L’INTERVISTA / Centrafrica al voto: mons. Gazzera, “carenze sicurezza e impossibilità di recarsi alle urne veri ostacoli al cambiamento”

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Di Antonella Palermo

Domani, 28 dicembre, circa 2,3 milioni di cittadini della Repubblica Centrafricana saranno chiamati alle urne per le elezioni generali, che includono presidenziali, legislative, regionali e comunali. Sette candidature su dieci sono state convalidate dal Consiglio costituzionale, tra cui quella del presidente in carica, Faustin-Archange Touadera, che corre per un terzo mandato consecutivo. In lizza anche due ex primi ministri, Anicet-Georges Dologuelé e Henri-Marie Dondra. Sul clima pre-elettorale, intriso di criticità antiche e nuove, Tra Cielo e Terra ha intervistato il carmelitano cuneese monsignor Aurelio Gazzera, vescovo di Bangassou, appena rientrato da cinque giorni per le celebrazioni natalizie in due remoti villaggi nelle zone ‘calde’ della sua diocesi.

Eccellenza, perché è importante questo voto?

Il Paese va a votare per eleggere il Presidente, il Parlamento ma anche i Consigli regionali che è una buona novità, e i Consigli comunali. Le elezioni locali non sono state fatte per più di trent’anni, quindi è un momento importante in cui il presidente in carica si ripresenta per una terza volta dopo aver cambiato a forza la Costituzione per rimanere al potere: il suo partito è molto forte e gli altri sono delle comparse che hanno pochissimo spazio. Tanto per fare un esempio di come vanno le cose, l’altro ieri mi ha chiamato il prefetto della mia zona lamentandosi che un prete aveva detto di votare per un candidato; quando ho chiesto a questo sacerdote, lui mi ha detto che no, che ha solo invitato la gente ad andare a votare, punto e basta, come facciamo un po’ tutti. Allora, ho richiamato il prefetto e gli ho detto ‘guardi che non è vero’, e poi gli ho detto anche ‘spero che la stessa attenzione che portate per i candidati dell’opposizione la portiate anche per il candidato principale che è il presidente. C’è insomma molta tensione anche perché appunto il presidente ha monopolizzato tutti i mezzi di comunicazione, i mezzi di trasporto, per cui gli altri pochi candidati che hanno un po’ di voce, e qualche possibilità sono stati impossibilitati a recarsi nel resto del Paese, mentre lui, a spese dello Stato, ha girato tutto il Centrafrica facendo un meeting in tutte le prefetture. Staremo a vedere… Certo, il presidente è molto sicuro di vincere, ma c’è anche molta delusione dopo dieci anni: pochissime sono le realizzazioni, anzi, diciamo che è un eufemismo, non ce ne sono proprio praticamente, si può solo registrare qualche piccolo miglioramento nella sicurezza, ma più che altro per la stanchezza dei vari gruppi ribelli. Vedremo un po’ se ci sarà un cambiamento o meno.

C’è il problema delle aree rurali dove le infrastrutture sono quasi del tutto assenti e ciò rende l’accesso al voto quasi impossibile…

Sì, c’è questo limite, più che altro sono le questioni della sicurezza il grande problema. In certe zone, ad esempio nella mia zona a Zemio dove sono stato col cardinale Nzapalainga la settimana scorsa, è una zona di conflitti; se riusciranno a fare le elezioni sarà forse nella città, e con un grosso ‘forse’, e sicuramente non nei villaggi. Quindi molta gente non potrà votare. La sfida è un po’ logistica perché comunque è un Paese enorme, senza strade, anche se c’è la Minusca (la Missione multidimensionale integrata di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana, che ha come priorità la protezione dei civili, ndr) e i caschi blu che stanno dando un grande aiuto in questo senso, ma in genere è già complicato quando ci sono due elezioni, adesso che ce ne sono quattro sarà veramente molto difficile.

I musulmani che atteggiamento mostrano di fronte a queste elezioni?

Diciamo che rispetto alla volta scorsa i gruppi musulmani sono molto più integrati nel senso che c’è comunque molta attenzione da parte di tutti a evitare problemi e tensioni. E vero che però ci sono gruppi ribelli che ancora sono legati all’area musulmana e che stanno facendo grossi pasticci in parte del Paese, ma poi ci sono anche altri gruppi… Diciamo che adesso non è più tanto una questione di gruppi religiosi quanto magari di gruppi etnici e soprattutto la sfida sta nel confronto di un partito che piano piano ha coagulato intorno a sé, intorno al presidente, gli interessi di tutti basandosi soprattutto sull’ignoranza di gran parte della gente. Il sistema scolastico qui è disastroso per cui qui basta arrivare con una maglietta di 500 franchi, che è meno di un euro, e la gente applaude senza troppi problemi. Poi bisognerà vedere nelle urne invece come sarà…

Quale è l’auspicio della Chiesa?

I vescovi hanno diffuso un messaggio, anche noi qui in diocesi abbiamo invitato tutti a prendere del tempo, a riflettere bene perché sono in gioco i prossimi sette anni e, in un mondo che sta andando sempre più veloce, fermarsi sul passato, su quel niente che c’è, rischia veramente di portare un impoverimento ulteriore al Paese. Quindi l’invito è sempre stato di dialogare, riflettere, di basarsi sui programmi e sui fatti più che sulle promesse. Osserviamo e vedremo un po’ cosa succederà.

Quali margini hanno gli attori stranieri di orientare queste elezioni?

Direi che praticamente ormai siamo limitati ai russi: loro lavorano molto, sia dietro le quinte nel mondo della comunicazione, sia davanti. Ad esempio, alla vigilia di Natale, uno dei candidati dell’opposizione, Dologuelé, uno dei due che potrebbero sfidare il presidente, è dovuto andare in macchina verso il nord: non poteva usare gli aerei, che aveva già pagato tra l’altro, perché il presidente aveva dato ordine di non darli a nessuno. Quindi lui è arrivato dopo migliaia di chilometri nella città di Bouar, e gli è stato proibito dalle forze dell’ordine di tenere un incontro politico nello stadio e l’indomani mattina la casa dove era alloggiato è stata circondata dai mercenari russi che l’hanno bloccato lì praticamente per tutta la giornata, impedendogli sia di vedere gente che di uscire e di partire. Ecco, la situazione è ancora molto tesa; di fronte a un governo che in dieci anni ha fatto poco e niente, che non ha nessun programma serio, ci sono questi due candidati che potrebbero offrire qualche speranza, vedremo un po’…

Eccellenza, lei è appena rientrato da cinque giorni passati in due villaggi a duecento chilometri da Bangassou, al nord. Com’è stato questo Natale?

Sì, sono due villaggi situati in una zona dove c’è molta tensione: la parrocchia dove sono andato è una parrocchia che esiste sulla carta perché è stata distrutta nel 2017, proprio rasa al suolo, sono rimaste le mura di un asilo e le mura di un ospedale. Sono andato lì appunto anche per incoraggiare questa comunità che è sempre stata molto vivace e ancora adesso, nonostante tutto, tiene duro. Abbiamo celebrato lì la notte di Natale, la messa con i battesimi.

Lì dove? La chiesa non c’è…

C’è una chiesetta che hanno ricostruito i cristiani con materiale di recupero e abbiamo dato un po’ una mano. Il villaggio si chiama Nzako. Poi il giorno di Natale sono partito presto e sono andato a sessanta chilometri da lì, a Bakuma dove anche lì ho celebrato con i battesimi e abbiamo fatto un po’ di festa in queste comunità un po’ più lontane. Che poi sessanta chilometri vuol dire poco come distanza, vuol dire tre ore di macchina perché la strada è molto brutta e tra l’altro avevamo un problema con la macchina e un altro relativo al fatto che lì è una zona dove ci sono i ribelli e proprio sabato avevano fermato il parroco, rubando i soldi a chi era con lui. L’hanno trattenuto per un paio d’ore, stava andando lì a preparare appunto le celebrazioni di Natale. Gli hanno portato via telefono, soldi…, poi li hanno lasciati andare. Noi per fortuna non li abbiamo visti i ribelli, siamo stati abbastanza fortunati.

Chi sono gli artefici di queste incursioni a danno anche dei religiosi?

In questo caso i membri di Séléka (una coalizione di gruppi ribelli musulmani nota per aver rovesciato il presidente Bozizé nel 2013, scatenando una guerra civile e violenze settarie con i gruppi cristiani Anti-Balaka, ndr), una forza che è stata sciolta da anni, in teoria, ma qui purtroppo, firmano senza nessun problema.

Firmano cosa?

Il problema è che questi ribelli un paio di mesi fa hanno firmato un accordo con il governo in cui accettavano di essere disarmati, cosa che non hanno fatto. Hanno reso qualche vecchio fucile ma hanno ottenuto tutto l’arsenale a portata di mano e quindi commettono ancora queste violenze.

Accordi un po’ fittizi…

Sono accordi farlocchi, nel senso che sono più politici, di facciata, in modo tale che così il governo può dire che ha risolto un problema ma in realtà nessuno ci crede, né il governo né, soprattutto, questi ribelli qua.

L’Anno Santo sta per volgere al termine, cosa ha significato per voi?

Per noi è stato un bel momento di grazia, di incontri. Abbiamo avuto alcune celebrazioni un po’ per categorie, l’ultima è stata domenica scorsa con la celebrazione del Giubileo dei catechisti che qui sono una figura importantissima perché nei villaggi il catechista è chi guida la comunità, guida la preghiera. Poi abbiamo fatto celebrazioni con i giovani, con i malati… Abbiamo fatto tante celebrazioni di questo tipo e poi celebrazioni in tutte le parrocchie con il vescovo e poi altre in ogni parrocchia, perché ogni parrocchia avevamo deciso che era una Porta Santa. Un modo per accorciare le distanze: è infatti difficile per una missione che è a 500 chilometri da qui poter venire in cattedrale.

Il Papa nel messaggio Urbi et Orbi ha espresso preoccupazione per le cosiddette ‘guerre dimenticate’. Quanto la incoraggia?

Siamo in un momento, a livello mondiale, veramente preoccupante e questa festa di Natale ci ricorda ancora una volta quanto è importante la pace e qual è il senso vero, il senso profondo del Natale. Gesù non è solo quel bambino nel presepio ma è il Salvatore del mondo, quindi è un richiamo proprio per affidare a Lui le sorti dell’umanità.

[Foto: Aktuálně.cz/Honza Mudra, bozoum.blogspot.com]