
Spadaro, “Leone in Africa: il magistero della pace, della giustizia e della fraternità”

Il viaggio di Leone XIV in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale (13-23 aprile) diventa il primo atto del suo pontificato che intende rivolgersi al mondo. L’ampio approfondimento di padre Antonio Spadaro, ex direttore di Civiltà Cattolica e sottosegretario vaticano alla Cultura e all’Educazione, nella sua rubrica ‘Waypoints’ per l’agenzia cattolica asiatica Uca News.
Di p. Antonio Spadaro, SJ, da Uca News
Il primo grande viaggio apostolico di Papa Leone XIV – undici giorni, quattro paesi, un intero continente come orizzonte – è stato molto più di un pellegrinaggio pastorale.
Dal suo sbarco ad Algeri il 13 aprile alla sua partenza da Malabo il 23 aprile, Leone XIV ha costruito un discorso organico e accuratamente articolato sullo stato del mondo contemporaneo, un discorso in cui l’Africa è protagonista, punto di osservazione privilegiato da cui giudicare le patologie della politica internazionale.
Pace, guerra, tirannia, corruzione, neocolonialismo, estrattivismo, esclusione, fondamentalismo: ciascuno di questi temi è stato affrontato dal Papa con una franchezza e una coerenza che rivelano un progetto pastorale di ampia ambizione.
Algeria: Il pellegrino della pace nella terra di Agostino
Leone XIV voleva che l’Africa fosse la meta del suo primo viaggio internazionale. E desiderava che questo viaggio iniziasse in Algeria, la patria del suo padre spirituale, Sant’Agostino, dove si era già recato due volte – nel 2004 e nel 2013 – come religioso agostiniano.
Al Centro Congressi Djamaa el Djazair di Algeri, vestendo il presidente, le autorità governative e il corpo diplomatico, il Papa si è presentato come un “pellegrino di pace”, affermando che in un mondo pieno di conflitti e incomprensioni, il semplice atto di riconoscerci come un’unica famiglia è la chiave che apre molte porte chiuse. Questa semplicità programmatica – il primato dell’incontro sulla strategia – è il segno distintivo del suo magistero.
Ma il discorso in Algeria non si è limitato alla retorica della fraternità. Leone XIV ha affrontato di petto la questione degli squilibri di potere globali, parlando da un Paese la cui storia coloniale e postcoloniale gli conferisce una prospettiva particolarmente acuta sulle dinamiche internazionali.
Ha parlato di “continue violazioni del diritto internazionale” e di “tentazioni neocoloniali”, esortando l’Algeria a diventare protagonista di un nuovo capitolo della storia, fondato sul rispetto della dignità di ogni persona e sulla solidarietà con le sofferenze dei popoli vicini e lontani.
Ha citato Benedetto XVI sulla globalizzazione, che, se mal orientata, genera povertà e disuguaglianza, e Papa Francesco sulla necessità di includere i movimenti popolari nella governance.
Il messaggio è stato chiaro: la politica internazionale non può essere decisa unicamente nei centri del potere; le periferie del mondo – e l’Africa lo è prima fra tutte – hanno qualcosa da dire e da insegnare.
Al monumento ai martiri algerini, il Maqam Echahid, Leone XIV ha pronunciato una profonda riflessione sulla libertà e sulla pace. Ha affermato che Dio desidera la pace per ogni nazione – non la mera assenza di conflitto, ma una pace che sia espressione di giustizia e dignità.
Ha aggiunto che una tale pace è possibile solo attraverso il perdono, riconoscendo quanto sia difficile perdonare, ma insistendo sul fatto che il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace e che la giustizia alla fine prevarrà sull’ingiustizia, mentre la violenza – nonostante le apparenze – non avrà mai l’ultima parola.
Queste parole erano chiaramente rivolte non solo alla memoria storica dell’Algeria, ma a ogni conflitto che imperversa nel mondo di oggi.
La visita alla Grande Moschea di Algeri ha quindi confermato la centralità del dialogo interreligioso nel pontificato leonino. Il Papa ha collegato la ricerca di Dio alla ricerca della dignità di ogni essere umano, pregando per la pace e la giustizia del Regno di Dio tra tutti i popoli della terra.
Camerun: pace disarmata e denuncia dei signori della guerra
La tappa camerunese del viaggio ne ha rappresentato il cuore politico. A Yaoundé, al Palazzo Presidenziale, Leone ha pronunciato un discorso che si configura come un vero e proprio manifesto di pace e buon governo.
Ha descritto il Camerun come “l’Africa in miniatura” per la ricchezza delle sue culture e lingue, ma ha subito chiarito che questa varietà “non è una fragilità: è un tesoro” e che “costituisce una promessa di fraternità e un solido fondamento per costruire una pace duratura”.
Il Papa non ha esitato a denunciare la drammatica situazione del Paese – le tensioni e le violenze nel Nord-Ovest, nel Sud-Ovest e nell’Estremo Nord – e le loro conseguenze: vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani senza futuro.
Ha invocato una pace “disarmata” – cioè non fondata sulla paura, sulle minacce o sugli armamenti – e “disarmante” – ovvero capace di risolvere i conflitti, aprire i cuori e generare fiducia ed empatia.
Ha ripetuto l’appello lanciato nell’ottobre del 2025 all’Incontro Mondiale per la Pace: basta guerre, con il loro straziante accumulo di morti, distruzione ed esili.
Ma il discorso di Yaoundé contiene anche una formidabile lezione sul potere e sulla corruzione, ispirata ad Agostino. Leone XIV ha citato il passo del De civitate Dei in cui Agostino dichiara che chi comanda è al servizio di coloro che apparentemente sono comandati, e che il potere si esercita non nella brama di dominio ma nel dovere di provvedere, non nell’orgoglio di imporsi ma nella compassione del prendersi cura.
Ha poi esortato i membri del governo a spezzare le catene della corruzione, che deturpano l’autorità svuotandola di ogni credibilità morale, e a liberare il cuore dalla sete di profitto, che è “idolatria”. Il vero profitto, ha affermato, è lo sviluppo umano integrale.
Questo discorso include anche un passaggio di grande importanza sulle donne: il Papa ha sottolineato, con gratitudine, il loro ruolo di artefici di pace e il loro impegno per l’educazione, la mediazione e la ricostruzione del tessuto sociale, descrivendolo come capace di frenare la corruzione e gli abusi di potere. Per questo motivo, ha affermato, la loro voce deve essere “pienamente riconosciuta nei processi decisionali”.
A Bamenda, nella cattedrale di San Giuseppe, il momento più intenso del viaggio: l’incontro per la pace con la comunità devastata dalla crisi anglofona. Leone XIV ha pronunciato parole durissime contro i signori della guerra, denunciando che “basta un solo istante per distruggere, ma spesso una vita intera non basta per ricostruire” e che “miliardi di dollari vengono impiegati per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie per curare, educare e risollevare le persone”.
Ha descritto la spirale perversa dell’estrattivismo: coloro che saccheggiano le risorse dell’Africa investono gran parte dei loro profitti in armi, alimentando una spirale infinita di destabilizzazione e morte. Ha concluso con un’affermazione che risuona come un principio di filosofia politica: “Il mondo è distrutto da una manciata di dominatori e tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle solidali”.
L’esempio della collaborazione tra le comunità cristiane e musulmane di Bamenda, che si sono avvicinate durante la crisi e hanno fondato un Movimento per la Pace, è stato offerto al mondo come modello. Il Papa ha esclamato: guai a coloro che piegano la religione e il nome stesso di Dio ai propri fini militari, economici o politici, trascinando ciò che è sacro in ciò che è più vile e oscuro.
All’Università Cattolica dell’Africa Centrale, infine, Leone XIV si è rivolto ai giovani e al mondo accademico, esortandoli a diventare “pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale” – un continente che conosce bene non solo gli aspetti seducenti della tecnologia, ma anche il lato oscuro della devastazione ambientale e sociale prodotta dalla frenetica ricerca di materie prime e terre rare.
Angola: gioia e speranza come virtù politiche
Il discorso rivolto alle autorità angolane a Luanda ha introdotto un concetto originale: la gioia e la speranza come virtù “politiche”. Leone XIV ha definito l’Africa “una riserva di gioia e speranza” per il mondo intero, perché i suoi giovani e i suoi poveri continuano a sognare e a sperare, si rifiutano di accontentarsi dello status quo e desiderano risorgere.
La saggezza di un popolo non può essere soffocata da alcuna ideologia, e l’anelito all’infinito che dimora nel cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale.
Da questa premessa è scaturita la denuncia della “logica estrattiva” che causa sofferenza, morte e catastrofi sociali e ambientali, imponendosi come unico modello di sviluppo possibile.
Leone XIV ha ripreso l’accusa di Paolo VI, pronunciata sessant’anni prima, contro il carattere senile e totalmente anacronistico di una civiltà commerciale, edonistica e materialista che presume di spacciarsi per portatrice del futuro.
Ma il passaggio più radicale del discorso di Luanda riguarda la tirannia. Il Papa ha descritto i meccanismi del dispotismo con una lucidità che evoca la più alta tradizione del pensiero politico cristiano: «I despoti e i tiranni del corpo e dello spirito cercano di rendere le anime passive e le passioni addolorate, inclini all’inerzia, docili e schiave del potere. Nella tristezza siamo in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi; ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono dei media, nel miraggio dell’oro, nel mito dell’identità».
Ha citato nuovamente Francesco sulla strategia di chi domina: «Il modo migliore per dominare senza limiti è seminare disperazione e alimentare una costante sfiducia, anche mascherandola da difesa di certi valori». La gioia autentica – dono dello Spirito, frutto della relazione e della solidarietà – è stata presentata come forza di liberazione dall’alienazione politica.
Nell’omelia di Saurimo, il tono è cambiato: Leone XIV si è rivolto alla Chiesa angolana nel suo cuore più profondo, chiedendole di rimanere fedele alle sue radici cristiane per continuare a contribuire alla costruzione della giustizia e della pace in Africa e nel mondo intero.
Guinea Equatoriale: la Città di Dio e la Città della Pace
L’ultima tappa a Malabo ha offerto a Leone XIV l’occasione per un’ampia riflessione teologico-politica, fondata sulle due città di Agostino. Il Papa ha ricordato che la città terrena è incentrata sull’orgoglioso amore per se stessi, sulla brama di potere e di gloria mondana che conducono alla distruzione; La Città di Dio, al contrario, si fonda sull’amore incondizionato e sull’amore per il prossimo.
Rivolgendosi alle autorità di un Paese che ha appena costruito una nuova capitale, Ciudad de la Paz, Leone XIV ha affermato che questo nome spinga ogni coscienza a riflettere su quale città desideri servire.
Il discorso di Malabo è anche quello in cui Leone XIV ha lanciato le sue più precise denunce della politica internazionale contemporanea.
Ha parlato dell’esclusione come “il nuovo volto dell’ingiustizia sociale”, del drammatico divario tra l’uno per cento della popolazione e la stragrande maggioranza, del paradosso per cui la mancanza di terra, cibo, alloggio e lavoro coesiste con l’accesso alle nuove tecnologie.
Ha denunciato la speculazione legata alla domanda di materie prime, la negligenza nella salvaguardia del creato, dei diritti delle comunità locali e della dignità del lavoro. Ha affermato senza mezzi termini che la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali motivi la colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari, senza alcun rispetto per il diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli.
Riguardo alle nuove tecnologie, Leone XIV ha osservato che sembrano essere concepite e impiegate principalmente per scopi militari e all’interno di schemi di significato che non promettono maggiori opportunità per tutti.
Ha avvertito che, senza un cambio di rotta verso l’assunzione di responsabilità politica e il rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di essere tragicamente compromesso.
Ha concluso: «Dio non vuole questo. Il Suo santo Nome non deve essere profanato dalla volontà di dominare, dall’arroganza e dalla discriminazione: soprattutto, non deve mai essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte».
Il 22 aprile, allo Stadio di Bata, il Papa ha incontrato giovani e famiglie, in un incontro che si è rivelato uno dei più vivaci ed emozionanti dell’intero viaggio. L’ambientazione stessa era una dichiarazione d’intenti: decine di migliaia di giovani equatoguineani, con le loro danze, i costumi e i simboli – una rete da pesca, una statua della Vergine Maria, un modellino di barca e un bastone – hanno testimoniato il patrimonio vivente delle loro culture e la gioia di una fede non importata, ma incarnata.
Leone XIV ha colto al volo questa energia per articolare una teologia della gioventù e della famiglia che fosse al contempo pastorale e politica. Ha detto ai giovani che il futuro appartiene a loro, ma ha ancorato immediatamente questa affermazione a un’etica esigente: non la ricerca del successo facile, ma la cultura dell’impegno, della disciplina e del lavoro ben fatto.
Ha lodato la vocazione dei giovani uomini e donne che si donano interamente a Dio, esortando coloro che si sentono chiamati al sacerdozio o alla vita consacrata a non temere, e promettendo loro – con le parole di Cristo – cento volte tanto in cambio.
Anche il discorso alle famiglie è stato altrettanto incisivo. Attingendo alle testimonianze di giovani coppie in procinto di sposarsi e alle coraggiose parole di un adolescente di nome Vittorio Antonio — il cui racconto delle difficoltà della vita familiare, secondo le parole del Papa, «è caduto come macigni in mezzo a noi, non per distruggere ma per spingerci a costruire un mondo migliore» — Leone XIV ha insistito sul fatto che accogliere la vita richiede amore, impegno e cura, e che la famiglia rimane il terreno fertile dove affondano le radici dell’albero della crescita umana e cristiana.
Ha citato l’Amoris laetitia di Papa Francesco sulla coppia come vera scultura vivente capace di manifestare Dio Creatore, e ha esortato i fedeli a resistere ai giudizi, ai pregiudizi e agli stereotipi che tentano di sminuire il valore della famiglia.
La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, ha affermato, può davvero trasformare il mondo, comprese le sue strutture e istituzioni, affinché ogni persona trovi rispetto e nessuno venga dimenticato.
L’atto pubblico conclusivo del viaggio è stato la Messa celebrata allo Stadio di Malabo il 23 aprile, un’omelia di notevole densità scritturale.
Leone XIV ha scelto l’episodio dell’incontro tra l’eunuco etiope e il diacono Filippo (Atti 8,26-40) come chiave di lettura per l’intero viaggio africano. La figura dell’eunuco – ricco ma schiavo, intelligente ma non pienamente libero, le cui energie sono consumate da un potere che lo controlla e lo domina – è divenuto nelle mani del papa una parabola dell’Africa stessa: un continente dalle immense risorse, la cui ricchezza è al servizio di altri, il cui lavoro avvantaggia padroni stranieri.
Eppure è proprio quest’uomo, di ritorno in patria, a essere liberato dall’annuncio del Vangelo. Leone XIV ha tracciato il parallelismo con straordinaria forza: attraverso il Battesimo, lo schiavo senza discendenti rinasce a una vita nuova e libera. Il testo scritto diventa un gesto vissuto; il lettore diventa protagonista.
La teologia eucaristica dell’omelia ha ampliato poi l’orizzonte politico a quello escatologico. Leone XIV ha collegato la manna dell’Esodo – prova, benedizione e promessa – all’Eucaristia come sacramento della nuova ed eterna alleanza, il pane di Colui che è disceso dal cielo per diventare il nostro cibo.
Ha contrapposto tutto ciò a quella che Francesco aveva definito la «tristezza individualistica nata da un cuore comodo e avido», avvertendo che quando la vita interiore si chiude sui propri interessi, non c’è più spazio per i poveri, la voce di Dio non si ode più e la dolce gioia del suo amore non viene più assaporata.
L’omelia, inoltre, è iniziata con un momento di sorprendente sincerità pastorale: Leone XIV ha espresso le sue condoglianze per la recente scomparsa del Vicario Generale di Malabo, monsignor Fortunato Nsue Esono. Ha poi incoraggiato la Chiesa in Guinea Equatoriale a proseguire con gioia la missione dei primi discepoli di Gesù, leggendo insieme il Vangelo e annunciandolo con passione, affinché la parola di Dio diventi «buon pane per tutti».
Il messaggio alla politica internazionale: una sintesi
Letto nella sua interezza, il viaggio africano di Leone XIV offre un messaggio potente alla politica internazionale. È opportuno ricordare che il viaggio è stato segnato da una disputa con il presidente americano Donald Trump, che alla vigilia della partenza del Papa lo aveva attaccato definendolo “debole” e “pessimo in politica estera”.
Ogni parola pronunciata dal Pontefice è stata interpretata come una risposta alla Casa Bianca. Leone XIV ha chiarito, durante il volo per Luanda, che i discorsi erano stati preparati con settimane di anticipo e che impegnarsi in polemiche con Trump “non è affatto nel mio interesse”.
I testi papali sono, infatti, il prodotto di un lungo processo editoriale che precede la partenza. Eppure, quando il Papa denuncia “despoti e tiranni” che rendono le anime “passive e schiave del potere”, o la “colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari senza alcun rispetto per il diritto internazionale”, queste parole trascendono ogni confine.
La Dottrina Sociale della Chiesa parla in termini universali, ma risuona in molteplici direzioni. Sarebbe riduttivo affermare che non abbia nulla a che fare con Trump; altrettanto riduttivo affermare che riguardi solo lui. Leone XIV non nomina i governi: opera con la raffinatezza della diplomazia vaticana. Il riferimento all’Africa è diretto; quello globale, ineludibile. Nessun Paese è escluso.
Un messaggio costruito su cinque pilastri
Il primo è il ripudio della guerra come mezzo per risolvere i conflitti, accompagnato dall’idea di una pace che non sia meramente negativa (l’assenza di conflitto) ma positiva (giustizia, dignità, perdono). Il Papa ha invocato una pace “disarmata e disarmante”, capace di sciogliere i nodi del conflitto anziché reciderli con la violenza.
Il secondo è la denuncia del neocolonialismo e dell’estrattivismo come forme contemporanee di dominio. Leone XIV ha parlato duramente delle potenze e degli interessi che continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo, usando i profitti per alimentare la produzione di armi e la destabilizzazione.
Il terzo è una critica alla tirannia e alla corruzione, affrontate non come vizi individuali ma come patologie strutturali del potere. Il Papa ha mostrato come il dispotismo operi attraverso la tristezza, la paura, la polarizzazione, la sfiducia e la passività delle coscienze. Ha contrapposto a questa logica la gioia, la speranza, la relazione e la solidarietà come forze di liberazione.
Il quarto punto si appella al diritto internazionale e al multilateralismo, rifiutando la logica della “forza fa la ragione”. Leone XIV ha denunciato le violazioni del diritto internazionale, la colonizzazione dei giacimenti minerari senza rispetto per l’autodeterminazione dei popoli, l’uso militare delle nuove tecnologie e l’assenza di responsabilità politica globale.
Il quinto punto è l’affermazione dell’Africa come soggetto politico e culturale, non come oggetto di aiuti o sfruttamento. Il Papa ha presentato il continente come portatore di una saggezza e di una gioia che la civiltà dominante ha perduto, e ha chiesto ai suoi popoli di non rassegnarsi e di non omogeneizzarsi.
Nel primo anniversario della morte di Papa Francesco – ricordata con profonda commozione durante il volo per Malabo – Leone XIV ha dimostrato di aver raccolto e rilanciato l’eredità del suo predecessore, radicandola nella tradizione agostiniana e nella Dottrina Sociale della Chiesa, e applicandola alle sfide specifiche del 2026: l’intelligenza artificiale impiegata a fini militari, la speculazione sulle terre rare, la crisi climatica, l’esclusione digitale e la polarizzazione politica globale.
Il viaggio in Africa è stato, in questo senso, il primo grande atto di un pontificato che intende parlare al mondo.
[Fonte: Uca News (nostra traduzione); Foto: Vatican News]


