Un nuovo conflitto in Etiopia può aprire gli occhi dell’Europa sulle gravi contraddizioni del Paese

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L’Etiopia di Abiy Ahmed è da tempo diventata un fattore di instabilità nel Corno d’Africa. Italia, UE e USA hanno continuato a sostenerne la leadership etiopica quasi senza condizioni, contribuendo al rischio di una nuova guerra.

Di Giuseppe Mistretta, ex ambasciatore in Etiopia *, da Nigrizia

In Etiopia le nuove operazioni militari nella regione del Tigray (ma anche dell’Afar e dell’Amhara), ed il forte rischio di una seconda guerra civile non possono considerarsi come una sorpresa.

Il conflitto in Tigray non è mai davvero finito

Da mesi, dopo il ritorno in maggio del “duro” Debretsion Gebremichael alla presidenza regionale del Tigray, si accavallavano notizie circa una riorganizzazione delle milizie locali, attraverso una coscrizione forzata dei giovani tigrini da parte del governo di Makallè ed intensi contatti militari fra la leadership regionale e quella della confinante Eritrea.

Il conflitto in Tigray (2020-2022) in realtà non è mai terminato, anzi si è esteso negli ultimi anni alle regioni dell’Amhara e dell’Oromia, dove le locali milizie Fano ed OLA attuano da tempo operazioni di guerriglia e rapimenti.

Per quanto riguarda il territorio tigrino, dopo la cessazione delle ostilità nel 2022, la popolazione ha continuato a patire condizioni di miseria e di grave disagio; mancanza di un rilancio e di una rapida ricostruzione della locale economia e delle infrastrutture; assenza di un serio programma di giustizia transitoria per individuare i responsabili dei massacri di quella triste parentesi della storia dell’Etiopia, che causò 600 mila vittime, stupri e violenze nel silenzio generale delle diplomazie e delle opinioni pubbliche internazionali.

I limiti dell’Accordo di Pretoria

Sono stati anche evidenziati in varie circostanze i difetti di fabbrica dell’Accordo di Pretoria, che pose fine frettolosamente al conflitto tigrino grazie alla mediazione dell’Unione Africana.

In quell’occasione non furono invitati al tavolo dei negoziati né l’Eritrea (all’ epoca fondamentale alleata del governo federale di Addis Abeba contro le milizie tigrine), né rappresentanti delle milizie Amhara e Oromo, che pure avevano partecipato ai combattimenti del 2020-2022.

Anche le gravi dispute relative al contenzioso territoriale fra Amhara e Tigray sulla parte occidentale della regione tigrina furono lasciate senza risposte dall’intesa, così come altre rivendicazioni di autonomia in tutto il paese.

Le tensioni sul Mar Rosso

Se, come pare, ci si avvia verso una nuova guerra civile in Etiopia, essa sembra destinata questa volta ad assumere una dimensione regionale, con il coinvolgimento degli Stati africani limitrofi e probabilmente di alcuni paesi del Golfo, fra cui gli Emirati.

Le aspirazioni del Premier etiope Abiy Ahmed (nella foto) ad uno sbocco territoriale sul Mar Rosso, sostenute da Abu Dhabi,  provocano forti tensioni con Eritrea, Egitto, e Sudan, che non intendono lasciare ad un’Etiopia fuori controllo una parte della costa orientale africana a ridosso dello Stretto di Bab El Mandeb.

Il Sudan accusa inoltre il governo di Addis di favorire le milizie di opposizione RSF nel cruento conflitto interno sudanese, che si protrae da oltre tre anni. L’Egitto, dal canto suo, ha un contenzioso aperto con l’Etiopia per via della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la monumentale diga sul Nilo Azzurro ormai in funzione, che rischia di alterare la portata delle acque del fiume a valle, nel suo corso egiziano.

Un nuovo conflitto interno nel nord dell’Etiopia andrebbe ad intrecciarsi con queste complesse dinamiche regionali; probabilmente è ciò su cui contano le autorità locali tigrine in questa loro ripresa delle ostilità, per indebolire in maniera decisiva il governo di Addis Abeba, la cui politica aggressiva nei confronti dei vicini regionali ha procurato al paese molti nemici nell’area.

L’Etiopia a rischio frazionamento

Pochi giorni prima della riapertura dei combattimenti in Tigray, e dell’occupazione lo scorso 22 settembre da parte delle forze tigrine degli aereoporti di Makallè, Shire ed Axum, il TPLF aveva lanciato un’alleanza con altre 6 milizie di opposizione al governo federale, fra cui le Fano (Amhara) e le OLA (Oromo), con l’obiettivo dichiarato di scalzare dal governo il premier Abiy.

Anche questo è un fattore del tutto nuovo rispetto al conflitto del 2020-22, dove proprio la mancanza di coordinamento fra le milizie locali giocò in favore della vittoria finale da parte dell’esecutivo federale.

Non è ancora detto che gli scenari più catastrofici si realizzino, tuttavia è indubbio che l’Etiopia dalla presa del potere del suo “messianico” e visionario leader Abiy Ahmed stia andando incontro ad un processo di balcanizzazione e frazionamento che non è più possibile ignorare in ambito internazionale.

Le responsabilità dell’Europa e dell’Occidente

E qui entrano in gioco le gravi responsabilità dell’Europa e di ciò che resta dell’Occidente.

Malgrado il grave conflitto in Tigray del 20-22, le sue 600.000 vittime e gli altri crimini di guerra; malgrado i vari atti di destabilizzazione regionale intrapresi dello stesso Abiy Ahmed, e le sue mire espansionistiche volte a ricreare un’Etiopia imperiale; malgrado questi ed altri numerosi segnali di allarme, l’Unione Europea, i suoi singoli membri (inclusa l’Italia) e gli Stati Uniti hanno continuato a trattare con Addis Abeba come se nulla fosse successo, mantenendo con il paese una partnership forte e sostanzialmente acritica.

Senza rendersi conto che l’Etiopia, da quasi 10 anni, non è più il pilastro della stabilità regionale, il garante di pace e sviluppo nel Corno d’Africa, come era stata durante il periodo del post Menghistu, ma all’opposto, uno Stato destabilizzatore.

Abiy Ahmed e il declino del ruolo regionale dell’Etiopia

Dopo l’ascesa al potere di Abiy Ahmed e la guerra in Tigray, l’Etiopia non è più la stessa; le folli spese in debito, alimentate dagli Emirati, per far diventare Addis Abeba una specie di Dubai africana non bastano a mascherare che lo Stato etiopico si è nel suo complesso indebolito, la sua popolazione si è molto impoverita, i rapporti con tutti i paesi vicini sono deteriorati.

Gli aiuti internazionali senza condizioni sui diritti umani

In nome del posizionamento economico e geo-strategico dei paesi occidentali, si sono continuati a versare nelle casse del governo etiopico da parte del FMI, della Banca Mondiale, della Banca africana di sviluppo, della UE, dei suoi singoli membri e degli Stati Uniti centinaia di milioni di dollari senza chiedere in cambio neanche standard minimi sui diritti umani, sulla rule of law, sui risarcimenti per le popolazioni colpite dalla guerra civile, su una giustizia equa per le atrocità commesse.

Né si è mai chiesta a quell’esecutivo la fine dei bombardamenti con droni sulle popolazioni civili, effettuati dall’esercito federale ogni qual volta venga messo in difficoltà dalle milizie locali di opposizione.

Chissà che un riavvio del conflitto civile in Etiopia non possa servire almeno ad aprire finalmente gli occhi alle diplomazie occidentali sulle reali contraddizioni di quel paese e della sua leadership.

* Giuseppe Mistretta è stato ambasciatore italiano in Etiopia (2014-2017) ed è autore del libro Tigray, la guerra invisibile (Luiss University Press, 2025)

[Fonte e Foto: Nigrizia]