
Mali nel caos: jihadisti alle porte, i russi se ne vanno

Un’offensiva jihadista minaccia di rovesciare la giunta militare di Bamako. I russi si sfilano, l’Occidente è assente. E nel Sahel si replica lo schema che in Siria ha fatto cadere Assad. il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Ancora una volta, l’alleanza tra gruppi armati separatisti e milizie jihadiste minaccia di travolgere il Mali. Secondo le informazioni in arrivo dal paese, colonne di miliziani hanno preso il controllo di Kidal, principale città del nord, dopo una serie di attacchi su larga scala contro posizioni strategiche della giunta militare al potere dal colpo di stato del 2020. L’assetto istituzionale del paese è in frantumi: il ministro della Difesa Sadio Camara è stato ucciso, e il generale Assimi Goïta, capo della giunta, non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica dall’inizio delle ostilità. Anche il capo dell’intelligence militare, Modibo Koné, sarebbe stato ucciso. A prendere le armi sono stati i combattenti tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad (FLA) e la formazione jihadista Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (JNIM). I contractor russi di Africa Corps – ex gruppo Wagner, passato sotto il diretto comando del ministero della Difesa russo dopo la morte di Yevgeny Prigozhin – si sarebbero ritirati da Kidal senza sparare un colpo. Il giorno prima, i jihadisti avevano rivendicato attacchi simultanei in diverse parti del paese, tra cui la capitale Bamako, invitando esplicitamente i russi a non interferire “al fine di preservare qualsiasi futura cooperazione”.
Una ribellione che viene da lontano?
Da oltre un decennio il Sahel combatte contro gruppi jihadisti e milizie separatiste che operano nelle aree remote tra Mali, Niger e Burkina Faso, e che si sono progressivamente estesi verso i paesi costieri come Benin e Togo. In passato il Mali aveva beneficiato del supporto dei Caschi Blu dell’Onu e delle truppe francesi. Dopo il colpo di stato che ha rovesciato il governo del presidente Ibrahim Boubacar Keita, però, la giunta ha espulso le forze francesi e internazionali e ha interrotto la cooperazione in materia di sicurezza con gli Stati Uniti. Su deciso impulso di Camara, il paese ha quindi virato verso la Russia, schierando migliaia di contractor dell’Africa Corps sul territorio. Questa compagnia militare privata, supervisionata dall’intelligence militare russa, fornisce supporto alla sicurezza di diversi governi africani in cambio di pagamenti o contratti di accesso alle risorse naturali. Dal loro arrivo, però, la situazione è peggiorata: secondo il Global Terrorism Index, il Sahel è diventato “il focolaio di terrorismo più letale al mondo”.
Battuta d’arresto per il Cremlino?
Il ritiro pacifico dei mercenari russi ha sollevato non poco stupore. In una dichiarazione, pubblicata su Telegram, la milizia ha confermato di aver lasciato volontariamente Kidal, già in passato roccaforte della ribellione tuareg e ambita dai separatisti come capitale dello stato dell’Azawad. “In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo d’Africa che erano di stanza e impegnate in combattimento nella città di Kidal si sono ritirate dalla zona insieme al personale dell’esercito maliano”, dichiara la nota. Anche se Mosca ha adottato un tono cauto sull’accaduto, per la credibilità del gruppo russo come forza di protezione dei governi della regione è un duro colpo. Secondo analisti ed ex membri, l’Africa Corps non è stata in grado di eguagliare l’efficacia militare e la portata politica del Gruppo Wagner, i cui uomini più capaci sarebbero stati impegnati in Ucraina. E ora la stabilizzazione dell’area rischia di diventare un problema serio per l’Africa Corps e per la reputazione di Mosca come partner in materia di sicurezza. “Devono assicurarsi che la situazione sia sotto controllo se vogliono continuare a fare affari in Africa”, osserva Ibrahim Yahaya Ibrahim dell’International Crisis Group. “Se non sono in grado di aiutare i maliani a riprendere l’iniziativa, chi altro stipulerà contratti con loro?”.
In Mali come in Siria?
Il parallelo con la Siria circola con insistenza tra gli analisti. Quando, la scorsa estate, militanti affiliati ad al-Qaeda hanno attaccato basi militari e città del Mali e del vicino Burkina Faso, in molti hanno ipotizzato che si fossero ispirati alle controparti siriane che, sei mesi prima, avevano rovesciato il regime di Assad con un’offensiva fulminea. L’obiettivo del JNIM, spiega al Guardian Ulf Laessing, del think tank tedesco Konrad Adenauer, non sarebbe la conquista del paese, ma qualcosa di più simile al modello di Hay’at Tahrir al Sham (Hts) in Siria: ritagliarsi un’enclave autonoma, costruire radicamento locale, e attendere che il potere centrale si sgretoli. L’alleanza tattica con i separatisti tuareg si inserisce in questa logica – coerente con la strategia di al-Qaeda, che incoraggia i propri affiliati a tessere legami con le comunità locali – ma è destinata a durare poco: secondo gli analisti, è improbabile che sopravviva a una vittoria. Il JNIM, in fondo, non ha fretta. “Non credo che Bamako cadrà. Il JNIM non può controllare le grandi città, ma può costringere i governi a cedere, a negoziare, ad adottare sempre più la loro ideologia”, osserva Laessing. Una strategia di lungo periodo, paziente e capillare che, alla luce di quanto accade in queste ore, sembra stia già dando i suoi frutti.
Il commento di Lucia Ragazzi, ISPI Africa Programme
“Attacchi simultanei contro città strategiche nel centro e nel nord del paese, inclusa la capitale Bamako e il principale base dell’esercito. Quella di questo fine settimana è un’offensiva senza precedenti per portata, che è arrivata al cuore della leadership politica del paese. Ma avviene in un contesto già ‘caldissimo’. Ormai da anni, il Sahel è l’epicentro delle morti per terrorismo a livello globale. I paesi del Sahel centro-occidentale sono sotto pressione crescente, con gli attacchi che toccano sempre di più i centri urbani – come era successo alla fine del 2025 con il cosiddetto ‘blocco di Bamako’, che per mesi ha strozzato la capitale. Se è vero che in un contesto ancora in evoluzione è presto per avanzare previsioni, i fatti di questi giorni sono un colpo per la retorica securitaria a cui hanno a lungo fatto appello le capitali saheliane”.
[Fonte e Foto: ISPI]



