
Brasile: operatore umanitario, “con l’attuale governo le comunità dell’Amazzonia possano avere diritto all’autodeterminazione”

Incontro-testimonianza alla Fondazione Magis con il prof. Juscèlio Mendonça Pantoja, nativo dell’Amazzonia brasiliana ed educatore presso il Centro Alternativo de Cultura di Belém. “La Cop30 non è stata soltanto simbolica, bensì strategica per mettere le voci della foresta al centro del dibattito”.
“Dal 2019 al 2023, con la presidenza Bolsonaro, in Amazzonia c’è stata una sostanziale perdita dei diritti sociali ed ambientali: l’ambiente è stato depauperato, è stato dato spazio a entrare nelle foreste a grandi aziende con grandi opere che portano a una distruzione dell’Amazzonia. Dal 2023, con la nuova presidenza Lula, si conta di avere la possibilità di scegliere uno scenario diverso: quindi una politica che permetta ai popoli dell’Amazzonia di avere il diritto di scegliere in un processo democratico, altrimenti si passa da un autoritarismo all’altro, e di avere un proprio diritto all’autodeterminazione”.
Risponde anche alle domande dei presenti il prof. Juscèlio Mendonça Pantoja, nativo dell’Amazzonia brasiliana ed educatore presso il Centro Alternativo de Cultura di Belém, durante l’incontro-testimonianza presso la Fondazione Magis a Roma, venerdì 20 febbraio, in cui ha portato soprattutto la propria esperienza di formatore presso il Cac sia nella fase di preparazione che durante i lavori della Cop30, la Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici svoltasi nella città amazzonica brasiliana dal 10 al 21 novembre scorsi.
Da anni, peraltro, il centro sociale dei gesuiti brasiliani in Amazzonia opera per la giustizia socio-ambientale servendo le popolazioni locali, in particolare ribeirinhas (popolazioni che vivono lungo i fiumi) e quilombolas (discendenti degli schiavi neri fuggiti dalle piantagioni), che subiscono gravi violazioni dei diritti umani ed anche nuove forme di schiavitù.
In relazione allo svolgimento delle Cop, Mendonça ha parlato di “due scenari: uno dei capi di Stato e di governo, preoccupati delle sorti della politica e dell’economia, e uno della maggior parte della società, preoccupata per la sopravvivenza dell’ambiente”. Dal 2015, poi, “si è avuta una presenza forte della Chiesa, in concomitanza con l’uscita dell’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco e con la Cop di Parigi”.
Guardando quindi a quella che è stata la Cop30 di Belém, cui Mendonça ha partecipato, lo svolgimento era diviso in tre parti e aree: la Blue Zone, con gli eventi ufficiali, accreditati, di governi e delle Ong; la Green Zone, con gli eventi paralleli, le esposizioni e altro; e gli eventi e i processi autonomi, della società civile, con la presenza di decine di migliaia di persone.
“La Cop30 – ha spiegato Mendonça – non è stata solo simbolica, bensì strategica per mettere le voci della foresta al centro del dibattito”. E questo dopo “il discredito delle edizioni svoltesi in Azerbaigian e a Dubai, in cui ha prevalso l’influenza delle lobby petrolifere”.
“In Amazzonia si uccide per le finalità delle esplorazioni estrattive”, ha denunciato l’operatore umanitario, secondo cui è fondamentale “proteggere coloro che operano nella difesa dell’ambiente”. Mendonça ha comunque messo in luce anche alcune “incoerenze” della Conferenza di Belém, per i cui lavori, “per garantire un ingresso e un’uscita autonomi, e anche una via di fuga, ai capi di Stato, è stato distrutto un pezzo di foresta tra la sede della Cop e l’aeroporto di Belém”.
Molto importante, però, è stata “la partecipazione popolare e della società civile, perché non ci può essere una modificazione delle politiche per l’ambiente se non parte dal basso”. E dal punto di vista del confronto politico, cruciale resta l’aspetto del “credito di carbonio”, lo strumento economico-ambientale concepito per contrastare i cambiamenti climatici, incentivando la riduzione delle emissioni e lo sviluppo di tecnologie sostenibili.
A Belém le principali agende hanno tenuto banco nella ‘Zona Azul’ e nella ‘Zona Verde’, ma per quanto riguarda la conferenza parallela, si ricorderà quella che è stata la ‘Cùpula do Povos’ (il Vertice dei poveri), con 10 mila persone tra il 12 e il 16 aprile, come pure la Marcia del Clima il 15 novembre.
Non è mancata anche una ‘Cùpula das Infancias’ (Vertice dell’infanzia). E dai vari momenti è scaturita un Dichiarazione dei Poveri e una Lettera dei Bambini, che sono state consegnate ai leader della Cop, e sono state recepite anche nei rapporti di scambio con i rappresentanti del governo brasiliano.
Mendonça ha ricordato che, nel lavoro preparatorio di conoscenza, “i rappresentanti dei poveri e della Chiesa sono andati in diversi territori per parlare e dialogare con i popoli locali”. E sottolineando che da tempo è attivo il Movimento dei Gesuiti per la Giustizia climatica, ha riferito che alla Conferenza di Belém hanno partecipato 40 gesuiti da tutto il mondo. Ma tutta la Chiesa è stata molto attenta all’importanza e alle istanze presenti nell’evento, “quella brasiliana, quella latino-americana e quella universale, in una chiave di sinodalità sul tema dei cambiamenti climatici”. Presenti anche le altre confessioni religiose, compreso un “coordinamento ecumenico”.
“Oggi tutti possono comprendere meglio l’importanza di quelli che fanno la difesa della foresta amazzonica”, ha osservato Mendonça, contro ogni logica di sfruttamento indiscriminato, di deforestazione, di espropriazione e distruzione delle risorse naturali, a discapito delle popolazioni locali e con conseguenze deleterie sull’ambiente e sul clima.
E ha messo molto l’accento anche sulla necessità, a livello locale, di un lavoro di “educazione alla politica”, di “un processo pedagogico, come quello che facciamo al Cac, fondato sulla spiritualità ignaziana: sul discernimento per stabilire ogni volta qual è il bene maggiore, oppure qual è il male minore, e saper così percorrere la strada giusta. Un discernimento – ha concluso – che si comincia a fare a partire dai bambini”.
[Foto: F. Gasparroni/Tra Cielo e Terra]



