
Dieci anni fa la messa di papa Francesco a Ciudad Juàrez, al confine tra Messico e Stati Uniti

Bergoglio nella “Lampedusa d’America” per dire no ai muri e alle violenze sui migranti.
CITTA’ DEL VATICANO, 17 FEB – E’ stato, senza ombra di dubbio, uno dei momenti più simbolici e carichi di significati del pontificato di papa Francesco. Esattamente dieci anni fa, il 17 febbraio 2016 (anche se in Italia, complice il fuso orario, era già scattato il 18), papa Bergoglio celebrò messa a Ciudad Juàrez, proprio al confine tra Messico e Stati Uniti, portando così la sua presenza e il suo alto esempio in un altro dei luoghi-cardine del dramma mondiale delle migrazioni.
A Ciudad Juàrez, città duramente piagata dalla violenza dei narcos e dai traffici di persone, il Pontefice mise l’accento sulla tragedia delle masse di migranti ‘latinos’ che premono alla frontiera Usa: una frontiera da tempo sbarrato da una rete metallica, uno dei “muri” del mondo attuale, simbolo di divisione e di esclusione. E’ questo che il Papa volle sottolineare col suo gesto altamente emblematico sulle rive del Rio Grande: arrivando in ‘papamobile’ nell’area fieristica dove poi avrebbe celebrato la messa, ultimo atto del suo intenso viaggio in Messico (12-18 febbraio 2016), il Papa sostò proprio davanti alla rete posta al confine, parlò alle persone sull’altro lato, nel territorio della texana El Paso, benedisse e mostrò vicinanza alla sorte di migranti che, anche una volta riusciti a superare l’agognata frontiera, vivevano in situazioni di povertà e precarietà.
Nell’area fieristica di quella che si può definire la “Lampedusa d’America” – memori anche del primo viaggio che il Papa compì nel suo pontificato, nel luglio 2013, nell’isola simbolo delle ecatombi in mare nel Mediterraneo – per la prima volta fu celebrata da un Pontefice una messa al confine tra due nazioni, con fedeli che vi assistevano da entrambi i lati. Il palco era posto a soli 80 metri dal confine e furono oltre 200 mila le persone che la seguirono da parte messicana, di cui 30 mila all’interno dello stadio, e 50 mila quelli dal versante americano, ai quali fu data anche la comunione.
Intensissimi erano e sono i tentativi di flussi migratori dal Messico verso gli Usa, dove la popolazione di origine messicana supera i 30 milioni di persone. E proprio a Ciudad Juàrez si concentrano migliaia di migranti dall’America Centrale e Meridionale che cercano senza sosta di passare dall’altra parte. Un cammino, oltre che segnato da gravi drammi umanitari e da situazioni di pesante povertà, sottoposto anche a forme di tratta, sequestro, estorsione, di traffici umani, di autentico “schiavismo”.
Tanto che incontrando prima della messa, nel “Colegio de Bachilleres” dello Stato di Chihuahua, il mondo del lavoro, imprenditori e lavoratori, di una Ciudad Juàrez che cercava allora un rilancio economico anche abbattendo i livelli di violenza e criminalità, Francesco sentì il bisogno di lanciare un vero e proprio anatema: “Dio chiederà conto agli schiavisti dei nostri giorni, e noi dobbiamo fare tutto il possibile perché queste situazioni non si verifichino più. Il flusso di capitale non può determinare il flusso e la vita delle persone”.
Prima ancora, visitando il penitenziario “CeReSo n.3”, considerato in passato come una delle carceri più pericolose e violente a livello mondiale, così come Juàrez e’ stata ritenuta, fino al 2011, la città più a rischio del pianeta, e dove sono detenuti centinaia di sicari dei narcos, Bergoglio ricordò “il cammino urgente che dobbiamo intraprendere per rompere i giri viziosi della violenza e della delinquenza”.
Anche la messa della sera fu dedicata da Francesco a tutte le vittime della violenza: invitati molti familiari delle vittime della criminalità, tra cui i genitori dei 43 studenti ‘desaparecidos’ nel settembre 2014 ad Iguala.

“Mai più morte e sfruttamento! C’e’ sempre tempo per cambiare, c’è sempre una via di uscita e un’opportunità, c’è sempre tempo per implorare la misericordia del Padre”, affermò Francesco durante la celebrazione. “Qui a Ciudad Juàrez, come in altre zone di frontiera – disse nell’omelia -, si concentrano migliaia di migranti dell’America Centrale e di altri Paesi, senza dimenticare tanti messicani che pure cercano di passare ‘dall’altra parte’. Un passaggio, un cammino carico di terribili ingiustizie: schiavizzati, sequestrati, soggetti ad estorsione, molti nostri fratelli sono oggetto di commercio del transito umano”.
“Non possiamo negare – osservò ancora il Papa – la crisi umanitaria che negli ultimi anni ha significato la migrazione di migliaia di persone, sia in treno, sia in autostrada, sia anche a piedi attraversando centinaia di chilometri per montagne, deserti, strade inospitali”. Questa “tragedia umana” che la “migrazione forzata” rappresenta, al giorni d’oggi è “un fenomeno globale”, proseguì. “Questa crisi, che si può misurare in cifre, noi vogliamo misurarla con nomi, storie, famiglie. Sono fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza, dal narcotraffico e dal crimine organizzato”.
Secondo Francesco, “a fronte di tanti vuoti legali, si tende una rete che cattura e distrugge sempre i più poveri. Non solo soffrono la povertà bensì soprattutto queste forme di violenza. Ingiustizia – avvertì – che si radicalizza nei giovani: loro, come carne da macello, sono perseguitati e minacciati quando tentano di uscire dalla spirale della violenza e dall’inferno delle droghe. E che dire delle tante donne alle quali con la violenza è stata ingiustamente tolta la vita!”.
“Chiediamo al nostro Dio il dono della conversione, il dono delle lacrime”, aggiunse Bergoglio. “Mai più morte e sfruttamento! – concluse – C’e’ sempre tempo per cambiare”. E al termine dell’omelia, il Papa rivolse il suo saluto ai fedeli al di là del confine Usa, a El Paso, tra cui i molti nello stadio Sun Bowl. “Con l’aiuto della tecnologia – sottolineò -, possiamo pregare, cantare e festeggiare insieme l’amore misericordioso che Dio ci dona, e che nessun confine ci può impedire di condividere”. “Grazie, fratelli e sorelle a El Paso – soggiunse -, per farci sentire una sola famiglia e una sola comunità cristiana”.
La coda, anch’essa particolarmente significativa, di quella grande giornata fu poi la conferenza stampa con i giornalisti al seguito durante il volo di ritorno in Italia. “Una persona che pensa di fare i muri, chiunque sia, e non fare ponti, non è cristiano. Questo non è nel Vangelo”: così infatti papa Francesco rispose a una domanda sulle affermazioni dell’allora candidato alle presidenziali Usa Donald Trump di voler costruire 2.500 km di muro lungo la frontiera e deportare 10 milioni di immigrati. I cattolici americani devono votarlo? “Non mi immischio: solo dico, questo uomo non è cristiano, se dice queste cose. Bisogna vedere se ha detto così oppure no. Su questo do il beneficio del dubbio”.
A proposito del fatto che Trump in un’intervista lo aveva definito un uomo politico e forse una pedina del governo messicano sulla politica dell’immigrazione, Bergoglio quindi rispose: “Grazie a Dio che ha detto che sono un politico, perché Aristotele definisce la persona umana come ‘animal politicus’, quindi sono una persona umana”. “Che sono una pedina, mah, forse, non so, lo lascio al giudizio di voi, della gente”, aggiunse il Pontefice.
Immediata anche la replica: “Il Papa? E’ un personaggio molto politico”, ribadì Donald Trump. “Stanno usando il Papa come una pedina, e dovrebbero vergognarsi di farlo”, puntò il dito il tycoon, non ancora presidente. E aggiunse: “Per un leader religioso mettere in dubbio la fede di una persona è vergognoso”: “Io sono orgoglioso di essere cristiano e come presidente non permetterò alla cristianità di essere continuamente attaccata e indebolita, proprio come sta avvenendo adesso, con l’attuale presidente” americano, cioè Barack Obama. Sono passati dieci anni, tante cose sono avvenute nel frattempo, ma sembrano proprio altri tempi anche nei rapporti tra i Papi e la leadership politica.
[Foto: L’Osservatore Romano]



