L’ANALISI / Le prime voci della Chiesa Usa contro le politiche ‘aggressive’ di Trump

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Papa Leone lascia parlare i vescovi, ma ormai la gerarchia cattolica ha deciso di rompere il silenzio e non restare più alla finestra. Dopo i tre cardinali, anche l’ordinario militare Broglio esce allo scoperto: “un attacco alla Groenlandia? I soldati posso disobbedire agli ordini”.

CITTA’ DEL VATICANO, 21 GEN – Ci è voluto un anno di questo secondo mandato presidenziale, ma ormai la gerarchia cattolica statunitense ha deciso di rompere il silenzio sulle politiche ‘aggressive’ di Donald Trump, sia sul fronte interno che internazionale, e di non restare più alla finestra.

L’americano papa Leone lascia parlare i vescovi, e si sono già levate voci di nomi importanti dell’episcopato a stelle e strisce contro le intemperanze ‘autocratiche’ del presidente, le violazioni del diritto internazionale, il clima da guerra civile che si respira ormai in numerose città e vari Stati Usa. Intanto ampi fronti di dissenso si cominciano ad aprire anche nella base cattolica, che tanta parte ha avuto nel mondo ‘MAGA’ e nella rielezione del tycoon alla Casa Bianca: un dato che non manca di preoccupare lo stesso Trump in vista delle elezioni di medio termine del prossimo novembre.

Per dire quanto il cattolicesimo Usa, anche tra le file dei vescovi, aveva finora portato avanti il suo endorsement per ‘the Donald’ senza farsi troppe domande sul piano etico e sociale, basti ricordare un suo rappresentante molto in vista come l’ex arcivescovo di New York, il cardinale Timothy Dolan, che aveva osato paragonare Charlie Kirk a “un nuovo San Paolo”. Le prime, profonde crepe si sono avute sulle politiche migratorie, sulle deportazioni di massa di asseriti ‘clandestini’, arrestati magari solo perché di origine ‘latina’ o afroamericana, sulle retate dell’ICE persino nelle chiese. E già un nome importante come quello del cardinale di Chicago Blase J. Cupich aveva tuonato in difesa dei diritti e della dignità di immigrati e rifugiati, specie i ‘latinos’, delle loro famiglie e dei minori, assicurando tra l’altro che la Chiesa non avrebbe fatto mancare loro supporto, protezione e accoglienza nelle parrocchie.

Cupich aveva espresso forte preoccupazione per i piani di espulsione, in particolare nelle “città santuario” come Chicago, difendendo il diritto dei migranti a non essere divisi dalle proprie famiglie. E aveva anche ringraziato papa Francesco per la lettera inviata nel febbraio scorso ai vescovi degli Stati Uniti, in cui il Pontefice manifestava la sua preoccupazione per la crisi nel Paese accesa dal programma governativo sulle migrazioni. Le inquietudini e le critiche del metropolita di Chicago si sono allargate anche ad altri vescovi, finché le azioni fuori controllo dell’ICE, ultima il recente omicidio di Renee Nicole Good a Minneapolis, non hanno fatto traboccare il vaso. E a ciò si sono aggiunti anche gli interventi militari ordinati da Trump fuori dai confini nazionali, come ad esempio l’attacco con decine di morti a Caracas per deporre ed ‘esfiltrare’ negli Usa il presidente venezuelano Maduro, e come ora le contestatissime mire espansionistiche sulla Groenlandia, che mettono addirittura a rischio il futuro dell’ordine internazionale come lo si è conosciuto finora.

Ecco allora l’uscita senza precedenti, dai toni forti e dalle parole chiare, della dichiarazione congiunta di due giorni fa, rilanciata anche dei media vaticani, di tre cardinali di primo piano – lo stesso Cupich di Chicago, Robert McElroy arcivescovo di Washington e Joseph W. Tobin arcivescovo di Newark – sulla necessità di “tracciare una visione morale della politica estera americana”. L’allarme sollevato dai tre porporati riguardo alle politiche di Trump è evidente, e vale la pena riportarne alcuni stralci.

“Gli eventi in Venezuela, Ucraina e Groenlandia hanno sollevato interrogativi fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace. I diritti sovrani delle nazioni all’autodeterminazione appaiono fin troppo fragili in un mondo di conflitti sempre più gravi. Il bilanciamento tra interesse nazionale e bene comune viene inquadrato in termini nettamente polarizzati”, affermano. “Il ruolo morale del nostro Paese nell’affrontare il male in tutto il mondo, nel sostenere il diritto alla vita e alla dignità umana e nel sostenere la libertà religiosa sono tutti sotto esame – proseguono -. E la costruzione di una pace giusta e sostenibile, così cruciale per il benessere dell’umanità ora e in futuro, viene ridotta a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e politiche distruttive”.

“Rinunciamo alla guerra come strumento per ristretti interessi nazionali e proclamiamo che l’azione militare deve essere considerata solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come un normale strumento di politica nazionale”, dice ancora la dichiarazione congiunta, dopo aver richiamato quanto detto dal papa Leone al Corpo diplomatico accreditato in Vaticano. “Cerchiamo una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana, la libertà religiosa e la promozione della dignità umana in tutto il mondo, soprattutto attraverso l’assistenza economica”, aggiungono i tre cardinali, con una sottolineatura, quest’ultima, riguardante i tagli drastici agli aiuti umanitari decretati sempre da Trump.

Secondo un osservatore attento del cattolicesimo Usa come lo storico della Chiesa Massimo Faggioli, docente a Trinity College di Dublino, “la dichiarazione dei tre cardinali cattolici americani su Trump, Venezuela, Groenlandia ecc. è storicamente importante perché lo spazio dell’opposizione non è uno spazio naturale per l’episcopato cattolico americano, specialmente per quanto riguarda la politica estera e la sicurezza nazionale”, commenta sui social. Comunque “la pubblicazione di un documento così importante sotto forma di dichiarazione congiunta di tre cardinali americani sottolinea l’irrilevanza o il ruolo marginale della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, specialmente ora rispetto al legame tra questi leader della chiesa USA e il Vaticano di Leone XIV”.

Ma è sufficiente questa dichiarazione? Sempre secondo Faggioli, “sarebbe bello vedere qualcosa di simile sull’applicazione della legge sull’immigrazione, le pratiche palesemente corrotte dei membri della famiglia Trump, il bullismo nei confronti dei media, le politiche fiscali che avvantaggiano i ricchi e danneggiano i poveri, il ritiro dei fondi per la ricerca medica, e infine il razzismo e il nazionalismo pseudo-cristiano”. Vedremo se si arriverà anche a questo.

Intanto, pressoché contemporaneamente, in realtà anche il presidente della Conferenza episcopale Usa, l’arcivescovo Timothy Broglio, si è fatto sentire per mettere in discussione le iniziative trumpiane, ma parlando nel suo ruolo di ordinario militare per gli Stati Uniti, cioè di capo dell’arcidiocesi per l’assistenza religiosa alle truppe. Broglio ha dichiarato infatti domenica alla BBC di non credere che un’azione militare per prendere il controllo della Groenlandia possa essere giustificata, aggiungendo che le truppe statunitensi, in buona coscienza, potrebbero rifiutarsi di agire in tal senso. Il presule si è detto preoccupato per i soldati, “perché potrebbero trovarsi in una situazione in cui viene loro ordinato di fare qualcosa di moralmente discutibile”.

“Sarebbe molto difficile per un soldato, un marine o un marinaio da solo disobbedire a un ordine del genere – ha proseguito mons. Broglio -. A rigor di logica, per chiunque, nel regno della propria coscienza, sarebbe moralmente accettabile disobbedire a quell’ordine. Ma forse questo metterebbe quell’individuo in una situazione insostenibile: è questa la mia preoccupazione”, ha concluso. E per i cattolici americani non manca la materia su cui riflettere. In attesa, magari, di un possibile pronunciamento anche del Pontefice.

[Foto: Vatican News]