Primarie Usa: stress test per Trump

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Le consultazioni estive segnalano democratici divisi tra moderati e progressisti e un endorsement di Trump ancora forte, ma non a prova di candidati deboli. Il focus dell’ISPI.

Le primarie tenute martedì 11 agosto in sei Stati americani – ossia Minnesota, Wisconsin, Connecticut, Vermont, South Carolina e Alabama – offrono il quadro più completo finora disponibile su come probabilmente si presenteranno democratici e repubblicani alle Midterm di novembre. I segnali che ne emergono sono a tratti contraddittori: da un lato si registra una frenata nell’ondata progressista che nei mesi scorsi sembrava destinata a travolgere gli establishment locali del Partito democratico, dall’altro un endorsement di Donald Trump che resta fortissimo nella maggior parte delle corse e che ha influito in due delle gare più seguite della giornata. Il fatto che il sostegno di Trump penalizzi o avvantaggi i candidati del GOP è uno dei temi principali della prossima tornata elettorale di metà mandato. Sullo sfondo, un dato più politico che elettorale: il voto arriva mentre Trump vive uno dei momenti più difficili della sua presidenza, tra un gradimento in calo e una guerra con l’Iran che non riesce a chiudere, e la scelta di tentare di congelare la crisi del Golfo con la pressione economica, piuttosto che con nuove escalation militari, sembra sempre più leggibile anche come una mossa pensata per arginare l’emorragia di consensi in vista di novembre.

Onda progressista?

In Minnesota la vice-governatrice Peggy Flanagan ha battuto nettamente la deputata moderata Angie Craig per la nomination al Senato, in una corsa dominata dal tema dei controlli sull’immigrazione dopo l’Operazione Metro Surge di inizio 2026, che ha portato migliaia di agenti federali nello Stato, due morti tra i residenti e centinaia di espulsioni: il voto di Craig a favore del Laken Riley Act, di cui si era poi detta pentita, l’ha inseguita per tutta la campagna. In Wisconsin la sfida tra il moderato David Crowley e la socialista Francesca Hong per la nomination a governatore è rimasta aperta per diverse ore in un serrato testa a testa, conclusosi però con la vittoria del primo candidato. In Vermont, invece, l’anti-establishment Amanda Janoo ha superato di misura, 49% a 46%, la favorita Aly Richards con una campagna incentrata su nuove tasse alla pubblicità digitale e regole più severe sui data center AI. È lo stesso schema che pochi giorni prima aveva consegnato la nomination in Michigan al biologo Abdul El-Sayed, e che in Connecticut ha visto l’ex sindaco di Hartford Luke Bronin, 48 anni, eliminare il deputato uscente John Larson, 78 anni e in carica da dieci mandati: il decimo parlamentare in carica a perdere una primaria nel 2026, il numero più alto in un anno senza redistricting nazionale dal 1970. Non tutti gli uscenti sono caduti, però: sempre in Connecticut Ned Lamont ha retto alla prima sfida primaria subita da un governatore dello Stato in 50 anni.

L’endorsement di Trump vale ancora?

Sul fronte repubblicano, in Wisconsin il deputato Tom Tiffany – esponente Maga vicino a Trump – ha incassato oltre il 90% dei consensi per la nomination a governatore, segno di un’unità repubblicana solida quando non c’è di mezzo un big dell’establishment locale. Ma in Minnesota il Trump-endorsed Mike Lindell, fondatore di MyPillow, negazionista delle elezioni del 2020 e alle prese con difficoltà finanziarie e cause legali, è stato travolto da Lisa Demuth. In South Carolina, Darline Graham, sorella del defunto senatore Lindsey Graham e appoggiata personalmente da Trump, si è fermata al 32%, la performance più debole mai registrata da un candidato sostenuto da Trump in una primaria al Senato, finendo costretta al ballottaggio del 25 agosto contro Ralph Norman. Secondo i media americani, nel 2026 Trump ha fatto 312 endorsement nelle primarie con un tasso di successo del 97% fino a inizio luglio, ma i due tracolli di agosto mostrano che il suo appoggio pesa meno quando il candidato porta con sé problemi propri, finanziari o di credibilità. Non è un dettaglio da poco per un presidente il cui gradimento, secondo la media dei sondaggi calcolata da Nate Silver, si attesta all’11agosto attorno al 38%, con un saldo negativo di oltre 20 punti tra chi approva e chi disapprova il suo operato: proprio mentre in Alabama la ripetizione forzata delle primarie in quattro distretti, imposta dai tribunali dopo una mappa che elimina uno dei due collegi a maggioranza afroamericana, ricorda che le battaglie sul disegno dei collegi per novembre si combattono già nelle urne.

Corsa contro il tempo?

Il voto arriva a pochi giorni dalla mossa più curiosa di Trump sul fronte Iran: la richiesta di risarcimenti “per 50 anni di danni” a Teheran, un ribaltamento della richiesta di riparazioni che era stata Teheran a porre come condizione per la riapertura dello stretto di Hormuz. L’ex consigliere di Obama Charles Kupchan l’ha liquidata come mero “banter”, un botta e risposta negoziale più che una reale richiesta, e il motivo è chiaro: sia Trump sia l’Iran hanno interesse a chiudere, non ad allargare, il fronte del Golfo. Trump ha oscillato per settimane tra minacce di colpire “molto duramente” e annunci di accordo imminente, per poi virare questo mese verso la pura pressione economica, “abbassando i toni” e lasciando lavorare il blocco navale al posto di nuovi attacchi. Le ragioni sono politiche: il presidente non vuole affrontare le elezioni di Midterm con la benzina cara, mentre il consenso interno alla guerra è ormai eroso, e il Pentagono deve fare i conti con scorte di munizioni in calo, al punto da aver dato all’industria della difesa una sorta di “ultimatum” per accelerare la produzione di intercettori. In questo senso le primarie dell’11 agosto e la gestione del Golfo raccontano la stessa storia: un presidente che, prima di novembre, ha più bisogno di tamponare falle che di aprire nuovi fronti.

Il commento di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

“Questo nuovo ciclo di primarie conferma molti degli elementi emersi in quelli che lo hanno preceduto. Con la significativa eccezione di Lindell in Minnesota, i candidati trumpiani – anche quelli meno esperti o presentabili – prevalgono in gran parte delle primarie repubblicane, a dimostrazione del sostegno al Presidente della base del partito. La divisione politica nei democratici – tra moderati e progressisti, sinistra e centro – viene confermata. Nelle primarie del Michigan di pochi giorni fa, il candidato della sinistra El-Sayed aveva prevalso di appena un punto percentuale; in quelle del Wisconsin, ha vinto di appena mezzo punto il candidato più moderato Crowley. La sfida, per i democratici, è ora di ricomporre queste differenze, preservare la lealtà dei loro elettori, e soddisfare una richiesta chiara di discontinuità politica e generazionale, attraverso proposte e progetti anche radicali, ma che, per risultare credibili, debbono essere concreti nei contenuti e realistici nelle possibilità”.

[Fonte e Foto: ISPI]