
Il futuro del cattolicesimo Usa e il ritorno al Concilio di Trento

Massimo Faggioli, “il recente scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X mette in luce una lotta più sottile tra Roma e il tradizionalismo liturgico americano, un movimento numericamente esiguo ma strategicamente influente, che si serve dei nuovi media, di richiami selettivi alla tradizione e di controversie irrisolte sul Concilio Vaticano II per esercitare pressione sul papato”. L’analisi dello storico della Chiesa, docente alla Villanova University in Pennsylvania, per Global Catholic.
Di Massimo Faggioli, da Global Catholic
L’ordinazione, ampiamente pubblicizzata, di quattro nuovi vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) il 1° luglio, senza l’autorizzazione papale, ha creato uno scisma, con il Vaticano che ha immediatamente dichiarato tutte le conseguenze canoniche. Questo è un fatto compiuto.
Ma c’è una situazione ancora in evoluzione, che riguarda la sovrapposizione tra la FSSPX e le voci tradizionaliste all’interno della Chiesa cattolica in comunione con Roma.
Il 30 luglio, la rivista cattolica londinese The Tablet ha pubblicato un’intervista al cardinale Arthur Roche, prefetto del Dicastero vaticano per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti dal 2021, il quale ha affermato che Papa Leone XIV non intende revocare Traditionis Custodes, il motu proprio di Papa Francesco del luglio 2021 sull’uso del rito romano, forma liturgica preesistente al Concilio Vaticano II.
L’articolo 1 della Traditionis Custodes afferma: «I libri liturgici promulgati da San Paolo VI e San Giovanni Paolo II, in conformità con i decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano».
La questione liturgica è il fulcro delle tensioni e il fronte più importante – per questa “guerra liturgica” come per altre guerre – è negli Stati Uniti.
Proprio in quei giorni, alla fine di luglio, importanti vescovi cattolici statunitensi si sono rivolti ai media e ai social network per difendere il tradizionalismo liturgico e fare pressione sul Vaticano affinché abrogasse alcuni aspetti della Traditionis Custodes e consentisse un maggiore accesso alla “messa in latino” pre-Concilio Vaticano II.
L’arcivescovo Salvatore Cordileone di San Francisco (recentemente nominato da Leone XIV al sommo tribunale della Segnatura Apostolica) e l’arcivescovo Alexander Sample di Portland (Oregon) hanno criticato la Fraternità Sacerdotale San Pio X per la sua azione scismatica, ma hanno difeso il tradizionalismo liturgico e le iniziative di Benedetto XIV volte ad ampliare l’accesso alla “messa tradizionale in latino”.
Condividono la convinzione di Papa Benedetto che la “messa in latino” rimanga un importante punto di riferimento per il futuro sviluppo liturgico della Chiesa.
Alla luce dei recenti eventi, da interviste come queste si potrebbe trarre l’impressione che, se solo quei leader della Fraternità Sacerdotale San Pio X, un po’ impazienti, avessero obbedito al Vaticano e al Papa, Roma e i lefebvriani sarebbero d’accordo su quasi tutto: come se la loro ben nota opposizione al Concilio Vaticano II (e non solo sulla riforma liturgica) non avesse alcuna importanza.
Ma forse è proprio questo – il valore del Concilio Vaticano II nella Chiesa odierna – il punto cruciale nell’utilizzare la Fraternità Sacerdotale San Pio X come strumento per trattare con la Santa Sede dall’interno. Queste interviste sono effettivamente un sintomo delle continue tensioni tra Roma e il tradizionalismo cattolico americano, ed esemplificano almeno tre diverse caratteristiche del cattolicesimo globale contemporaneo.
La prima: dietro gli slogan tipici di un cattolicesimo retrogrado e ligio alla legge, si cela un movimento che sfida l’istituzione, guidato dal papato e dal Vaticano. Cordileone e Sample non rappresentano l’intero episcopato statunitense, ma rappresentano anche più di voci come quella del vescovo ausiliare Athanasius Schneider di Astana, in Kazakistan, uno dei paladini del tradizionalismo cattolico, ma privo di un significativo seguito ecclesiastico.
Questi vescovi statunitensi parlano a nome di un movimento piccolo ma non più marginale, che, come i movimenti cattolici post-conciliari più strategici, può amplificare la propria influenza ben oltre il suo significato sociologico.
Un sondaggio del Pew Research Center del 2025 ha rilevato che il due percento dei cattolici statunitensi partecipa settimanalmente alla liturgia, talvolta nota come Messa tradizionale in latino. “Quanti sono?” – non è questo il vero punto.
In una Chiesa che soffre le conseguenze della secolarizzazione, la promessa dei movimenti di portare nuova energia e giovani alla Chiesa è un’offerta troppo allettante per essere rifiutata. In una Chiesa più piccola, anche gruppi di dimensioni ridotte ma fortemente mobilitati possono avere un grande impatto nel cambiare la direzione di una comunità cattolica locale o nazionale.
Il secondo punto riguarda la dinamica tra i diversi attori all’interno della Chiesa quando si tratta di governare il cambiamento. Durante il Concilio Vaticano II e il primo periodo post-conciliare, la dinamica era tra il papa, la Curia Romana, i vescovi (e le conferenze episcopali), la stampa e l’opinione pubblica.
La riforma liturgica è diventata un processo dall’alto verso il basso, guidato da Roma, ma era stata avviata dai vescovi al Concilio Vaticano II. Nonostante il tradizionalismo antimoderno rivendicato dai sostenitori della “messa in latino” pre-conciliare, questi hanno saputo sfruttare il nuovo ruolo dei (nuovi) media nella Chiesa, come strumento di pressione sul papa, sulla Curia e sulle conferenze episcopali.
Hanno sfidato direttamente Papa Francesco, e vedremo cosa faranno con Papa Leone XIV. Hanno anche interpretato a proprio vantaggio, e senza ammetterlo, il principio del Concilio Vaticano II di inculturazione e adattamento locale.
Il parallelismo tra la scomparsa dei media tradizionali che dominavano prima di internet e l’ascesa del tradizionalismo cattolico è un segno specifico dei tempi negli Stati Uniti contemporanei. Non si tratta solo di una sovrapposizione cronologica tra il messianismo politico-religioso del trumpismo e la rinascita della “messa in latino” nella Chiesa cattolica (il che non significa che tutti coloro che frequentano la messa in latino siano trumpiani).
Il terzo aspetto riguarda lo stato della tradizione, o meglio, il modo in cui i vescovi che sostengono la “messa tradizionale in latino” ne parlano. Essa è diventata un totem, un feticcio, un espediente retorico per offrire il conforto psicologico di qualcosa di apparentemente congelato nel tempo e immutabile.
Questo è legato alla particolare sindrome che affligge coloro che vedono nel Concilio Vaticano II una catastrofe (liturgica e non solo), ma riflette anche una visione frammentata della storia della Chiesa. Ciò riflette una cultura e una teologia cattolica divise tra il periodo cruciale tra Agostino e Tommaso d’Aquino, da un lato, e la figlia ribelle della modernità cattolica rappresentata dal Concilio Vaticano II e dal periodo post-conciliare.
C’è una sorprendente ignoranza storica ed ermeneutica (persino tra alcuni vescovi) riguardo al contributo del cattolicesimo delle origini allo sviluppo della tradizione: la “riforma cattolica” post-Riforma, l’Aufklärung cattolica, i movimenti di riforma teologica (biblica, patristica, liturgica, ecumenica) del XIX e inizio XX secolo (non mi riferisco qui al temuto “modernismo”).
Nell’immaginario teologico di coloro che si autoproclamano difensori della tradizione, San John Henry Newman è l’anomalia nella terra incognita del cattolicesimo delle origini, Concilio di Trento incluso.
Un tempo credevo che la riscoperta della tradizione nel cattolicesimo americano iniziasse con la storia e la teologia del Concilio Vaticano II, per superare le semplificazioni eccessive del Concilio e delle sue conseguenze.
Lo credo ancora, ma con una precisazione. Il recupero dell’idea di tradizione deve partire da una riscoperta del Concilio di Trento. I cattolici tridentini – i gesuiti, l’Inquisizione, con tutti i loro difetti – non ebbero timore di creare qualcosa di nuovo per rispondere alle esigenze teologiche e pastorali del loro tempo.
[Fonte: Global Catholic (nostra traduzione); Foto: Priestly Fraternity of Saint Peter–FSSP]



