Czerny, “Cuba possa avere più serenità, sviluppo, armonia e speranza. Ogni decisione internazionale sia guidata da saggezza, prudenza e ricerca del bene di tutti”

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Messa “per la pace e lo sviluppo sociale” nell’isola caraibica, promossa nella Chiesa di Sant’Ignazio, a Roma, dall’Ambasciata di Cuba presso la Santa Sede.

ROMA – “Preghiamo affinché l’amata terra di Cuba possa vivere giorni di maggiore serenità, di autentico sviluppo umano e sociale, di armonia e di speranza. Preghiamo affinché ogni decisione politica, economica e internazionale sia guidata dalla saggezza, dalla prudenza e da una sincera ricerca del bene di tutti. Imploriamo il Signore di convertire i cuori di tutti alla fraternità universale”. E’ quanto ha detto il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale, nella messa celebrata venerdì pomeriggio nella Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, a Roma, “per la pace e lo sviluppo sociale a Cuba”, un evento religioso promosso dall’Ambasciata di Cuba presso la Santa Sede.

“Questo pomeriggio portiamo davanti all’altare del Signore le sofferenze, le speranze e le aspettative del popolo cubano – ha affermato Czerny nell’omelia -. Lo facciamo con rispetto, sincerità e profondo affetto per una terra che custodisce una storia ricca di dignità, cultura, sacrificio, fede e resilienza”. Il cardinale gesuita ha spiegato che “la Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda chiaramente che l’autentica pace si fonda su pilastri morali e spirituali ancor prima di quelli politici o economici. San Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, indicava verità, giustizia, libertà e amore come condizioni indispensabili per una convivenza umana degna di umanità. Sono parole che conservano una straordinaria forza anche ai nostri giorni”.

Dopo aver sottolineato che “ogni autentico cammino umano verso la pace e la giustizia richiede pazienza, discernimento e coraggio spirituale”, Czerny ha avvertito che “la giustizia esige un’attenzione concreta a chi soffre di più. La libertà richiede spazi reali di partecipazione, ascolto e responsabilità condivisa. La verità diventa uno stile di dialogo sincero, capace di superare la propaganda, la rigidità e la reciproca diffidenza. L’amore apre la strada alla solidarietà e alla condivisione di beni materiali, culturali e spirituali tra i popoli”.

In quest’ottica, ha osservato, “qualsiasi logica di confronto permanente rischia di aggravare il peso già gravante sulle persone comuni, soprattutto sui più poveri, gli anziani, i malati e i bambini”. Czerny ha evidenziato che papa Leone XIV, “nei suoi recenti appelli alla comunità internazionale, ci ha ricordato che nessun ordine stabile può nascere dalla forza delle armi o da pressioni che umiliano i popoli; lo sviluppo umano, invece, cresce attraverso il dialogo, il diritto internazionale, la cooperazione tra le nazioni e la tutela della dignità di ogni essere umano”. Con lo stesso spirito, “gli aiuti umanitari dovrebbero giungere in quantità sufficienti e senza ostacoli, senza mai essere strumentalizzati per fini politici o geopolitici”.

Papa Francesco, ha ricordato ancora il porporato, “durante il suo viaggio apostolico a Cuba nel 2015, nella sua storica omelia pronunciata in Piazza della Rivoluzione, ha fortemente esortato a porre la persona al centro della vita sociale e politica, soprattutto i vulnerabili, i feriti e i poveri. Ha affermato che il servizio ‘non è mai ideologico’, perché scaturisce da un’autentica sollecitudine per il volto dell’altro: ‘Non serve le idee, ma le persone’. Queste parole rimangono di grande attualità ancora oggi”. “L’appello di San Giovanni Paolo II risuona ancora con forza profetica: ‘Che il mondo si apra a Cuba e Cuba si apra al mondo’. Non era uno slogan politico. Era un invito spirituale e umano ad abbattere i muri dell’incomprensione, a creare spazi di fiducia reciproca e a permettere alle persone di incontrarsi senza timore”, ha aggiunto.

Ed evocando “il Signore crocifisso e risorto che porta in sé il dolore delle nazioni e le ferite della storia”, il card. Czerny a Lui ha affidato “le famiglie cubane, i giovani in cerca di speranza, coloro che governano, coloro che soffrono e coloro che anelano a giorni più sereni”. “Lo Spirito Santo continua a suscitare uomini e donne capaci di costruire fraternità, riconciliazione e vie di pace”, ha concluso.

L’isola allo stremo: il presidente dei vescovi, “è il momento più triste”

“Cuba sta soffrendo”, afferma mons. Arturo González Amador, vescovo di Santa Clara e presidente della Conferenza episcopale cubana. “Questo è il momento più triste e più difficile che io ricordi nella storia del mio popolo. Tutto è una lotta per sopravvivere. Il presente è insicuro e il futuro è completamente sconosciuto”. La crisi riguarda tutti gli ambiti della vita quotidiana. “Ogni giorno che passa avvertiamo che vivere diventa più difficile, soprattutto per i poveri, gli anziani che vivono soli, i pensionati e le madri sole”. Coloro che operano nelle parrocchie si confrontano ogni giorno con questa disperazione. “Ci sono persone che vengono da noi e ci dicono di non mangiare da giorni e di non sapere a chi rivolgersi per ricevere aiuto. Il cibo non può essere conservato a causa della mancanza di elettricità e recentemente abbiamo visto persone accasciarsi durante le celebrazioni perché non avevano mangiato”, racconta il vescovo, , parlando ad Aiuto alla Chiesa che Soffre.

La situazione sanitaria è particolarmente allarmante. Secondo mons. González, “alcuni importanti ospedali hanno smesso di effettuare interventi chirurgici perché non hanno acqua, per non parlare della strumentazione chirurgica”. Molte famiglie cercano di procurarsi autonomamente le forniture mediche di base per poter ricevere assistenza. “Conosco più di un caso in cui qualcuno ha dovuto rivolgersi a familiari o amici all’estero per ottenere tutto il necessario per sottoporsi a un intervento, compreso il filo di sutura”.

Oltre alle pesanti difficoltà economiche, la popolazione deve sopportare un clima di ansia sociale e psicologica. “Parlando con le persone si percepiscono tristezza, disperazione e incertezza”. Mons. González afferma che vi è grande timore per un possibile conflitto militare con gli Stati Uniti. “La vita quotidiana delle persone è segnata da una grande paura. Se ne parla continuamente, e questo è motivo di particolare angoscia per i bambini e per gli anziani”, afferma il presule cubano. “Per strada sentiamo persone dire che non riescono più a sopportare questo dolore e che non c’è nessuno ad aiutarle”.

Il presidente della Conferenza episcopale cubana precisa di non voler fare speculazioni, ma ricorda che “nel mondo moderno esistono molti modi per diffondere paura e guerra tra le nazioni”. Egli mette in guardia dall’aumento della depressione, delle dipendenze e dall’impatto dell’emigrazione di massa. “Chiunque sia in grado di andarsene lo sta facendo. Ci stiamo ritrovando con un Paese di anziani senza risorse e con pensioni minime”.

Un altro grave fattore è l’aumento dell’insicurezza. “Molte case sono state violate e derubate, e questo contribuisce a creare un sentimento di grande vulnerabilità”. La mancanza di sicurezza e la terribile crisi energetica, che ha lasciato molte regioni con appena tre ore di elettricità al giorno, incidono anche sulla pratica religiosa. “Non riusciamo quasi più ad avere l’adorazione notturna”, afferma il vescovo, aggiungendo che in alcuni luoghi la Veglia pasquale ha dovuto essere celebrata durante il giorno perché i blackout, la criminalità e la violenza rendono pericoloso uscire di notte.

In mezzo a questa situazione triste, dolorosa e disperata, religiosi, sacerdoti e laici lavorano continuamente insieme per aiutare coloro che soffrono di più. “Il compito della Chiesa è mantenere vivo lo spirito e portare speranza dove non ce n’è, ascoltare e accompagnare”, afferma monsignor González.

Molti fedeli stanno inoltre dando vita a “iniziative per aiutare coloro che si trovano in situazioni di maggiore bisogno. Tra queste, piccole mense e la consegna di cibo a persone con disabilità o costrette a letto. Riescono a ricavare cibo e risorse dal nulla”, spiega mons. González, citando il caso di una mensa che prepara pasti per oltre 300 persone e che recentemente ha dovuto improvvisare perché nemmeno questo era sufficiente. “La gente se ne accorge e vede che la Chiesa condivide ciò che ha. Questo mostra ciò che la Provvidenza di Dio e la carità cristiana possono realizzare”. Mons. González ritiene che questa carità semplice e silenziosa abbia un grande valore per l’evangelizzazione. “Il giorno in cui una religiosa o un sacerdote morirà di fame o per mancanza di medicine, saprete che non sarà rimasto vivo nessuno, perché tutti condividono quel poco che hanno”, afferma. 

Tuttavia, riconosce che la Chiesa stessa sta vivendo enormi limitazioni. L’aumento dei prezzi e la mancanza di carburante hanno fortemente ridotto l’attività pastorale. “Siamo in modalità di “sopravvivenza pastorale”. I prezzi sono aumentati di cinque volte e spesso non riusciamo nemmeno a spostarci per celebrare la Messa nelle zone più rurali, come facevamo prima”. 

Mons. González conclude la sua conversazione chiedendo agli amici e ai benefattori di ACS di non dimenticare Cuba. Il vescovo chiede sostegno per mantenere viva la vita spirituale di religiosi e sacerdoti, per sostenere le molte opere di carità e per finanziare l’attività pastorale, l’evangelizzazione, la stampa di materiali e i trasporti. “Non possiamo risolvere tutto, ma ogni aiuto conta. Il popolo di Cuba sta soffrendo, e la Chiesa è parte di questo popolo”, conclude.

[Foto: Aid to the Church in Need]