LA TESTIMONIANZA / Tra gli esuli venezuelani al confine col Brasile: il racconto di un missionario italiano

Condividi l'articolo sui canali social

Di Antonella Palermo

Varcato il confine sud orientale del Venezuela, in territorio brasiliano, c’è Pacaraima. Sono 700 metri dalla frontiera, nella diocesi di Roraima. Don Mattia Bezze, fidei donum quarantanovenne, ci vive da quattro anni collaborando con le diocesi di Padova, di Treviso e Vicenza e con il Vicariato Apostolico del Caroní, in Venezuela. Da un po’ di tempo, racconta a Tra Cielo e Terra, qui si parlava della possibilità che ci sarebbe stata una destituzione di Maduro, ma non si pensava che accadesse in maniera così rapida. “È tutto in evoluzione, bisognerà vedere come si metteranno le cose – commenta – anche come reagiranno altri Paesi, Russia, Cina… È un grande punto di domanda. Certo è che Trump non è un salvatore e che non sta agendo in favore del popolo venezuelano. Qui, tuttavia, se parli con la gente immigrata, vivono il momento con sollievo”.

Fino a una decina di anni fa, prosegue don Mattia, Pacaraima era un piccolo paese di montagna, due ore e mezzo da Boa Vista, dove la maggior parte delle persone anticamente transitava verso il Venezuela per fare spesa. Poi la tendenza si è ribaltata: paradossalmente, via via, sono venuti qua a rifornirsi, soprattutto di benzina. “La migrazione massiccia è iniziata nel 2016 e il picco c’è stato tra il 2019 e il 2021 con circa 500 persone al giorno che entravano. Negli ultimi giorni, dal mese di dicembre, stanno entrando solo una cinquantina al giorno. Adesso stiamo a vedere cosa succederà”. Secondo quanto riferisce il missionario, negli ultimi dieci anni la popolazione di questa cittadina è passata da 8-9mila abitanti a circa 24mila. E il 95 per cento sono dal Venezuela. In tutto il Brasile si stima che i venezuelani siano oggi 500-600 mila sugli 8 milioni di immigrati totali.

“In quegli anni non c’era ancora una vera e propria struttura di accoglienza. Adesso invece qui l’esercito brasiliano gestisce gli ingressi e provvede a ciò che serve a chi varca il confine. Chi arriva – precisa il sacerdote – in poche settimane può fare i documenti e ottenere la carta di identità valida per il Mercosur, ha le cure mediche, tre pasti al giorno. Si può scegliere di chiedere l’asilo o lo status di rifugiati. Vivono in case di fortuna che si sono costruiti cercando di sopravvivere con lavori giornalieri”. Il missionario illustra un canale umanitario governativo in cui si inseriscono i progetti in collaborazione con molte organizzazioni compresa la Caritas. C’è per esempio un programma di ricollocazione per cui “chi entra viene trasferito in altre città brasiliane del Sud dove c’è richiesta di lavoro. Ed è lo Stato che provvede ai viaggi. Sebbene molti riescano a trovare un modo per sopravvivere qui con qualche lavoro di fortuna, per altrettanti è solo una via di passaggio verso altre destinazioni, Ecuador, Cile”.

Don Bezze e un altro sacerdote missionario del triveneto, oltre all’impegno preponderante nell’area indigena, lavorano in appoggio all’assistenza garantita dall’esercito ai migranti in un campo che arriva ad ospitare circa duemila persone. “Adesso arrivano soprattutto famiglie giovani. Come primo impiego riescono a tagliare l’erba nelle case, a fare i commessi. Noi portiamo avanti alcuni progetti di microimprenditorialità: abbiamo per esempio aiutato a comprare alcuni strumenti di lavoro, piccole cose, in modo che possano inserirsi e trovare un’occupazione. Abbiamo avviato anche qualche programma di scuola di musica per fare un po’ di integrazione, e poi un progetto alimentare per i bambini fino ai cinque anni che arrivano in uno stato di malnutrizione”.

Da quando Maduro è stato catturato e condotto negli Stati Uniti, il clima oltreconfine è quello di una vita che tutto sommato procede come prima, osserva don Mattia. “Dopo anni di fatica, di un governo che ha ridotto alla fame molte famiglie, loro si sono sentiti liberati. Se parli con qualcuno di loro di diritto internazionale violato, ti rispondono che non si poteva andare avanti così. Innegabile che la maggior parte di questi esuli aspettava questo evento. E per molti si è riaccesa la speranza di poter tornare a casa. Loro hanno in genere un legame molto stretto con la patria”.

“Le mire imperialiste di Trump fanno paura – sottolinea – ma qui purtroppo è un tema, questo, che non arriva tanto. Qualsiasi cosa è interpretata come un miglioramento. Tutte le altre implicazioni non si affrontano. Qui ti dicono: ‘anche prima avrebbe dovuto intervenire la comunità internazionale e cosa ha fatto invece? Niente’. Non è facile, insomma, fare un’opera di coscientizzazione perché è troppo radicata la sofferenza. C’è anche da dire che bisogna discernere sulle notizie che arrivano, scremare la propaganda, e anche questo non è facile. Io, personalmente, so bene che un giorno Trump presenterà il conto”.

[Foto: M. Bezze]