finché un giorno ho incontrato la Comunità di Sant’Egidio”, ha aggiunto. Da quel momento, “la mia vita ha cominciato a cambiare. Non mi hanno chiesto chi fossi o da dove venissi. Hanno semplicemente aperto le braccia. Mi hanno dato non solo la sensazione che la situazione potesse cambiare, ma qualcosa di molto più grande: mi hanno restituito la speranza. Grazie a Sant’Egidio e alla generosità del popolo italiano, più di quaranta di noi – sudanesi e altri – sono arrivati sani e salvi qui, a Roma attraverso i corridoi umanitari”.
“Per la prima volta dopo molti anni, dormo senza paura. Per la prima volta, posso di nuovo sognare”, e “dal profondo del mio cuore, ringrazio la Comunità di Sant’Egidio per il suo amore e la sua umanità. Ci avete dato molto più della sicurezza: ci avete restituito la dignità”. Ma “mentre parlo qui oggi, il mio cuore è ancora in Sudan”. A El-Fashir, “le persone vivono sotto assedio da più di due anni, senza cibo, medicine, speranza. Le madri danno ai propri figli cibo per animali pur di tenerli in vita. Chi non muore per i proiettili, muore lentamente di fame”. “Vi prego – vi chiedo – pregate per il Sudan. Pregate per El-Fashir. Pregate perché la pace torni nel mio Paese, e in ogni nazione lacerata dalla guerra”, ha concluso: “Ricordiamo: la pace non è solo l’assenza di guerra, ma la presenza dell’amore, della dignità e dell’umanità. Grazie”.
[Foto: Comunità di Sant’Egidio]



