
L’ANALISI / Guerre in nome della fede e nuove ‘crociate’: l’altolà della Chiesa, “basta manipolare la religione. Dio non sta con chi scatena i conflitti”

CITTA’ DEL VATICANO, 20 MAR – Non è da ora che rappresentanti di vertice della Chiesa cattolica fanno sentire la loro voce contro le strumentalizzazioni della religione per fomentare e alimentare guerre e violenze. Solo ricordando il pontificato di papa Francesco, numerosi sono stati i suoi interventi su questa dolorosa questione e sull’abuso del nome di Dio a scopi bellici e terroristici: il contesto erano soprattutto discorsi, messaggi o documenti in occasione di incontri di stampo interreligioso – si ricordano in particolare lo storico Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 con il grande imam di Al Azhar, o anche quello sottoscritto a Giacarta il 5 settembre 2024 con i rappresentanti delle altre fedi nel Paese, l’Indonesia, che è il più popoloso del mondo a maggioranza musulmana – come pure testi magisteriali quali l’enciclica Fratelli tutti.
L’emergenza da cui prendevano le mosse quelle iniziative – anche se Bergoglio non ha mai mancato di ricordare che “i fondamentalismi esistono in tutte le religioni, anche il cristianesimo” – era soprattutto quella dell’estremismo jihadista, che a partire dall’11 settembre del 2001 ha caratterizzato una lunga stagione di sangue e terrore a livello globale, culminata nell’auto-proclamato Stato Islamico, che pur sconfitto e smembrato non ha mai smesso, di fatto, di minacciare e seminare attentati. Ma il problema non ha tardato ad allargarsi anche ad altri contesti religiosi, anche cristiani: si pensi solo alla benedizione come “guerra santa” impartita dal patriarca Kirill all’invasione russa dell’Ucraina. E qui l’epiteto di “chierichetto di Putin” coniato da papa Francesco nei confronti del patriarca di Mosca ha segnato un deciso punto di rottura nel cammino di avvicinamento tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa russa, che aveva vissuto una grande tappa, anch’essa storica, il 12 febbraio 2016 con l’incontro tra il Papa e Kirill a Cuba, all’aeroporto dell’Avana, e la forma di una Dichiarazione comune.
Oggi la nuova emergenza è di tutt’altro tipo e di altre provenienze. E si radica soprattutto nei messianismi politici e nei nazionalismi religiosi – in qualche modo, come risulta dai fatti, legati fra loro – evidenziati in Israele con l’ultimo governo Netanyahu e negli Stati Uniti col secondo mandato di Donald Trump. Netanyahu, nella cui maggioranza è fondamentale l’apporto della destra ultra-religiosa dei ministri Smotrich e Ben-Gvir, non perde occasione per proclamare di sentirsi investito da un mandato divino. Così è stato con i conflitti a Gaza contro Hamas, in Libano contro Hezbollah, ora in Iran e contro chiunque minacci l’esistenza di Israele. Anche la mano libera lasciata in Cisgiordania ai coloni messianici, le cui pretese per l’occupazione dei territori e per la distruzione o espropriazione dei beni dei palestinesi si richiamano apertamente alle fonti bibliche – risente di questa connotazione religiosa.
Negli Stati Uniti, alla sua rielezione, Donald Trump si è presentato come prescelto dal Signore “per rendere più grande l’America”, non ha esitato mai a presentarsi con in mano la Bibbia – “il mio libro preferito” (nella foto) – e a farsi ritrarre ultimamente nello Studio Ovale circondato da pastori evangelici che pregano per lui e per la sua vittoria contro l’Iran. Di stampo messianico-nazionalista sono i principali rappresentanti della sua amministrazione, come il vice presidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, entrambi cattolici.
Ma un altro ministro Usa oggi molto in auge è quello “della guerra” Pete Hegseth (nella foto), ex commentatore di Fox News già in passato in forte simpatia verso il nazionalismo cristiano, che ha invocato niente meno che una “crociata americana”, da lui descritta come “una guerra santa per la giusta causa della libertà umana”. Numerosi possono essere gli esempi con Hegseth – che ha tatuato sul braccio “Deus vult”, Dio lo vuole, il grido di battaglia dei crociati durante la prima spedizione in Terra Santa nel 1096 – al centro di queste commistioni tra religione, politica e proclami bellici: basti ricordare che Il 10 marzo scorso, il segretario alla Difesa (oggi alla guerra) ha concluso il suo briefing sull’aggressione militare all’Iran citando il Salmo 144, “Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia”. E lo ha fatto dopo aver annunciato “il giorno più intenso di attacchi” contro Teheran.

Di fronte a questo scenario, e nell’epoca di una Papa che è anche lui americano, la Chiesa cattolica non poteva più tacere. E diversi interventi sono tutti di questi giorni, in rapida successione. E’ stato lo stesso Pontefice, Leone XIV, durante la visita pastorale di domenica scorsa alla parrocchia romana del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, a rompere il silenzio e ad affermare nell’omelia della messa: “Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano”.
Sempre domenica, durante un video-collegamento con la Fondazione Oasis, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, si è soffermato sull’argomento con parole molto chiare. “La guerra è innanzitutto politica – ha affermato -, ha interessi di carattere molto materiale: l’abuso del nome di Dio, e la manipolazione del nome di Dio, per giustificare questa e qualsiasi altra guerra, è il peccato più grave che possiamo commettere in questo tempo”.
“E noi dobbiamo fare di tutto per contrastare questo – ha proseguito -, per usare un altro linguaggio, per non lasciare questo linguaggio religioso, o pseudo-religioso, perché non è religioso, non parla di Dio, parla di noi rivestendo col nome di Dio. Dobbiamo fare il possibile, dobbiamo pensarci molto bene, anche come cristiani, come credenti, come cattolici in questo caso, anche per non lasciare il discorso a loro”.
Secondo il cardinale, “abbiamo bisogno di dire ‘no’, innanzitutto: non ci sono nuove crociate, e Dio non c’entra in tutto questo. Dio se c’è, è tra quelli che stanno morendo, che stanno male, che soffrono, che sono angariati nelle varie forme, in qualsiasi parte del Medio Oriente”. “Su questo dobbiamo essere molto chiari – ha insistito Pizzaballa -: il conflitto ha connotazioni religiose, ma sono manipolazioni, perché la religione, che non c’entra, non deve entrare, e chi la vuole fare entrare strumentalizza semplicemente il nome di Dio, strumentalizza la fede. E’ qualcosa che con la fede, con Dio, non c’entra”.
Su quanto accade in Israele, e non solo, sull’eccesso di ‘sacro’, abusato, manipolato da parte della politica, parole altrettanto chiare sono state pronunciate da una delle voci più lucide della Chiesa cattolica in Medio Oriente, il biblista padre David Neuhaus, gesuita israeliano, nato in Sudafrica da genitori ebrei tedeschi, scrittore di Civiltà Cattolica e docente di Sacre Scritture.
“Questo eccesso non è nuovo, non è iniziato con Benjamin Netanyahu – ha ricordato anch’egli domenica in un video-collegamento da Gerusalemme con le Acli Nazionali -. Se guardiamo indietro a una persona quale un leader come David Ben-Gurion, il primo primo ministro dello Stato d’Israele, era il lettore della Bibbia par excellence. Non ha nascosto che il suo libro preferito fosse il libro di Giosuè, un tipo di progetto per la pulizia etnica che ha avuto luogo già nel 1948. E’ stato David Ben-Gurion che ha messo la Bibbia senza tradizione, senza commenti religiosi e spirituali, proprio al centro della vita israeliana”.
“Ed è questo che ora deve essere smantellato con un nuovo vocabolario, un vocabolario che apre gli orizzonti – ha spiegato Neuhaus -, orizzonti che in questo momento sono chiusi dal tipo di discorso che viene manipolato da fonti bibliche. Inutile dire che molto di questo nuovo e necessario vocabolario possiamo trovarlo nella Bibbia e vi darò un esempio che penso sia particolarmente utile nel tentativo di formulare un discorso che apra gli orizzonti. Nella prima pagina della Bibbia abbiamo quella meravigliosa espressione che la persona umana è creata a immagine e somiglianza di Dio”.
“Questo è qualcosa che è assolutamente necessario per riconoscere che ogni persona umana, ogni persona umana, ebreo o arabo, palestinese o israeliano, iraniano o americano, musulmani, cristiani ed ebrei, ognuno è creato a immagine e somiglianza di Dio. Uccidere ogni persona è come uccidere Dio – ha concluso -. E se possiamo portare questo a casa con l’impatto drammatico necessario per destrutturare il tipo di discorso pseudo-biblico che viene promosso sia dalla nostra leadership israeliana sia dalla leadership americana, compresa la leadership militare, allora penso che stiamo risolvendo la sfida”.
Un capitolo a parte, sempre nell’ambito del fondamentalismo evangelico Usa, è quello del “sionismo cristiano”, orientamento a cui, nel suo bestseller del 2020 “American Crusade. Our Fight to Stay Free”, si è dichiarato “convertito” lo stesso Pete Hegseth: si tratta della corrente di pensiero cristiana che ritiene il ritorno degli ebrei nella Terra Santa e la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 segno del compimento delle profezie bibliche. Non solo: ritiene anche che, al compiersi delle profezie, un numero rilevante di ebrei accetterà Gesù come il loro messia e che negli ultimi giorni gli ebrei messianici praticheranno una qualche forma di cristianesimo ebraico.
Ma su tutto questo, ci hanno pensato i patriarchi e i capi delle Chiese della Terra Santa, con in prima fila il patriarca latino di Gerusalemme card. Pizzaballa, a prendere decisamente le distanze. In una dichiarazione dello scorso 17 gennaio hanno proclamato che quanti promuovono “ideologie dannose, come il sionismo cristiano, traggono in inganno l’opinione pubblica, seminano confusione e danneggiano l’unità del nostro gregge”, e gli “attori politici in Israele e altrove” presso cui hanno trovato favore tali ideologie “cercano di promuovere un’agenda politica che potrebbe nuocere alla presenza cristiana in Terra Santa e nel più ampio Medio Oriente”, oltre a “ferire l’unità del fedeli”.
Per la cronaca, pochi giorni dopo, l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, pastore battista e noto sionista cristiano, ha commentato su Facebook: “I cristiani sono seguaci di Cristo e un sionista accetta semplicemente che il popolo ebraico abbia il diritto di vivere nella sua antica, indigena e biblica patria”.
Sull’argomento è intervenuto anche il padre gesuita David Neuhaus, affermando che il sionismo cristiano è “un’ideologia di conquista”, del tutto “incompatibile con la fede” in Cristo. “I sionisti cristiani usano testi biblici e un linguaggio religioso formulato millenni fa per giustificare l’espropriazione del popolo palestinese delle sue vite, libertà, proprietà e patria da parte dello Stato israeliano e delle sue istituzioni odierne – ha sottolineato Neuhaus in un’ampia riflessione pubblicata sul sito Independent Catholic News -. Questa è una perversione! Per i cristiani, la Parola di Dio è una Buona Novella per tutti. Usare la Bibbia e i concetti teologici come giustificazione per discriminazione, occupazione e genocidio è un abominio incompatibile con la fede cristiana”. E ancora, per un sovrappiù: “tutte le ideologie che promuovono la supremazia etnica, la discriminazione razziale, il dominio militare e l’espansionismo territoriale sono incompatibili con l’essere discepoli di Gesù Cristo”.
[Foto: laRegione.ch, X.com/Monica Marks]



