
Peter Thiel a Roma: p. Spadaro, “l’Apocalisse come strategia”

“La sua fusione di teologia, potere e tecnologia solleva interrogativi urgenti sulla fede, il controllo e il futuro dell’ordine globale”. Il commento di padre Antonio Spadaro, gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e dal gennaio 2024 sotto-segretario al Dicastero per la Cultura e l’Educazione, nella sua rubrica Waypoints sull’agenzia cattolica asiatica UCA News.
Roma, marzo 2026. In una stanza privata, lontana dai circuiti ufficiali ma non abbastanza da rimanere completamente nascosta, Peter Thiel tenne quattro conferenze sulla Bibbia, Cristo e la fine dei tempi.
La notizia è trapelata quasi immediatamente, come spesso accade quando l’argomento è troppo denso di simbolismo per rimanere confinato.
Thiel – imprenditore della Silicon Valley, cofondatore di PayPal, ideatore di Palantir, finanziatore di campagne politiche decisive negli Stati Uniti – è arrivato a Roma non solo come uomo di tecnologia, ma come interprete dell’Apocalisse. È da questo slittamento, dal capitale al testo sacro, che dobbiamo partire.
Chiunque ascolti Thiel nota subito che il suo vocabolario è costruito attorno a due parole greche: katechon ed eschaton. Si tratta di termini tecnici della teologia cristiana, ma nella sua voce assumono un tono operativo, quasi strategico.
Il katechon, nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi, è ciò che frena, ciò che ritarda la manifestazione del male assoluto. L’escatologia è il compimento, non la fine come interruzione, ma il significato ultimo della storia.
Nella tradizione cristiana, queste categorie sono state trattate con cautela, spesso con una sorta di modestia. Thiel, invece, le dispone come su una scacchiera.
Da un lato, colloca il katechon, che associa a una costellazione sorprendentemente concreta: Costantino, la liturgia tridentina, l’ordine politico, la ricchezza stabilizzata e la violenza fondativa. Dall’altro, l’escatologia, che identifica con ciò che chiama “iper-cristianesimo”: Madre Teresa, la nonviolenza, la teologia della liberazione, una Chiesa al di là dell’economia.
La costruzione è elegante, visivamente efficace, ma anche rigidamente binaria. La storia del cristianesimo – che è fatta di intrecci, tensioni e ambiguità – viene compressa in una netta opposizione, plasmata su una tesi già decisa in anticipo.
Il cuore dell’argomentazione emerge quando Thiel parla di Apocalisse. Non la intende come rivelazione nel senso biblico – uno svelamento di Dio – ma come una chiave per interpretare il presente.
Non gli interessano “il giorno e l’ora”; ciò che gli interessa è se ci troviamo “nel mese o nel secolo”. L’orizzonte si sposta. L’escatologia diventa cronologia. E, soprattutto, diventa politica. L’Anticristo, anziché una figura teologica, è una possibilità storica concreta e identificabile. È a questo punto che il Vangelo si trasforma in uno strumento di analisi geopolitica.
In questo schema, la parola “pace” assume un significato ambiguo. Thiel insiste su un passo della Prima Lettera ai Tessalonicesi: quando dicono “pace e sicurezza”, allora la rovina si abbatterà su di loro. La citazione è esatta, ma il suo utilizzo è rivelatore. La pace, nel discorso contemporaneo, diventa sospetta. Può essere il segno di un ordine imposto, di una stabilità acquistata a costo della libertà.
Non si tratta di un’intuizione banale. Ma nel modo in cui si sviluppa, finisce per coincidere con una sistematica sfiducia in ogni forma di governo sovranazionale, in ogni tentativo di regolamentazione, in qualsiasi freno all’accelerazione tecnologica.
È qui che entra in gioco René Girard. Thiel lo cita come un maestro, e in effetti lo era. Dalla teoria mimetica eredita l’idea del capro espiatorio: le società si fondano sulla violenza che infliggono a una vittima. Ma nel passaggio da Girard a Thiel, accade qualcosa di decisivo.
Per Girard, il cristianesimo smaschera questo meccanismo e lo rende inaccettabile.
Per Thiel, diventa uno strumento di interpretazione – e, tra le righe, di gestione – dei conflitti contemporanei. Non più una rivelazione che disinnesca la violenza, ma una lente per orientarsi al suo interno.
Un altro asse portante della sua argomentazione è la stagnazione. Per anni, Thiel ha sostenuto che il progresso ha subito un rallentamento. Le grandi promesse del ventesimo secolo – energia, spazio, medicina – non hanno mantenuto le promesse.
La tecnologia ha prodotto piattaforme, non rivoluzioni materiali di pari portata.
“Volevamo auto volanti, invece abbiamo ottenuto centoquaranta caratteri”: la frase è nota e funziona perché coglie una frustrazione diffusa. Ma la conclusione che ne trae è più radicale: la stagnazione non è solo economica; è il segno che qualcosa – una forza, un sistema – sta frenando lo sviluppo. E questo “freno” viene inglobato nel katechon, reinterpretato come burocrazia, regolamentazione, principio di precauzione.
Da qui, il passo è breve. Chi rallenta le cose sta preparando il terreno per l’Anticristo. Chi accelera, al contrario, si schiera dalla parte della resistenza.
Intelligenza artificiale, biotecnologie, sorveglianza avanzata: non sono semplici strumenti, diventano elementi di una lotta cosmica. Il rischio, naturalmente, è che la distinzione tra analisi e ideologia si dissolva. La teologia non illumina la realtà; la organizza secondo un disegno già orientato.
Uno dei momenti più significativi delle lezioni è la nozione di “miracolo politico”.
Thiel distingue tra miracolo soprannaturale e miracolo politico: quest’ultimo è la capacità di promettere l’impossibile, di tenere insieme opposti inconciliabili, di offrire una sintesi che neutralizzi il conflitto.
È un’intuizione sottile. La politica contemporanea è piena di promesse di questo tipo. Ma quando questa categoria viene applicata alla democrazia stessa, il passo successivo è un’implicita delegittimazione: la democrazia diventa uno strumento retorico, una parola il cui significato dipende da chi la usa.
A questo punto, l’argomentazione si avvicina a una precisa tradizione del pensiero politico, in cui il conflitto – il nemico – è la categoria fondamentale.
Non è un caso che, sullo sfondo, emerga la figura di Carl Schmitt. Il risultato è una visione in cui la libertà non è più al centro, ma una variabile tra le altre. E la tradizione cristiana, che ha faticosamente unito fede e dignità della persona, viene reinterpretata come uno dei poli di una tensione da governare.
Eppure sarebbe un errore liquidare tutto ciò come mera ideologia. Thiel coglie paure reali. Il rischio che la tecnologia diventi uno strumento di controllo totale non è immaginario.
Il pericolo di una pace che cela l’ingiustizia è concreto. La consapevolezza che la storia abbia una direzione – e che questa direzione sia importante – è qualcosa che molti discorsi contemporanei hanno perso.
È qui che la sua analisi geopolitica diventa più penetrante – e al tempo stesso più problematica.
Thiel sostiene che il rischio maggiore del nostro tempo non sia né la guerra totale né l’instaurazione di un governo mondiale, bensì una “pace ingiusta”: una stabilizzazione dei conflitti ottenuta al prezzo della libertà, una sicurezza che maschera gli squilibri di potere, un ordine che si mantiene perché accettato, non perché giusto.
Il suo schema probabilistico – che assegna una bassa probabilità alla guerra globale, una probabilità minoritaria a una pace giusta e una probabilità maggioritaria a una pace ingiusta – può essere contestato nei suoi calcoli, ma è rivelatore nella sua struttura. Il testo individua un punto cruciale: la pace può diventare una parola che maschera la violenza.
Il riferimento a Paolo – “quando si parla di pace e sicurezza…” – non è un mero ornamento retorico. È una chiave interpretativa fondamentale. Ci ricorda che la pace può essere un espediente, uno slogan, una copertura.
In questo senso, la critica alla retorica pacifista che ignora le asimmetrie di potere è legittima. Ma il modo in cui viene utilizzata orienta già la conclusione: alimenta una radicale sfiducia nelle istituzioni internazionali, in ogni forma di governo condiviso, in qualsiasi tentativo di costruire un ordine non fondato sulla competizione tra le potenze.
Non si tratta di una posizione neutrale. È una posizione che coincide con interessi concreti. Un ordine geopolitico frammentato, competitivo e tecnologicamente avanzato è anche l’ambiente ideale per chi sviluppa e vende sistemi di intelligence e sorveglianza. Qui, diagnosi e interesse convergono.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più profonda. Thiel si presenta come colui che dovrebbe scongiurare la catastrofe, la sentinella che non dorme mai. Ma le soluzioni che propone – accelerazione tecnologica, deregolamentazione, competizione tra le potenze, sviluppo di strumenti di controllo avanzati – sono proprio le dinamiche che potrebbero rendere più probabile lo scenario che teme. L’intelligenza artificiale che invoca come rischio escatologico è la stessa tecnologia in cui investe. I sistemi di sorveglianza che potrebbero sostenere un potere totalitario sono quelli che contribuisce a costruire. La frammentazione geopolitica che difende rende più difficile affrontare i rischi globali che lui stesso riconosce.
Non si tratta di una semplice incoerenza. È una struttura. Il pensiero opera in modo tale da non riuscire a vedere il punto in cui si riflette su se stesso.
La teologia, in questo caso, non apre lo sguardo: lo fissa. I concetti di Anticristo e katechon non diventano strumenti di discernimento, ma categorie che puntano sempre nella stessa direzione.
Eppure, ridurre tutto ciò a una mera ideologia sarebbe un errore simmetrico. In questo discorso c’è anche qualcosa che altrove manca: una serietà nell’affrontare l’apocalittica biblica, il rifiuto di ridurre il cristianesimo all’etica civica, la consapevolezza che la storia non è neutrale. Il rifiuto di “addormentarsi” ha una radice evangelica.
Ma ciò che manca è decisivo. Ciò che manca è Cristo come presenza viva, non come figura tipologica. Ciò che manca è la Chiesa come corpo, non semplicemente come istituzione. Ciò che manca è la preghiera come atto reale, non sostituibile dall’analisi. Ciò che manca è la logica del dono, che non è la stessa della logica del controllo.
Ciò che manca, soprattutto, è la povertà. Non come categoria sociologica, ma come luogo teologico. Nella costruzione di Thiel, i poveri non sono il punto di riferimento storico; sono un effetto collaterale del sistema, da compensare in un secondo momento. La differenza è radicale.
Ascoltare Thiel è utile. Ci costringe a prendere sul serio questioni che spesso vengono eluse. Ma la sua proposta rimane intrinseca alla logica stessa che critica.
La domanda è giusta: come possiamo impedire che la tecnologia diventi dominante? La risposta – affidarci a coloro che stanno accelerando proprio quella tecnologia – non regge.
Nel dipinto di Signorelli che cita, l’artista guarda verso lo spettatore. È un gesto che interrompe la scena. La domanda non è più solo cosa accade all’interno del dipinto. È cosa accade in chi guarda. La domanda è reale: come reagirete?
La risposta, tuttavia, non si trova nell’accelerazione. La si trova altrove: nella giustizia tangibile, nell’amore attivo e in una speranza che non si crea ma si riceve.
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Famiglia Cristiana, “fede o bandiera?”
A Roma le conferenze riservate del fondatore di PayPal attirano ambienti cattolici tradizionali. Ma la sua visione “orizzontale” dell’Anticristo solleva una domanda decisiva: che cos’è davvero la fede cristiana? Il commento di don Stefano Stimamiglia, direttore di Famiglia Cristiana.
In questi giorni, a Roma, Peter Thiel sta facendo alcune conferenze, con posti riservati e rigorosamente a numero chiuso, seguite da Messe con il rito antico, partecipate anche, sembra, da sacerdoti e seminaristi, attirati probabilmente dalla sua visione, singolare ma molto “orizzontale”, sulla figura dell’Anticristo. Circostanze queste che suggeriscono il tentativo di legare queste iniziative a un cattolicesimo identitario.
Thiel è un imprenditore e investitore statunitense, cofondatore di PayPal, tra i primi finanziatori di Facebook e proprietario di Palantir Technologies, società che sviluppa piattaforme per analizzare grandi quantità di dati, usate da governi e aziende per sicurezza, intelligence e decisioni strategiche. Una potenza mondiale, impressionante. Thiel usa il termine “Anticristo” in modo originale e provocatorio: non come figura antireligiosa, che si oppone al Messia, come sempre è avvenuto nella tradizione cristiana, ma come simbolo di un potere globale che frena il progresso, limita l’innovazione e impone un controllo, un limite. Insomma, l’Anticristo per lui rappresenta tutto ciò che impedisce alla tecnologia (e alla sua società) di far avanzare il mondo (che però è quello dei ricchi) senza limiti: organizzazioni internazionali, leggi che vogliono limitare l’Intelligenza artificiale, la stessa Unione Europea con tutte le sue procedure etiche e garantiste. E, forse, lo stesso papa Leone XIV, che in continuità con Francesco mette in guardia da un uso spregiudicato e antiumano dell’Intelligenza artificiale. Una visione orizzontale, quella di Thiel, che ispira le attuali elités politiche di destra statunitensi, in primis Trump e Vance, e che attira come mosche al miele anche un certo cattolicesimo tradizionale, nostalgico dell’Ancien Regime.
Tuttavia, al di là del contesto, ci sembra che questo individui un nodo più profondo: la strumentalizzazione della religione a fini ideologici. Oggi questa dinamica assume una forma più sottile, in cui la fede viene ridotta a simbolo culturale, a segno distintivo, a strumento di appartenenza, a barriera contro il “decadimento dell’Occidente” e delle fondamenta su cui è sorto. Ma così la fede perde la sua natura originaria. La questione più importante è, dunque, un’altra, molto più semplice e concreta: che cos’è davvero la nostra fede, la fede cristiana?
La fede non è una bandiera, un segno di appartenenza, un modo per distinguersi dagli altri o per difendere una certa identità. Il cristianesimo non nasce per questo. Nasce da un fatto preciso: Dio si è fatto uomo. Questa è l’Incarnazione. E non è un’idea complicata: significa che Dio non è rimasto lontano, ma è entrato nella nostra storia e nella nostra vita in – e con – Gesù. Ha vissuto come noi, ha sofferto, ha amato. È diventato davvero uno di noi. E questo cambia tutto.
San Giovanni lo dice con una chiarezza disarmante: «Ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’Anticristo» (1Giovanni 4,2-3). È una frase fortissima, ma molto semplice. Il punto non è la politica, non sono le idee, non sono le strategie del mondo. Il punto è questo: riconosci o no che Dio si è fatto uomo? Giovanni insiste ancora: «Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’Anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio» (1Giovanni 2,22). E aggiunge anche una cosa importante, che spesso dimentichiamo: «Figlioli, è giunta l’ultima ora. Come avete sentito dire che l’Anticristo deve venire, di fatto molti anticristi sono già venuti» (1Giovanni 2,18).
L’Anticristo non è allora qualcosa di lontano o misterioso che deve manifestarsi. È una realtà che riguarda già il presente ogni volta che si perde – e questo riguarda anche ciascuno di noi – il centro della fede. E allora si capisce meglio anche il problema di certe interpretazioni moderne, anche raffinate, come quelle che possono richiamare, come fa Thiel, pensatori del calibro di René Girard. Quando la parola “Anticristo” viene usata in senso politico o culturale si rischia di spostare tutto su un altro piano. Interessante, forse, intellettualmente attraente ma, forse, non più cristiano. Almeno in senso pieno. Perché per il cristiano il punto non cambia: Dio si è fatto carne. E se Dio si è fatto uomo, allora ogni persona ha una dignità immensa. Non solo chi ha successo, non solo chi conta. Tutti. Questo è il cuore della fede. E per questo non può diventare un’arma contro gli altri, né un modo per sentirsi superiori.
La fede vera, allora, si vede nelle cose semplici: nel perdono, nella pazienza, nell’accoglienza, nel modo in cui si vive in famiglia, nel lavoro, nella vita quotidiana. Non nei discorsi complicati. Giovanni lo ricorda anche con parole di grande speranza: «Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo» (1Giovanni 4,4). Questo è il punto che dà pace: non dobbiamo difendere Dio come se fosse fragile. Non dobbiamo trasformare la fede in una battaglia continua. Dio è già entrato nella storia. È già presente. E ha vinto. E noi con Lui, se lo incontriamo e gli siamo fedeli.
Si può discutere, certo, anche con persone intelligenti come Thiel. Le domande che pone sono serie. Ma senza perdere il centro. Il centro è sempre lo stesso: Gesù Cristo, Dio fatto uomo. Se questo resta chiaro, tutto il resto trova il suo posto. E la fede smette di essere una bandiera da agitare e diventa vita da vivere. Ogni giorno. Con semplicità. Amando tutti.
[Fonti: Uca News (nostra traduzione), Famiglia Cristiana; Foto: Politico]



