Rdc: elezioni ad alto rischio

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La Repubblica Democratica del Congo va al voto domani, 20 dicembre, ma le elezioni sono una sfida che minaccia la già precaria stabilità del gigante africano. Questo il contesto delineato dall’ISPI.

Domani, mercoledì 20 dicembre la Repubblica Democratica del Congo va al voto per le elezioni locali, legislative e presidenziali, ma l’appuntamento è una vera e propria sfida: in un paese di 2,3 milioni di chilometri quadrati privo di strade e infrastrutture e preda di conflitti al nord e nell’est, circa 44 milioni di elettori – su una popolazione di circa 100 milioni – dovrebbero recarsi alle urne per scegliere il nuovo presidente e la nuova classe dirigente tra oltre 100mila candidati. Il tutto in un contesto di profonda sfiducia nei confronti della politica e della trasparenza elettorale. La commissione elettorale nazionale (Ceni) è impegnata in una corsa contro il tempo per la consegna delle schede e del materiale da distribuire nei seggi, mentre gli osservatori già prevedono probabili controversie in un clima di forti tensioni sociali e politiche. Tra tutte le incognite che si allungano sul voto, però, a dominare è l’insicurezza: le elezioni infatti si terranno in un clima di crescenti violenze nell’est, scenario di un conflitto da oltre tre decenni, e che vive un picco di rinnovate tensioni da quando, due anni fa, l’M23 – una formazione di ribelli armati che ha le sue basi in Ruanda- ha occupato parte della provincia del Nord Kivu. Le forze armate congolesi non riescono a contrastarne l’avanzata, e in seguito alla scadenza del loro mandato, lo scorso 8 dicembre, alcuni dei contingenti internazionali presenti sul territorio hanno cominciato a smobilitare le loro basi per rientrare nei loro paesi.

Chi sono i favoriti alla presidenza?

Molti osservatori sono convinti che il presidente Felix Tshisekedi, nonostante il bilancio non entusiasmante del primo mandato, riuscirà facilmente ad assicurarsene un secondo. Per vincere gli basta il 40% dei voti, può contare su molti alleati nella commissione elettorale e l’opposizione non è riuscita a presentare un candidato unitario, favorendo di fatto le sue chances di rielezione. Contro di lui, si sono schierati Martin Fayulu, imprenditore già candidato alle contestate elezioni del 2018; Moise Katumbi, ricchissimo uomo d’affari ed ex governatore della regione mineraria del Katanga, che può contare su un’ampia base elettorale ma è al centro di una campagna diffamatoria che mette in dubbio la sua nazionalità congolese; e Denis Mukwege, il ginecologo premio Nobel per la pace 2018, noto come il medico che “ripara le donne” e le ragazze, vittime di stupri usati come arma di guerra e che promette di “riparare” anche il suo paese. Anche se forte del sostegno delle donne congolesi, che sono riuscite a raccogliere i 100mila dollari necessari per depositare sua la candidatura – Mukwenge è un outsider della politica, e manca del supporto di un partito strutturato e di una vera base nazionale. Per questo, secondo diversi osservatori le sue possibilità di vincere sono estremamente limitate.

Tra insicurezza e repressione?

Quella in corso nell’est della Repubblica Democratica del Congo è una crisi umanitaria che ha il suo epicentro in Nord Kivu, al confine con il Ruanda e già teatro negli anni Novanta della ‘Prima guerra mondiale africana’. Da allora, nella provincia – il cui sottosuolo contiene il 70% delle riserve di coltan, cobalto bauxite ed altre terre rare cruciali per la transizione energetica – milizie locali e gruppi ribelli imperversano, mentre i civili sono vittime anche delle forze armate che sulla carta dovrebbero proteggerli. A causa delle violenze, il paese conta circa 7 milioni di sfollati interni, il numero più alto al mondo. Durante un appuntamento elettorale a Goma, la capitale del Nord Kivu, Tshisekedi ha accusato il presidente ruandese Paul Kagame di sostenere l’M23 e ha promesso di ‘liberare’ la RDC dal gruppo. Ma finora i tentativi messi a segno con il dispiegamento di truppe regionali e ancora prima con le Nazioni Unite attraverso la Monusco, l’operazione di mantenimento della pace più costoso nella storia delle Nazioni Unite, hanno prodotto pochi risultati e sono state invitate a lasciare il paese. Come se non bastasse, molti lamentano che lo stato di emergenza imposto dal governo in Kivu e in Ituri dal maggio 2021, abbia consentito una repressione senza precedenti nei confronti dei civili. I problemi del paese non si limitano all’est: nonostante le immense ricchezze del sottosuolo, due terzi della popolazione della Repubblica Democratica del Congo vive al di sotto della soglia di povertà, circa l’80% dei giovani sono disoccupati mentre il mix di inflazione e svalutazione del franco congolese hanno ridotto il potere d’acquisto dei cittadini che si trovano a pagare prezzi alle stelle anche per i più diffusi prodotti alimentari.

Nessuna dichiarazione su Gaza

Nessuna fumata bianca è arrivata invece su un altro tema all’ordine del giorno al Consiglio Europeo. I 27 infatti, non sono riusciti ad approvare una dichiarazione comune per un cessate il fuoco tra Israele e la Striscia di Gaza. Non è una novità, nel senso che dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, causato dal brutale attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre in cui oltre 1200 persone sono morte, l’Unione non è riuscita ad esprimersi con una voce sola. Ma al vertice in corso, quattro paesi – Spagna, Belgio, Malta e Irlanda – avevano chiesto un “dibattito serio” sulla situazione a Gaza prima del vertice, esortando i leader a spingere per un cessate il fuoco duraturo. Nell’enclave palestinese, infatti, si sta consumando una crisi umanitaria senza precedenti e la guerra ha già provocato 18mila morti di cui oltre la metà donne e bambini. Il fatto che l’Ue sia stata così unita contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, ma che ora non sia in grado di condannare collettivamente i bombardamenti israeliani sui civili, le ha attirato le critiche di molti paesi del Sud del mondo. Alcuni funzionari occidentali hanno ammesso, seppur in forma anonima, l’esistenza di un doppio standard. “Ciò che abbiamo detto sull’Ucraina deve applicarsi a Gaza” ha detto al Financial Times un diplomatico di alto livello. “Altrimenti rischiamo di perdere tutta la nostra credibilità”.

Il commento. Di Lucia Ragazzi, ISPI Africa Programme

“La Repubblica Democratica del Congo si avvicina al voto in condizioni decisamente incerte. C’è il conflitto nell’Est, con tutte le sfide in termini economici, politici, di sicurezza e di governance che ne conseguono. Un contesto di insicurezza e violenza che ha portato milioni di persone a lasciare le proprie case, ha posto enormi sfide nella registrazione al voto e all’accesso alle urne. Ma le sfide vanno al di là delle regioni orientali. In un paese con una storia elettorale complessa e ancora segnato dal ricordo delle elezioni profondamente contestate del 2018, la fiducia nella commissione elettorale e nella gestione del processo nel suo complesso rimane bassa. La qualità delle operazioni di voto sarà cruciale per consolidare una credibilità del processo democratico nel paese in questo momento non garantita”.

(Fonte: ISPI; Foto: MONUSCO/Sylvain Liechti)