Repubblica Democratica del Congo: l'Onu si ritira

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I caschi blu dell’Onu iniziano il disimpegno dall’est del Congo. È un ritiro che chiama in causa fallimenti decennali e le crescenti critiche da parte dei paesi africani nei confronti della comunità internazionale. Leggiamo il punto dell'ISPI.

È iniziato oggi, con una breve cerimonia per il passaggio di consegne nella base di Kamanyola, il ritiro ufficiale della Monusco dall’est della Repubblica Democratica del Congo. La missione di pace delle Nazioni Unite, istituita nel 2005 con il mandato di proteggere i civili e mantenere la sicurezza nell'area, ha trasferito il comando alla polizia nazionale congolese, iniziando ufficialmente il processo di smobilitazione che si concluderà entro il 31 dicembre 2024 e metterà fine alla presenza della missione nel paese, durata 25 anni. Attualmente sono circa 15mila i peacekeeper Onu ancora dispiegati nelle tre province più problematiche della regione, Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. “Vorrei precisare che il disimpegno della Monusco non è il disimpegno delle Nazioni Unite, che erano presenti prima, durante e lo saranno dopo l’esistenza della missione di mantenimento della pace”, ha detto la rappresentante speciale delle Nazioni Unite Bintou Keita in una conferenza stampa, ribadendo l’impegno della missione a collaborare con le autorità congolesi per garantire un ritiro “ordinato, responsabile e sostenibile”. Ma la decisione di ritirare i caschi blu arriva in seguito a un’esplicita richiesta del governo congolese e del presidente Felix Tshisekedi, appena confermato alla guida del paese in un’elezione fortemente contestata. Tshisekedi ha criticato la missione che, come confermano numerose testimonianze dei residenti locali, non è mai riuscita a contrastare veramente gli oltre 100 gruppi armati che infestano l’est del Congo, né a proteggere i civili dalle violenze incrociate.

L’Onu lascia più insicurezza?

Nel giorno dell’inizio del disimpegno, comunque, nessuno si fa illusioni: l’uscita di scena dei peace-keepers lascerà maggiore insicurezza, se possibile, in uno dei teatri più instabili dell’intero continente africano. Il loro ritiro avviene infatti in un contesto di escalation delle violenze nelle regioni orientali del la RDC, epicentro di una guerra che affonda le sue radici nella fine del genocidio in Ruanda nel 1994. Da allora diversi accordi di pace hanno di fatto cronicizzato il conflitto, ma non sono riusciti a porre fine alle attività della moltitudine di gruppi militari attivi nella regione, con il sostegno più o meno esplicito dei paesi vicini, Ruanda in primis. Oggi in molti temono che il vuoto di potere determinato dall’assenza delle truppe internazionali possa rafforzare le sigle di combattenti e la miriade di milizie, anche filogovernative, che imperversano nella zona terrorizzando le popolazioni civili e sfruttando a proprio vantaggio le smisurate risorse minerarie della regione, il cui sottosuolo contiene il 70% delle riserve di coltan, cobalto, bauxite ed altre terre rare cruciali per la transizione energetica. A causa delle violenze, il paese conta circa 7 milioni di sfollati interni, il numero più alto al mondo.

Verso lo scontro con Kigali?

All’aumento delle violenze sul terreno corrisponde un altrettanto preoccupante impennata delle tensioni politiche regionali: le tensioni tra il presidente Tshisekedi e il suo omologo ruandese, Paul Kagame, si sono riaccese nel 2022 quando il dissolto gruppo armato M23 è riemerso sulla scena e, con una serie di attacchi violenti, ha conquistato in poche settimane quattro città del Nord Kivu. Lo scorso ottobre un cessate il fuoco faticosamente raggiunto a Nairobi è andato in pezzi e Kinshasa ha ripreso ad accusare il Ruanda di sostenere l’M23. Durante un appuntamento elettorale a Goma, la capitale del Nord Kivu, Tshisekedi ha accusato il presidente ruandese Paul Kagame di sostenere l’M23 e definendolo “Hitler” ha promesso di liberare la RDC dal gruppo a costo di muovere guerra al paese vicino. Come sempre Kigali ha negato ogni addebito e accusato a sua volta Kinshasa di armare a sua volta milizie per destabilizzare i territori di confine. Ormai da tempo però, anche le Nazioni Unite muovono accuse contro il Ruanda e diversi gruppi di esperti hanno presentato prove del coinvolgimento di Kigali nel finanziare e sostenere l’M23. D’altro canto, è emerso che alcuni membri dell’esercito congolese hanno stretto alleanze ad hoc con gruppi armati locali responsabili di massicce violazioni e crimini di guerra, per combattere i ribelli.

La Striscia di Gaza africana?

In 25 anni di presenza e con un budget di oltre un miliardo di dollari all’anno (che ne fanno, la più prolungata e costosa missione di peacekeeping nella storia delle Nazioni Unite), la Monusco conclude il suo mandato con il sigillo del fallimento. A distanza di anni, la debolezza del governo di Kinshasa nell’est del paese e il coinvolgimento dei paesi vicini nel sostenere alleanze ribelli in costante trasformazione, hanno determinato quella che le Nazioni Unite non esitano a definire “una delle peggiori crisi umanitarie al mondo”. Eppure, a differenza di altre crisi, quella congolese riceve ben poche attenzioni da parte della comunità internazionale. Di recente è stata la nazionale di calcio a riportarla all’attenzione del mondo quando, poco prima della semifinale di Coppa d'Africa, i giocatori si sono presentati in campo con una mano sulla bocca e una alla tempia, mimando la canna di una pistola. Nel paese si fa spesso il paragone con l'Ucraina e con la crisi in Medio Oriente al punto che Mediacongo ha definito il Kivu “la Striscia di Gaza africana dimenticata” chiedendosi perché finora – nonostante le prove fornite dagli esperti – la comunità internazionale non sia intervenuta sanzionando il Ruanda. Al contrario, il 19 febbraio la Commissione Europea e Kigali hanno firmato un memorandum d'intesa per lo sfruttamento “di materie prime strategiche”. Lo stesso giorno a Goma i residenti hanno bruciato le bandiere francesi e statunitensi protestando contro l’indifferenza dell’Occidente.

Il commento. Di Giovanni Carbone, Head, ISPI Africa Programme

“Un popolo che ha subito un genocidio molti anni fa, uno stato fortemente militarizzato, un governo che si sente minacciato al di là del proprio territorio, una dura iniziativa oltreconfine con conseguenze devastanti su civili inermi, i paesi occidentali titubanti nel condannare a causa del loro persistente senso di colpa. Questa volta è il Ruanda”.

(Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell'ISPI, al quale rimandiamo; Photo Credits: Africa Rivista)