La Chiesa cattolica e l'immigrazione: verso una nuova "Humanae Vitae"?

Condividi l'articolo sui canali social

Il cattolicesimo americano è attraversato da una frattura: alcuni teologi post-liberali difendono le espulsioni di massa, sfidando apertamente la gerarchia ecclesiastica e la dottrina sociale cattolica tradizionale. Su Global Catholic l'analisi dello storico della Chiesa e della teologia Massimo Faggioli, docente alla Villanova University.

Di Massimo Faggioli, da Global Catholic

Uno spettro si aggira per il cattolicesimo: lo spettro di un altro scisma informale, dopo quello seguito all'enciclica 'Humanae Vitae' di Paolo VI del 1968 e all'insegnamento della Chiesa sulla contraccezione. Questa volta, la questione riguarda l'immigrazione.

L'11 settembre, il Washington Post ha pubblicato un articolo di opinione di Nathan Pinkoski intitolato "Questa questione sta dividendo la Chiesa cattolica".

L'autore è senior fellow presso il Center for Renewing America (un think tank di orientamento conservatore fondato nel 2021 da Russell Vought, già direttore dell'Office of Management and Budget durante la prima amministrazione Trump) e sta attualmente traducendo il bestseller 'The Suicide of the French' ( Il suicidio francese, titolo originale 'Le Suicide français') di Éric Zemmour, politico, scrittore e giornalista francese di estrema destra.

Pinkoski afferma che vescovi e laici cattolici si stanno allontanando su posizioni divergenti riguardo all'immigrazione: "Il sostegno dei laici cattolici alla costruzione di un muro di confine è in netto contrasto con le posizioni ufficiali della gerarchia".

Sostiene inoltre che, date le attuali tendenze demografiche (una base di laici praticanti più conservatrice assistita da un numero crescente di membri del clero nati all'estero), questa frattura è destinata a persistere all'interno della Chiesa cattolica.

In conclusione, avanza una proposta: "I vescovi cattolici che auspicano di rafforzare la testimonianza della Chiesa dovrebbero prendere in considerazione l'idea di affrontare il tema dell'immigrazione in termini più pragmatici, incoraggiando gli elettori a valutare i pro e i contro per i paesi e le comunità che accolgono i migranti. Un simile approccio potrebbe contribuire ad abbassare la tensione politica e a ridurre la retorica disumanizzante in una nazione e in una Chiesa profondamente divise".

Il quadro in Europa non è molto diverso, se si escludono dall'equazione Trump e il cattolicesimo legato al movimento MAGA. Tuttavia, nel suo articolo Pinkoski fa riferimento principalmente agli Stati Uniti, dove di recente la questione ha assunto nuove dimensioni.

Il 10 settembre è stata resa nota la notizia che il teologo cattolico Chad Pecknold – docente dal 2008 presso la Catholic University of America di Washington D.C. (l'università dei vescovi cattolici statunitensi) – è entrato a far parte del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) in qualità di direttore principale per le relazioni con il pubblico presso l'Office of Public Engagement.

Pecknold ha più volte difeso le politiche migratorie dell'amministrazione Trump basandosi su argomentazioni teologiche. Il 4 febbraio, il professor Pecknold è intervenuto presso l'Ambasciata ungherese nella capitale statunitense a un dibattito sul tema della migrazione, organizzato a partire da un documento dell'Axioma Center di Budapest e con la partecipazione, tra gli altri, di rappresentanti del Dipartimento di Stato USA e della Heritage Foundation.

Pecknold ha condiviso le tesi del documento, secondo cui, sebbene l'insegnamento cristiano richieda compassione verso i rifugiati, chi governa ha anche il dovere di preservare la sicurezza, l'ordine pubblico e la coesione sociale. Il testo aggiungeva inoltre che "le espulsioni di massa possono rappresentare una risposta legittima alla migrazione di massa".

Pecknold è uno studioso di Sant'Agostino; sarà interessante osservare come si rapporterà con il più importante "figlio di Agostino" nell'odierna Chiesa cattolica: Papa Leone XIV.

Pecknold appare più vicino al vicepresidente statunitense – e anch'egli cattolico – JD Vance, il quale, durante la convention repubblicana di Dallas (9-10 settembre), ha dichiarato: "Eravamo stanchi di essere etichettati come razzisti per aver notato che il nostro Paese stava diventando più sporco e più povero"; nel 2025, Vance ha fatto ricorso al concetto di 'ordo amoris' ("ordine dell'amore") per giustificare le restrizioni all'immigrazione e le espulsioni di massa attuate dall'amministrazione Trump.

Le voci cattoliche americane "post-liberali"

Questa vicenda solleva tre questioni. La prima è di natura politica. È improbabile che la contrapposizione tra le diverse voci del cattolicesimo americano (da un lato teologi come Pecknold e altre figure "post-liberali", dall'altro i vescovi statunitensi) susciti una reazione da parte di Roma.

È negli Stati Uniti che la questione assume rilevanza nel quadro dei rapporti tra i vescovi americani e il governo federale.

In particolare, dall'inizio della seconda amministrazione Trump e dall'elezione di Leone XIV nel primo semestre del 2025, i vescovi statunitensi hanno fatto sentire la propria voce attraverso una serie di messaggi e iniziative volti a contrastare le politiche del governo federale contro l'immigrazione e gli immigrati.

Ad esempio, il presidente della USCCB, l'arcivescovo Paul Coakley, ha recentemente (l'8 settembre) inviato una lettera per esortare il presidente Donald Trump a sospendere la deportazione di "un gran numero" di immigrati haitiani.

Viene da chiedersi cosa accadrebbe se il funzionario del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) incaricato di gestire la lettera di Coakley si rivelasse essere il teologo cattolico Chad Pecknold, docente di ruolo presso l'università dei vescovi statunitensi.

L'aspetto politico più interessante riguarda l'eventuale divario emergente tra le posizioni del Papa e dei vescovi americani in materia di immigrazione e le convinzioni dei laici cattolici e dei sacerdoti più giovani.

Sebbene molti laici sostengano Trump sulla questione migratoria, lo stesso potrebbe non valere per il clero più giovane, maggiormente consapevole di quale sarà il futuro della Chiesa. Dubito che i giovani sacerdoti desiderosi di celebrare la Messa in latino considerino la politica anti-immigrazione come la battaglia fondamentale per cui valga la pena battersi fino in fondo.

In secondo luogo, vi è la questione teologica. Pecknold è tra quei cattolici che non ravvisano alcuna contraddizione tra la deportazione di massa degli immigrati e l'insegnamento cattolico in materia di immigrazione.

Nel libro pubblicato di recente, 'Mass Expulsion: The Politics of Forced Population Removal' (Oxford UP, 2026), Meghan Garrity illustra quando e dove avvengono le espulsioni, chi ne è il bersaglio e quali regimi siano più propensi a metterle in atto.

Garrity individua due categorie generali di espulsione di massa — quella legata alla sicurezza e quella di natura economica — e sviluppa una tipologia articolata in quattro forme corrispondenti: contro-irredentista, contro-sovversiva, per rappresaglia e nativista. Stando a quanto sappiamo della posizione cattolica post-liberale sull'immigrazione, l'argomentazione a favore dell'espulsione di massa sembra basarsi su un mix di motivazioni: di natura contro-sovversiva (la presunta incompatibilità politica di alcuni gruppi di immigrati con gli interessi nazionali e la politica estera degli Stati Uniti), nativista (la loro incapacità di assimilarsi a quella che viene considerata l'essenza della cultura e della religione americana) ed economica (gli effetti sui salari dei lavoratori nativi, l'onere fiscale per i servizi pubblici, ecc.).

La combinazione di queste argomentazioni è chiaramente in contrasto con la dottrina cattolica sull'immigrazione.

La questione è se e come tale dottrina verrà ulteriormente sviluppata, dato che tali argomentazioni scaturiscono da un dissenso interno che comporta conseguenze ben più ampie della sola vita della Chiesa.

Il terzo aspetto, collegato al secondo, è di natura canonica. Secondo lo statuto della Catholic University of America (CUA), l'arcivescovo di Washington in carica ricopre automaticamente la funzione di cancelliere dell'ateneo.

Il cardinale Robert McElroy, arcivescovo della capitale dal marzo 2025, non ha mai nascosto le sue posizioni fortemente critiche nei confronti delle politiche migratorie dell'amministrazione Trump; in un certo senso, vi è già stata una presa di posizione pubblica di condanna nel merito della questione.

La CUA era già stata al centro di un caso celebre riguardante l'insegnamento della Chiesa cattolica sulla contraccezione.

Nel 1986, il teologo cattolico statunitense Charles Curran (nato nel 1934) fu rimosso dal corpo docente della CUA in quanto dissidente rispetto all'insegnamento morale della Chiesa cattolica.

Nella lettera inviata a Curran il 25 luglio 1986, l'allora cardinale Joseph Ratzinger (prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede) scrisse: "La Congregazione ha confermato la propria posizione secondo cui chi dissente dal Magistero, come lei fa, non è idoneo né abilitato a insegnare teologia cattolica. Di conseguenza, respinge la sua proposta di compromesso in virtù dell'unità organica dell'autentica teologia cattolica, un'unità che, nei contenuti e nel metodo, è intimamente legata alla fedeltà al Magistero della Chiesa". Il cardinale Ratzinger ha proseguito: «I fedeli devono accogliere non solo il Magistero infallibile. Sono tenuti a prestare il religioso ossequio dell'intelletto e della volontà all'insegnamento che il Sommo Pontefice o il Collegio dei Vescovi enunciano in materia di fede o di morale quando esercitano il Magistero autentico, anche se non intendono proclamarlo con un atto definitivo».

Il dissenso interno al mondo cattolico sull'insegnamento della Chiesa in materia di immigrazione

Resta ancora da vedere come il Vaticano risponderà alla sfida posta da questo nuovo tipo di dissenso.

Un'analogia forse più calzante è quella del sacerdote gesuita Robert Drinan (1920-2007): quando era deputato eletto in Massachusetts, ebbe problemi a causa dei suoi voti su questioni in contrasto con l'insegnamento della Chiesa.

L'elemento in comune con Pecknold è l'intersezione tra il dissenso e le leggi e politiche governative effettive, un aspetto che non ha mai avuto alcun ruolo nel caso Curran.

Un'altra possibile analogia – nonché un monito per i cattolici integralisti – potrebbe essere rappresentata dalla libertà rivendicata dal giurista e giudice cattolico Ernst-Wolfgang Böckenförde (1930-2019) quando accettò l'incarico presso la Corte costituzionale della Germania Ovest, pur consapevole che avrebbe potuto dover pronunciarsi su modifiche alla legge sull'aborto della Repubblica Federale dopo la riunificazione con la Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est).

Da convinto sostenitore della libertà accademica, non ritengo che il caso di Charles Curran debba costituire un precedente da seguire.

Pecknold ha il diritto di sbagliare. I suoi diritti, in questo caso, sono ulteriormente tutelati dal fatto che ha preso un periodo di aspettativa, creando così una certa distanza tra sé e la sua posizione alla CUA.

D'altro canto, il professor Pecknold sta portando il suo dissenso rispetto all'insegnamento cattolico sull'immigrazione ben oltre le aule universitarie o le pagine delle riviste accademiche. Questo caso solleva, ancora una volta, la questione cruciale dell'impatto esistenziale dell'insegnamento della Chiesa sulla vita delle persone comuni, siano esse cattoliche o non cattoliche.

I cattolici "post-liberali" come Pecknold sembrano non curarsi affatto del fatto che le loro posizioni escludenti contraddicano l'inclusività di Gesù Cristo e di San Paolo. Conciliano tali posizioni ricorrendo a qualche artificio filosofico o etico, mescolato a quello che essi definiscono realismo politico. La loro visione del cristianesimo si configura più come un'argomentazione filosofico-giuridica che come una vera sequela di Cristo.

Dal punto di vista dello storico, la prima domanda da porsi è se l'attuale dissenso interno al mondo cattolico sull'insegnamento della Chiesa in materia di immigrazione darà luogo a una nuova serie di casi analoghi a quelli scaturiti dagli insegnamenti sulla sessualità e sulle questioni legate alla vita. L'enciclica Humanae Vitae si scontrò con il terreno accidentato delle politiche sessuali degli anni Sessanta; il terreno della biopolitica nazionalista degli anni Venti del Duemila non è da meno.

[Fonte: Global Catholic (nostra traduzione); Foto: Canva]