
Sudan: oro e gomma arabica finanziano l’economia di guerra

L’ufficio ONU per i diritti umani chiede l’attuazione di regole stringenti sulla tracciabilità della filiera di importazione della resina di acacia. Ne riferisce Nigrizia.
Non solo oro. Nell’economia che finanzia la guerra in Sudan, un ruolo significativo è svolto anche dal commercio della gomma arabica.
Già a gennaio di quest’anno uno studio dell’organizzazione PAX, riportato anche da Nigrizia, denunciava come la preziosa resina estratta dagli alberi di acacia alimentasse un’economia ombra militarizzata, gestita prevalentemente dalle milizie Forze di supporto rapido (RSF) nelle vaste aree da loro controllate.
Prima ancora se ne parlava in un rapporto al Consiglio di sicurezza ONU, diffuso nell’aprile del 2025 sullo stato del paese.
A denunciarlo è ora anche l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) che esorta gli stati, le imprese e le parti coinvolte nell’industria sudanese della gomma arabica a rispettare il diritto internazionale, sollecitando una rigorosa “due diligence” sulla provenienza, ovvero l’attuazione di regole stringenti sulla tracciabilità dell’intera filiera.
Prima dello scoppio della guerra nell’aprile 2023, il Sudan rappresentava circa il 70-80% delle esportazioni globali di gomma arabica grezza, per un valore di 183 milioni di dollari all’anno.
Il grosso della produzione si concentrava nella cosiddetta “cintura della gomma arabica”, che comprendeva le regioni del Kordofan e del Darfur, e gli stati del Nilo Azzurro, del Nilo Bianco, di Sennar e di Gedaref.
Anche oggi, fa notare l’OHCHR, il Sudan continua a detenere una “quota sostanziale” dell’offerta globale, nonostante il conflitto e i gravi rischi per i diritti umani.
Da qui l’appello per interventi urgenti di controllo. «Questa economia di guerra deve essere smantellata e la comunità internazionale deve prestare molta più attenzione alle materie prime e alle rotte commerciali che contribuiscono a mantenerla in vita», ha dichiarato la portavoce dell’OHCHR, Ravina Shamdasani.
La resina, utilizzata in bevande analcoliche, alimenti, cosmetici e prodotti farmaceutici, viene estratta nelle aree maggiormente colpite dal conflitto, dove molti sudanesi che dipendono dal suo commercio subiscono “minacce, detenzioni arbitrarie, saccheggi ed estorsioni” da parte dei due belligeranti e dei loro alleati.
Il rapporto evidenzia come quantità significative di questa materia prima siano prelevate da aree controllate dalle RSF e contrabbandate nei paesi limitrofi – dal Sud Sudan verso il porto di Mombasa, in Kenya, a sud; verso il Ciad e la Repubblica Centrafricana e fino al porto di Douala, in Camerun, a ovest – che poi le esportano etichettandole come prodotti locali, rendendone difficile il tracciamento.
Il report parla di “almeno 3.700 tonnellate saccheggiate (dalle RSF) tra gennaio e giugno 2024”.
Nelle aree controllate dalle Forze armate sudanesi (SAF), la gomma arriva invece a Port Sudan, sul Mar Rosso, da dove viene imbarcata e spedita in mezzo mondo.
La gomma arabica insanguinata arriva così anche in Europa – sulle etichette è segnalata come additivo con la sigla E414 – e nelle nostre case.
Importante dunque che, così come ha fatto di recente per l’oro, l’Unione Europea ne vietasse l’importazione dal Sudan.
L’Europa vieta l’importazione e il commercio di oro dal Sudan
È la prima misura adottata dall’UE per colpire il mercato del prezioso minerale che finanzia il conflitto. Il servizio di Nigrizia.

Un’importante prima misura di contrasto al commercio dell’oro che finanzia la guerra in Sudan è stata annunciata ieri dal Consiglio dell’Unione Europea che ha vietato acquisto, importazione o trasferimento di oro proveniente dal paese, teatro da oltre tre anni di un conflitto che ha causato una delle peggiori emergenze umanitarie del pianeta.
L’organismo composto dai ministri dei 27 stati membri dell’UE ha inoltre stabilito il divieto di vendita, fornitura, trasferimento o esportazione di mercurio e cianuro in Sudan, essendo queste sostanze – tra l’altro altamente tossiche e inquinanti – ampiamente utilizzate nell’estrazione e nella lavorazione dell’oro.
Uniche deroghe per le due sostanze riguardano “beni destinati a scopi umanitari, emergenze sanitarie pubbliche e interventi in caso di calamità”.
Nel comunicato si legge inoltre che “entrambe le misure sono accompagnate dal divieto di fornitura di servizi correlati, tra cui assistenza tecnica, servizi di intermediazione e assistenza finanziaria”.
L’intenzione è quella di fare pressione alla base della catena che permette all’oro estratto e contrabbandato illegalmente dal paese di raggiungere i mercati europei.
Si tratta di una prima misura adottata dall’UE in questo senso che ha un rilevante valore politico ma che rischia di non sortire effetti determinanti sul piano pratico.
Gran parte dell’oro che finanzia il conflitto sudanese – si stima il 90% della produzione – viene infatti estratto da miniere informali. Da lì viene contrabbandato dalle due parti in conflitto in paesi vicini, come Egitto, Ciad, Libia, Sud Sudan, arrivando in Uganda e Kenya ma, come documentato da diverse inchieste sul tema, una parte finisce anche direttamente negli Emirati Arabi Uniti, dove viene ripulito e immesso legalmente nel mercato internazionale, Europa compresa.
Sarebbe proprio l’oro la principale moneta di scambio utilizzata sia dalle Forze armate sudanesi (SAF) che dalle milizie Forze di supporto rapido (RSF) per l’acquisto di armi e sistemi di difesa sempre più sofisticati e letali.
Per misure davvero efficaci, dunque, le restrizioni dovrebbero colpire anche i principali paesi di transito, raffinazione e commercializzazione dell’oro sudanese.
È quello che chiedono Fondazione Nigrizia e i Missionari Comboniani, assieme a decine di organizzazioni della società civile. In particolare si chiede alla Commissione europea di dotarsi di un regime di sostenibilità d’impresa (Due Diligence) specifico per l’oro, capace di rafforzare i controlli sulle raffinerie, sugli hub commerciali e sui prodotti derivati, integrando – e non sostituendo – l’attuale normativa sui minerali da conflitto.
Le misure adottate il 13 luglio non sono le prime iniziative di contrasto attuate dall’Unione Europea riguardo al conflitto sudanese. Il 30 gennaio l’UE ha imposto sanzioni – congelamento dei beni e divieto di viaggio – nei confronti di 18 individui e 8 entità collegate alle RSF, alle SAF e alla milizia islamista Baraa bin Malik Battalion, alleata dell’esercito.
Più di recente, il 9 luglio, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede all’Unione Europea di designare le RSF come organizzazione terroristica e di imporre sanzioni ai responsabili degli attacchi contro i civili, nonché a una società con sede negli Emirati Arabi Uniti, la Global Security Services Group, per aver violato l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite alla regione occidentale del Darfur, in gran parte controllata dalle RSF.
[Fonte e Foto: Nigrizia]


