Ecuador: da “isola di pace” a uno dei Paesi più violenti al mondo

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 Da “isola di pace” a undicesimo Paese più violento al mondo, a pari merito con Siria, Iraq e Afghanistan, secondo la Global Initiative Against Transnational Organised Crime. È l’Ecuador dove il 9 gennaio, il presidente Daniel Noboa, ha dichiarato l’esistenza di un “conflitto armato interno”. L’Ecuador fino al 2019 aveva un tasso di un tasso di 6,7 morti violente ogni centomila abitanti. Oggi si sfiora i 45 morti ogni centomila abitanti, riferisce l’agenzia vaticana Fides.

È il narcotraffico la causa principale dello sprofondamento del Paese nell’inferno della violenza perpetrata da bande criminali in lotta tra loro e con lo Stato. Stretto tra i due grandi produttori di cocaina, Colombia e Perù, l’Ecuador grazie alle sue infrastrutture stradali e al porto di Guayaquil è diventato importante snodo di transito della cocaina colombiana e peruviana destinata ai mercati internazionali, in particolare a quelli nord americani ed europei. Accanto a quello di cocaina si stanno affermando anche il traffico di eroina e di fentanil. Secondo alcuni studi le violenze tra le bande sono scoppiate per il controllo dell’esportazione di banane (di cui l’Ecuador è il più grande esportatore al mondo) dal porto di Guayaquil, utilizzato per il contrabbando di droga.

A questo si aggiunge un’economia fondata sul dollaro, che rende più facili gli scambi tra le organizzazioni criminali e il riciclaggio di denaro; i deboli strumenti a disposizione dello Stato per controllare i flussi commerciali legittimi in entrata e in uscita dal Paese, dietro i quali si nascondono i carichi di droga; una società con sviluppo diseguale e non inclusivo con alti tassi di disoccupazione e di lavori “in nero”; l’impatto su una gioventù priva di prospettive dei social media attraversi i quali sono veicolati i disvalori dei narcos.

La riduzione del budget del governo per il rinnovamento del sistema carcerario deciso già diversi anni fa si è aggravata nel 2020 con la pandemia, portando al licenziamento dei funzionari carcerari e all’eliminazione delle direzioni nel settore della giustizia. Questo ha portato all’assunzione del controllo delle sempre più affollate 34 carceri da parte dei gruppi criminali ecuadoregni, strutturati secondo i modelli importati dall’estero.

L’arrivo di organizzazioni internazionali di narcotrafficanti di origine colombiana, messicana, brasiliana, italiana, balcanica (albanese) ha portato alla formazione sul loro modello di bande criminali che reclutano agevolmente tra la popolazione indigente e che allo stesso tempo, si compra i favori dei funzionari statali a suon di dollari.

Non a caso la crisi scoppiata a inizio gennaio di quest’anno è stata preceduta pochi mesi prima dall’avvio della campagna anticorruzione Metastasis alla quale ha partecipato il procuratore César Suárez, ucciso il 17 gennaio e alla vigilia di un’operazione decisa dal presidente Daniel Noboa per riprendere il controllo delle carceri. L’importazione di modelli criminali stranieri, soprattutto di quello colombiano e messicano (il culto della Santa Muerte), ha pure una dimensione parareligiosa, esemplificata dai rituali macabri di alcuni efferati omicidi, trasmessi in diretta streaming sui social (smembramenti, cadaveri decapitati o senza arti e organi vitali esposti all’aperto).

La prospettiva ora è quella di una lenta ripresa del controllo da parte dello Stato anche con l’aiuto di altri Paesi. La categoria usata dal presidente Noboa di “conflitto armato interno” per descrivere la situazione e la conseguente risposta dello Stato, ricorda però il concetto di “guerra interna” (tipico della dottrina della passata Sicurezza Nazionale) che potrebbe portare a una militarizzazione della società e un indebolimento della democrazia.

(Fonte: Fides; Foto: InSight Crime)