
Trump a Davos: una mezza svolta, molte ambiguità

Al World Economic Forum – prima dell’annuncio in serata sull'”accordo quadro” col leader della Nato Mark Rutte -, Trump esclude l’uso della forza sulla Groenlandia, ma chiede “negoziati immediati” per acquisirla e rilancia accuse e ambiguità su Nato e alleati. Il punto di Alessia De Luca per l’ISPI.
Qualche attacco all’Europa che “sta andando nella direzione sbagliata”, qualche confusione tra Islanda e Groenlandia, la rivendicazione di “successi senza precedenti” in diversi ambiti, dall’economia alla politica estera e accuse alla Nato (“a cui diamo tanto senza ricevere nulla in cambio”) pur spiegando che no, non ricorrerà all’uso della forza per prendersi la Groenlandia: l’attesissimo discorso pronunciato oggi da Donald Trump a Davos si è rivelato, piuttosto, un confusionario flusso di coscienza. Condito, beninteso, dai soliti cavalli di battaglia: qualche immancabile frecciatina a Emmanuel Macron, l’accusa di essere “sempre lì per la Nato” ma di non essere sicuro che “lei sarebbe lì se ne avessimo bisogno noi”, accuse arbitrarie a Joe Biden (un “presidente orribile”) e ai democratici. Se fossero ancora lì “a quest’ora saremmo morti”, secondo Trump, a causa “dell’aumento del deficit e delle migrazioni di massa”. Non ha risparmiato neanche bordate alla Cina “che produce le pale eoliche e le vende agli stupidi che le usano, ma che invece usa il carbone, il gas e il petrolio”. Nel suo discorso, Trump ha ripetuto anche un’affermazione infondata, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale. L’intervento del presidente americano era particolarmente atteso dopo che egli stesso aveva annunciato “grandi novità” e – ai giornalisti che lo interrogavano su quanto fosse disposto a spingersi per acquisire la Groenlandia – aveva risposto seccamente: “Lo scoprirete”.
Un punto saliente, tra molte ambiguità?
Contrariamente alle aspettative però, il discorso di Trump non ha regalato veri e propri scoop. Nel complesso, nel lungo intervento (durato un’ora e 12 minuti), il presidente americano ha fatto ricorso alle solite semplificazioni storiche, omettendo gli interessi e i vantaggi che gli Stati Uniti hanno tratto dall’alleanza transatlantica e messo nuovamente in dubbio il suo impegno nei confronti della Nato e dell’Articolo 5. È bene notare, però, che il presidente ha accuratamente evitato di menzionare, se non indirettamente, la minaccia dei dazi avanzata contro i paesi europei e – quindi – il rischio di uno scontro commerciale con i 27. Trump ha detto: “Noi chiederemo, e se ci sarà risposto di sì, bene. Altrimenti – ha aggiunto – ce lo ricorderemo”. Cosa intendesse dire di preciso, sarà di certo oggetto di attente analisi nei prossimi giorni, ma è già un passo avanti rispetto a “prenderemo la Groenlandia con le buone o con le cattive”, la frase ripetuta più volte dallo stesso Trump fino a poche ore fa. Il presidente ha comunque detto di aspettarsi “negoziati immediati” per “l’acquisizione” dell’isola artica, non menzionando il fatto che Danimarca e Groenlandia hanno più volte ribadito di non essere disponibili a trattare su uno scenario di questo tipo.
Carney: l’altro discorso?
L’arrivo in ritardo di Trump a Davos – a causa di un problema all’aereo – ha avuto un impatto a catena sul programma del presidente e sugli incontri bilaterali in agenda. Tra i leader che hanno lasciato Davos senza incontrarlo c’era anche Mark Carney, primo ministro del Canada, autore di uno degli interventi più densi e discussi del Forum, ampiamente circolato in rete e sui social media. Carney ha descritto un mondo in cui, dopo anni di crisi finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche, l’integrazione economica è diventata uno strumento di potere: dazi usati come leva, infrastrutture finanziarie come coercizione, catene di approvvigionamento trasformate in vulnerabilità. Per le potenze medie, ha spiegato, la sfida non è se adattarsi a questa realtà, ma come farlo: limitandosi a innalzare barriere o scegliendo una risposta più ambiziosa e cooperativa. “Se non siamo al tavolo, siamo nel menu”, ha avvertito. Carney ha ricordato come Paesi come il Canada abbiano prosperato nell’ordine internazionale basato sulle regole, pur consapevoli dei suoi limiti e delle sue applicazioni asimmetriche, sostenute però dall’egemonia americana. Oggi, ha concluso, quel patto si è rotto: “Non siamo in una transizione, ma in una frattura”, di fronte alla quale le medie potenze possono ancora contribuire a costruire un nuovo ordine fondato su diritti, sostenibilità, solidarietà e sovranità.
Una sferzata all’Europa?
Il discorso di Carney non è l’unico ad aver fatto rumore a Davos. In un’intervista ai giornalisti presenti, il governatore democratico della California Gavin Newsom, probabile aspirante candidato alla Casa Bianca nel 2028, ha esortato i leader europei a tenere testa al presidente americano, il cui progetto di impossessarsi della Groenlandia, ha detto, “è una follia”. E sferzando i leader mondiali che non osano sfidare il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato: “Non sopporto questa complicità di gente che si gira dall’altra parte. Avrei dovuto portare un sacco di ginocchiere per tutti i leader mondiali. Voglio dire, distribuire corone, premi Nobel… È semplicemente patetico”. In effetti, oltre a Carney, pochi dei leader che si sono avvicendati sul palco del Forum in Svizzera hanno avuto parole altrettanto nette di condanna nei confronti dell’aggressività trumpiana. Tra questi Macron, che si è scagliato contro le “ambizioni imperiali” di The Donald, il suo “calpestare il diritto internazionale” e l’uso “inaccettabile” dei dazi come leva contro la sovranità. In molte cancellerie europee il giudizio è condiviso, ma in poche si ritiene che lo scontro frontale sia la strada giusta. Il vertice di emergenza convocato per il 12 febbraio dal presidente Antonio Costa sarà la cartina di tornasole della capacità dell’Unione di tradurre questa consapevolezza in un fronte politico comune.
Il commento di Gianluca Pastori, ISPI Senior Associate Research Fellow
“Dopo un anno di mandato vissuto pericolosamente, l’arrivo di Donald Trump a Davos rappresenta l’ennesimo stress test per i rapporti transatlantici. Negli ultimi giorni, nuove tensioni si sono accumulate, in un alternarsi di segnali non di rado contraddittori. La possibilità di nuovi dazi contro i paesi che hanno inviato loro personale militare in Groenlandia ha portato a una dura reazione da parte dell’UE. L’interrogativo è se e quanto questa reazione si concretizzerà o se il suo risultato non sarà quello di mettere in luce in maniera eclatante le tante incertezze di Bruxelles. In questo momento, Donald Trump sembra più che mai intenzionato a capitalizzare la sua posizione di forza. Una forza che, tuttavia, è, sotto molti aspetti, più apparente che reale. Il malcontento che serpeggia nella sua base elettorale è solo uno dei segnali d’allarme. Alla fine, l’interrogativo è sempre lo stesso: il Presidente riuscirà anche questa volta a imporre la sua posizione (e la sua narrazione) ad alleati ostili e a un paese che appare sempre più diviso? È una sfida importante, anche alla luce dell’appuntamento che si profila con il voto di midterm, voto che, una volta di più, si presenta come una sorta di referendum sulla figura e sull’operato del tycoon”.
[Fonte e Foto: ISPI]



