Le due facce del Brasile, domani al voto

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Domenica il presidente brasiliano Lula insegue il quarto mandato contro Flávio Bolsonaro, figlio del suo predecessore, in un voto dall’esito tutt’altro che scontato. Il focus dell'ISPI.

Domenica 4 ottobre circa 160 milioni di elettori brasiliani si recheranno ai seggi per le elezioni generali. Si vota per rinnovare il congresso, i governatori locali e, soprattutto, la presidenza. I principali sfidanti sono il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva, alla ricerca del suo quarto mandato (non consecutivo), e il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, in carcere per il tentato golpe del 2022. È stata una campagna elettorale vibrante e a tratti pittoresca, in cui anche la Nostra signora aparecida, cioè la Madonna patrona del Brasile, ha fatto la sua comparsa – a causa di una notizia falsa – nella contesa tra i due candidati, che esprimono anche le due principali religioni del Paese, quella cattolica (per Lula) e l’evangelica (Bolsonaro). Stando agli ultimi sondaggi, Lula e Bolsonaro sono dati rispettivamente intorno al 42% e 38%, mentre gli altri candidati sono tutti al di sotto del 5%. È molto probabile, dunque, che la sfida finale si concretizzi al ballottaggio del 25 ottobre. Queste elezioni rappresentano molto di più di una competizione politica: sono la sfida tra due anime contrapposte del Paese, e l’esito avrà conseguenze dirette sul futuro della principale economia del Sudamerica: mentre Lula è un riferimento del progressismo mondiale, Bolsonaro rientra nella galassia internazionale Maga. La Casa Bianca è quindi un osservatore speciale del voto, in virtù di quella che il presidente Usa Donald Trump ha ribattezzato “dottrina Donroe”.

Due idee di Brasile

I due principali contendenti incarnano nella propria persona e con la propria carriera politica due facce opposte del Brasile. Lula è un ex metalmeccanico di 80 anni, leader del Partido dos trabalhadores (PT) – il “partito dei lavoratori” – e faro della sinistra mondiale; un politico navigato che per la politica si è fatto anche il carcere. Lula, inoltre, è cattolico, un elemento determinante in Brasile, il principale Paese a maggioranza cattolica del continente. Il suo vissuto personale, inoltre, lo accomuna a quello di milioni di brasiliani, in particolare quelli più poveri. Settimo di otto figli di un’umile famiglia del Pernambuco, a 14 anni è andato a lavorare in fabbrica a San Paolo e a 19 ha perso il mignolo lavorando alla pressa. Dopo la leadership del sindacato, ha fondato il PT insieme al sindacalista Chico Mendes e ha iniziato la propria ascesa politica. Dall’altra parte, Flávio Bolsonaro del Partido liberal (PL), 45 anni, nato a Rio de Janeiro, incarna il Brasile più agiato e rappresenta la crescente ed influente minoranza degli evangelici, tradizionalmente più conservatori e su posizioni di destra. Bolsonaro junior è avvocato e imprenditore e la sua carriera politica è iniziata molto presto, prima come deputato dello Stato di Rio de Janeiro, della cui capitale si candidò a sindaco senza successo, quindi come senatore, seggio ottenuto nel 2018 alle stesse elezioni in cui il padre Jair divenne presidente.

Che futuro per le politiche di Lula?

Dalla sua, il presidente uscente vanta buoni risultati economici. Il Brasile è il Paese che è cresciuto di più nella regione tra il 2022 e il 2025, segnando un più 8,9%. La disoccupazione è calata dal 9,3% di fine 2022 all’attuale 5,4%. Il governo di Lula ha confermato un’attenzione particolare ai lavoratori con politiche come l’aumento del salario minimo, la riduzione delle differenze di genere nella retribuzione e l’incremento dei sussidi, conosciuti come Bolsa família, per le famiglie più povere. Una misura, quest’ultima, arrivata nell’anno delle elezioni e per questo tacciata dalle opposizioni di essere pura demagogia. L’attuale governo è riuscito inoltre a mantenere la promessa di riformare il fisco a vantaggio delle classi meno abbienti e ha intrapreso una riforma per ridurre la settimana lavorativa. Relativamente al dossier ambientale e climatico, Lula può vantare di aver invertito la tendenza di Bolsonaro padre, poiché i dati mostrano un dimezzamento del tasso di deforestazione in Amazzonia. Sebbene alcuni progetti restino oggetto di controversie, come l’asfaltatura dell’autostrada di 900 chilometri che attraversa la foresta e la scoperta di giacimenti di petrolio, l’amministrazione Lula ha subito riattivato il Fondo Amazzonia, congelato dal suo predecessore, e continua a mantenere l’obiettivo di azzerare la deforestazione illegale entro il 2030. Il futuro di questi obiettivi dipenderà quindi dall’esito delle urne, dal momento che i Bolsonaro hanno invece sempre promesso di investire molto sullo sfruttamento delle risorse naturali di cui il Paese è ricco, e su cui anche gli Usa di Trump hanno messo gli occhi.

Una regione che cambia

Dall’inizio del suo secondo mandato, Trump ha infatti intensificato la propria influenza regionale, che guarda al Sudamerica come al giardino di casa di esclusiva pertinenza di Washington. Un’influenza, quindi, con obiettivi geopolitici ed economici per assicurare risorse utili agli Stati Uniti in un periodo storico di sconvolgimenti nel settore energetico, provocati non in piccola parte dalla stessa amministrazione Trump. In questa scacchiera, Flávio Bolsonaro rappresenta, similmente a come lo è stato il padre, uno dei migliori alfieri della dottrina Maga al di fuori degli States. Il continente sudamericano risente molto dell’influenza di Washington e negli ultimi tre anni, i leader di destra ed estrema destra hanno vinto quasi tutti gli appuntamenti elettorali, più recentemente in Colombia e Perù, che hanno confermato quest’estate il cambio di bandiera da governi di sinistra. L’influenza politica di Trump si nota soprattutto nel profilo estremista e populista dei leader eletti negli ultimi anni, che sul copione di Nayib Bukele in El Salvador e Javier Milei in Argentina ha visto il proliferare di politici dai tratti autoritari, con uno stile comunicativo diretto e sfrontato, intolleranti verso i programmi sociali e ambientali, e promotori di un’agenda fortemente anti-progressista. A questa categoria apparteneva anche Jair Bolsonaro, la cui intolleranza per il metodo democratico è culminata nel tentativo di colpo di Stato del 2022.

Il commento di Emiliano Guanella, Corrispondente da San Paolo per RSI – Tv Svizzera e La Stampa, e analista politico

“Queste elezioni brasiliane sono dominate, ancor di più delle precedenti, da campagne di disinformazione, attacchi personali e scandali di varia natura. Si parla poco di programma e molto di più dei casi di corruzione che coinvolgono in maniera più o meno diretta i principali candidati. Lula pensava di aver vita facile contro lo sfidante Flávio Bolsonaro, ma è stato smentito dai primi sondaggi; il figlio dell’ex presidente ha iniziato la sua corsa con una base molto alta di intenzioni di voto e oggi è sostanzialmente appaiato a Lula nei sondaggi. Questo dato ha scatenato una reazione immediata da parte del governo, con il presidente che ha preso tre decisioni profondamente segnate da scopi elettorali: ha aumentato il valore del reddito di cittadinanza (Bolsa Família), annunciato la distribuzione dei farmaci dimagranti attraverso il servizio sanitario pubblico e decretato il divieto delle scommesse online che stanno causando una grave emergenza sociale ed economica. L’obbiettivo è riuscire a vincere al primo turno per evitare un ballottaggio che potrebbe essergli letale, considerando il probabile appoggio degli altri quattro candidati outsider di centrodestra a Bolsonaro”.

[Fonte e Foto: ISPI]