Sudan: l’illusione della normalità tra diplomazia e droni

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Al-Burhan preme per il rientro dei profughi e riapre la capitale, ma il fronte del Kordofan resta una polveriera. Il presidente de facto cerca legittimazione internazionale attraverso accordi con Arabia Saudita ed Egitto e il ritorno del governo a Khartoum, ma la realtà sul campo parla di una crisi umanitaria senza precedenti e di un 2026 che rischia di essere l’anno più cruento dall’avvio del conflitto. Il servizio di Bruna Sironi per Nigrizia.

Il generale Abdel Fattah al-Burhan – comandante supremo dell’esercito del Sudan (SAF), presidente del Consiglio di sovranità transitoria, in carica dal colpo di stato militare del 25 ottobre 2021 – sta facendo ogni sforzo per accreditarsi come l’unico rappresentante legittimo del paese, nonostante la sua divisione in due aree ben distinte.

Da un lato il Sudan centrale e orientale sotto il controllo delle SAF, dall’altro il Darfur e buona parte del Kordofan sotto il controllo delle Forze di supporto rapido (RSF) e del suo alleato, l’SPLM-N, ala di Abdel Aziz al Hilu. E veicola un’immagine di progressiva normalizzazione che sembra ancora lontana dalla realtà, visti l’infuriare del conflitto e le continue chiusure ad una soluzione politica della crisi.

Offensiva diplomatica regionale

Da tempo al-Burhan stesso, il primo ministro Kamil Idris e altri membri del suo governo sono impegnati in un’“offensiva diplomatica” nella regione e non solo.

Sono sempre più stretti i rapporti con l’Egitto. I due presidenti si sono incontrati numerose volte nel corso del 2025. Il Cairo non ha mai mancato di sottolineare il sostegno per l’integrità del Sudan. Da una base nel deserto occidentale egiziano partirebbero inoltre droni turchi a lungo raggio contro postazioni delle RSF, secondo una recente inchiesta del New York Times

Asse strategico con Riyadh

Importante anche il supporto assicurato dall’Arabia Saudita, le cui iniziative di pace sono state finora ben poco efficaci. E probabilmente ancora meno lo saranno in futuro, stante gli ultimi accordi tra i due paesi. In gennaio, al-Burhan, nel suo ruolo di presidente del Consiglio transitorio, ha emanato un decreto per la ricostituzione del Consiglio supremo per la cooperazione e coordinazione strategica tra i due paesi.

Lo scopo: rafforzare e rendere strategiche, appunto, le relazioni bilaterali in ogni settore. Intanto in quello militare, con la fornitura alle SAF di armi che Riyadh avrebbe acquistato dal Pakistan, per un valore di 1,5 miliardi di dollari. E poi in vari settori economici. È dell’inizio di gennaio un accordo in cui il governo sudanese garantisce la priorità alle compagnie saudite per la ricostruzione delle infrastrutture del paese.

Dialoghi con Qatar e Turchia

Nei giorni scorsi al-Burhan è stato in Qatar. I colloqui con l’emiro hanno riguardato la sicurezza e la stabilità del paese. Sostegno richiesto nel settore anche ad Erdogan, nella sua visita in Turchia alla fine di dicembre dell’anno scorso.

Ma non è mancato un incontro a Port Sudan anche con una delegazione militare britannica, probabilmente in vista della presidenza del Consiglio di sicurezza dell’ONU che Londra assumerà nei prossimi giorni.

Ritorno a Khartoum

Intanto le autorità sudanesi prendono provvedimenti che fanno pensare ad una progressiva normalizzazione della situazione. Dopo aver operato per quasi tre anni da Port Sudan, il governo ha annunciato nelle scorse settimane il ritorno a Khartoum, la capitale del paese, liberata dalla presenza delle RSF in marzo.

Ha invitato anche le ambasciate e le organizzazioni internazionali a riaprire i loro uffici nella capitale, nonostante la carenza di infrastrutture di base, gravemente danneggiate dai combattimenti e ripristinate solo parzialmente. Così come è stato riaperto l’aeroporto internazionale, per ora non del tutto al riparo da eventuali attacchi con droni, ma che ha ricevuto il primo volo civile negli ultimi giorni.

La battaglia del Kordofan

Ma questa immagine di ritorno ad una situazione di normalità sembra smentita dalla situazione militare.

La regione attualmente più interessata è il Kordofan, dove gli scontri tra l’esercito e i miliziani delle RSF, e dei loro alleati sono quotidiani. E dove le vittime sono, come sempre in questa guerra, soprattutto civili inermi. Troppo spesso donne, vecchi, bambini, personale sanitario, malati.

L’esercito presidia in particolare le città, che sono tenute sotto tiro dalle forze dello schieramento opposto, anche con l’uso frequente e massiccio di droni, in una battaglia che si prolunga ormai da mesi.

Assedi e crisi umanitaria

Nell’ultima settimana l’esercito ha rotto l’assedio, che durava da oltre due anni, di Dilling, la seconda città del Kordofan Meridionale, posta in una posizione strategica per le comunicazioni nell’intera regione. Ma le condizioni della popolazione non sono mutate. Le strade per gli aiuti rimangono bloccate e la situazione è ormai critica, secondo il portavoce del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.

Rimane sotto assedio Kadugli, la capitale del Kordofan Meridionale, che già in settembre era devastata dalla fame. Praticamente assediata e sotto attacco è anche El Obeid, capitale del Kordofan Settentrionale.

Previsioni per il 2026

In un’intervista a Radio DabangaNathaniel Raymond, direttore esecutivo del laboratorio di ricerca umanitaria della Scuola di salute pubblica di Yale (Yale School of Public Health Humanitarian Research Lab – HRL) ha detto che il 2026 potrebbe essere l’anno più sanguinoso del conflitto sudanese. E sa quel che dice.

Il HRL ha prodotto diverse ricerche sulla situazione sudanese. Tra le ultime, e forse la più conosciuta, quella che riguarda El Fasher, dove si denuncia la carneficina fatta dalle RSF quando hanno preso la città.

Nel corso di quest’anno il HRL seguirà in particolare proprio l’evoluzione della situazione a Dilling, Kadugli ed El Obeid, dove potrebbero verificarsi condizioni simili a quelle di El Fasher. Se le RSF avessero la meglio, a rischio potrebbero essere anche Khartoum e Omdurman, dove sono rientrati molti profughi, dice ancora Nathaniel Raymond.

Il rischio dei rimpatri

E molti ancora, sotto la spinta del governo, potrebbero rientrarne nelle prossime settimane. Anzi, gli sfollati potrebbero tornare a casa prima dell’inizio del Ramadan, il 18 febbraio, a sentire al-Burhan che sostiene che ora la situazione è “sicura e stabile“.

In Uganda, dove risiedono poco meno di 100mila profughi, si è costituito un Comitato per il rimpatrio volontario che si propone di contattarli personalmente e supportarli nelle pratiche necessarie per il rientro.

Situazione critica per i profughi sudanesi in Egitto, che ne ospita più di 1,5 milioni. In una serie di veri e propri raid delle forze dell’ordine egiziane, molti sono stati arrestati e deportati. Ci sarebbero sospetti che l’operazione sia stata concordata con il governo sudanese, che nega le accuse.

Stabilità di facciata

Non è azzardato dire che premere per il ritorno dei profughi potrebbe essere una sfida sulla pelle della popolazione, a supporto di un’immagine internazionale falsata, stante la situazione che di stabile e normale ha ancora ben poco, checché ne dica il facente funzione di presidente.

Anche perché non ci sono segni di negoziati accettati dalle parti in conflitto mentre sembra esclusa una vittoria militare, che tutti gli osservatori giudicano impraticabile.

Repressione dell’opposizione politica

Nessun segno di normalizzazione anche dei rapporti con l’opposizione politica, costantemente minacciata. A Port Sudan ci sono diversi processi in corso contro esponenti dell’opposizione, tra cui l’ex primo ministro Abdalla Hamdok, presidente della rete Civil Democratic Alliance, conosciuta anche come Sumoud, che si batte per una soluzione politica del conflitto.

Nei giorni scorsi Hamdok e gli altri componenti dell’organizzazione sono stati minacciati da al-Burhan di essere banditi per sempre dal paese. Contro Yassir Arman, altro politico di peso sempre attivo a sostegno di corridoi umanitari e per una soluzione politica della crisi, pende addirittura l’accusa di terrorismo e di sedizione. Accuse simili anche a diversi leader dell’alleanza per un nuovo Sudan, conosciuta come Tasis, capeggiata dalle RSF.

Inerzia della comunità internazionale

Pensano che la situazione sia ad un punto critico anche le 62 organizzazioni internazionali, arabe e africane per la difesa dei diritti umani che hanno firmato un appello in cui si dicono preoccupate per la possibile disintegrazione del paese. Mentre, dicono, “la comunità internazionale è incapace di prevenire il ritorno del genocidio, il diffondersi delle atrocità e l’utilizzo del sistema giudiziario come un’arma di offesa”.

Le sanzioni mirate contro personaggi ritenuti responsabili delle atrocità del conflitto sono ormai numerose. L’Unione Europea ne ha comminate una serie. Le ultime 7 pochi giorni fa. Ma il provvedimento, seppur necessario, sembra un’arma spuntata, di facciata, del tutto inefficace.

Nel concludere la sua intervista a Radio Dabanga, Nathaniel Raymond dice che in questa guerra civile, i sudanesi “sono derubati delle loro risorse e del loro futuro… Che cosa si doveva fare? Avremmo dovuto chiamare la polizia. Ed è quello che non abbiamo fatto”, riferendosi ad una missione di pace che, a suo parere, sarebbe stata necessaria e non è stata neppure per un momento considerata una possibile opzione.

[Fonte e Foto: Nigrizia]