Spadaro, “Rubio a Roma: non cortesia, ma strategia”

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“La visita segnala un tentativo di allentare le tensioni con il Vaticano dopo settimane di attriti pubblici”, afferma l’ex direttore di Civiltà Cattolica, sottosegretario vaticano alla Cultura e all’Educazione, nella sua rubrica ‘Vatican Diary’ per l’agenzia cattolica asiatica Uca News.

Di p. Antonio Spadaro, SJ, da Uca News

Il segretario di Stato americano Marco Rubio sarà a Roma dal 6 all’8 maggio per “promuovere le relazioni bilaterali con l’Italia e il Vaticano” – almeno questa è la formulazione ufficiale del Dipartimento di Stato.

Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale.

Il linguaggio diplomatico è scarno, quasi clinico. Gli osservatori interpretano ampiamente la missione come un tentativo di ricucire i rapporti tra il Vaticano e l’Italia, dopo settimane di forti tensioni pubbliche tra Washington, Roma e la Santa Sede.

Rubio, cattolico praticante, visiterà l’Italia almeno per la terza volta da quando ricopre la carica di segretario di Stato. Il suo incontro con Leone XIV sarà il primo incontro faccia a faccia noto tra il Papa e un membro del governo statunitense in quasi un anno. Questa lunga attesa, di per sé, è significativa.

Comprendere questa visita, tuttavia, richiede di andare oltre la narrazione del disgelo e di leggerne la struttura più profonda.

La Santa Sede è un attore diplomatico singolarmente peculiare: non dispone di una forza militare, non esercita una significativa influenza economica, eppure esercita una sorta di influenza normativa – una capacità di rimodellare la grammatica morale del conflitto – sproporzionata rispetto al suo peso materiale.

Quando Papa Leone XIV dichiara che la guerra è impensabile, o moralmente indifendibile, non sta semplicemente esprimendo un’opinione religiosa. Sta ridefinendo i confini di ciò che si può dire nella vita pubblica, con effetti concreti sulle alleanze, sull’opinione pubblica globale e sulla legittimità percepita di qualsiasi potenza che aspiri a presentarsi come forza di stabilità.

Trump ha dichiarato: “Non voglio un Papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare”. Lo scontro è diventato personale, teatrale e si è completamente spostato dai canali istituzionali.

Il viaggio di Rubio è concepito per invertire questa traiettoria – non per negoziare concessioni concrete, ma per riportare il confronto a un registro più pacato e istituzionale. I diplomatici hanno un termine per questo tipo di lavoro: “raffreddare la retorica”. È la condizione necessaria per qualsiasi riallineamento sostanziale, qualunque sia il momento in cui questo avverrà.

C’è anche una variabile interna che tende a essere sottovalutata nella copertura della politica estera: il cattolicesimo americano ha un’importanza politica significativa. Rubio può fungere da ponte simbolico tra l’amministrazione e un elettorato che si è sentito sinceramente a disagio di fronte allo spettacolo della Casa Bianca in aperto conflitto con la più alta autorità morale della propria tradizione.

In definitiva: Washington non è venuta a Roma per convertire il Papa. È venuta per riconoscere – implicitamente ma chiaramente – che la sua voce ha un peso nel mondo che non può essere semplicemente ignorato.

La situazione creata dalle dichiarazioni del presidente Trump richiedeva un intervento diretto di alto livello, condotto nel linguaggio appropriato della diplomazia: una correzione semantica a una narrazione di conflitto frontale con la Chiesa.

Questa missione è nata da una crisi che i media hanno amplificato, ma non inventato. L’incontro rappresenta un tentativo di transizione: dallo spettacolo del confronto pubblico a qualcosa di più antico e discreto, una diplomazia della presenza, basata sul contatto diretto e che non prevede di rilasciare dichiarazioni ufficiali.

[Fonte: Uca News (nostra traduzione); Foto: Vatican Media]