
La saggezza morale della Madre Chiesa di fronte agli errori della COP30

Nonostante le carenze della Conferenza sul clima di Belém, la Chiesa crede che una vera conversione ecologica sia ancora possibile. Il servizio di Joseph Masilamany per Uca News.
Se c’è una cosa che è rimasta costante in tre decenni di negoziati globali sul clima, è la delusione. Dal crollo di Copenaghen alle promesse non mantenute di Parigi, dalle scappatoie di Glasgow alle acrobazie diplomatiche di Dubai, e ora ai risultati contrastanti della COP30, troppo spesso questi vertici si concludono con un applauso ma producono pochi cambiamenti radicali.
Le temperature aumentano. I ghiacciai si ritirano. I poveri vengono spinti sempre più ai margini.
Eppure la Madre Chiesa non abbandona i suoi figli e non abbandona la terra. Ha assistito all’ascesa e alla caduta di imperi; ha camminato accanto alle notti più buie della storia.
E ancora parla di speranza, non perché il mondo stia bene, ma perché il mondo è amato. È da questo cuore materno, non da calcoli politici, che la Chiesa deve parlare dopo la COP30.
Dire la verità: le COP sono state insufficienti
La Chiesa non ha bisogno di fingere. I fallimenti sono reali. Lo stesso Papa Francesco ha lamentato la “deplorevole mancanza di fermezza” nelle precedenti decisioni della COP (Laudate Deum, 52).
Ha avvertito che quando i governi ammorbidiscono gli impegni o danno priorità a interessi limitati, i più poveri sopportano i fardelli più pesanti.
Ma la Madre Chiesa non si limita alla critica. Non è un think tank che osserva un gioco politico. È una testimone morale preoccupata per il destino dei suoi figli, soprattutto dei più deboli.
Per la Chiesa, la cura del creato non è una moda passeggera ambientalista o una causa secolare alla moda. È teologia, che riflette la verità che il mondo è dono di Dio all’umanità.
Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che “il mondo non è un cumulo di rifiuti sparsi; è l’espressione di un disegno d’amore”, sottolineando la sacralità del creato e il dovere umano di proteggerlo.
Prendersi cura della terra è anche spiritualità, che chiama ciascuno di noi a un incontro più profondo con il Creatore attraverso la meraviglia del mondo creato.
Ed è un dovere morale, un obbligo concreto proteggere la terra, difendere i vulnerabili e salvaguardare un mondo abitabile per le generazioni future.
Come scrisse Papa Giovanni Paolo II decenni fa, “La crisi ecologica è una questione morale; riguarda il futuro stesso dell’umanità”.
L’insegnamento cattolico è da tempo coerente: il creato è un dono sacramentale, i beni della terra sono destinati a tutti, i poveri hanno il primo diritto alla giustizia e danneggiare il creato è un peccato contro Dio, il prossimo e i nascituri.
Questi principi ci ricordano che siamo custodi, non conquistatori; amministratori, non proprietari.
Una lente materna su un pianeta fratturato
Quando il mondo parla di cambiamento climatico, spesso parla in numeri: gradi, gigatonnellate e percentuali. Quando la Chiesa parla di cambiamento climatico, parla in termini di relazioni.
Sente il grido del contadino indonesiano la cui terra non può più sfamare la sua famiglia. È accanto ai pescatori costieri delle Fiji, le cui case sono inghiottite dal mare. Piange con gli isolani di Kiribati, le cui tombe ancestrali sono ora sommerse dalle onde.
Piange con le comunità indigene del Borneo, le cui foreste vengono barattate per profitti a breve termine. Sì. La Madre Chiesa sa che il collasso ecologico non è una statistica, è una ferita nel Corpo di Cristo.
Anche quando la diplomazia vacilla, la Chiesa offre ciò che la politica non può. Può nominare il peccato laddove i governi parlano di compromesso, sottolineando che avidità, sfruttamento e indifferenza sono fallimenti morali.
Può unire una famiglia globale di credenti, con parrocchie in territori remoti, megalopoli, deserti e montagne, che testimoniano in prima persona il volto umano del cambiamento climatico.
Può articolare una visione di ecologia integrale, unendo economia, cultura e spiritualità, dimostrando che non si può guarire il pianeta ferendo i poveri.
E può offrire una speranza radicata nella fede, piuttosto che nei risultati, insistendo sul fatto che, mentre i governi inseguono il consenso, la Chiesa chiama alla conversione, sapendo che il cambiamento inizia nei cuori prima di essere attuato nelle politiche.
Cosa ci chiede Madre Chiesa ora
Dopo la COP30, la tentazione è di dire: “Nulla cambierà”. Madre Chiesa chiede qualcosa di diverso. Ci chiama a vivere con semplicità affinché gli altri possano semplicemente vivere.
Ci chiama a proteggere i vulnerabili, perché la giustizia climatica è inseparabile dal Vangelo. Ci chiama a difendere il creato, la prima Bibbia che Dio abbia mai scritto.
Ci chiama a coltivare virtù ecologiche – sobrietà, gratitudine, umiltà, solidarietà – e a insistere sulla chiarezza morale, anche quando manca la chiarezza politica. Questo non è facoltativo. È la nostra vocazione.
Papa Francesco, nella Laudato Si’, ha offerto una frase che cattura il cuore della risposta di Madre Chiesa alla crisi climatica: “L’umanità può ancora lavorare insieme per costruire la nostra casa comune”. Non perché le COP abbiano avuto successo – non ci sono riuscite. Ma perché la grazia continua a fluire, la conversione è ancora possibile e la speranza – la speranza cristiana – è tenace e resiliente.
La Madre Chiesa non abbandona la speranza. Ci chiama a una fedeltà incrollabile nella cura, al coraggio silenzioso che dice la verità anche quando è scomoda, e a un amore tenero che ripara e nutre il creato.
È in questo amore materno – paziente, inflessibile e sacrificale – non in dichiarazioni diplomatiche o manovre politiche, che il fragile futuro del nostro pianeta ferito trova la sua unica vera speranza.
[Fonte: Uca News; Foto: Vatican News]



