Trump, “dopo l’Iran, pronto a prendere il controllo di Cuba”

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“Penso che avrò l’onore di prendere Cuba, un grande onore”, aveva detto un mese fa e mezzo fa il presidente Usa, Donald Trump, parlando con i giornalisti nello Studio Ovale della Casa Bianca. Quando gli era stato chiesto di specificare su questo punto, il tycoon aveva risposto: “Sì, prendere Cuba in qualche modo: prenderla o liberarla, penso che posso farci qualunque cosa voglio. Adesso sono una nazione molto indebolita. Ci sono stati per molto tempo leader molto violenti. Castro è stato un leader molto violento e anche suo fratello. È così che hanno governato, ma a molte persone piacerebbe tornare indietro”, aveva aggiunto l’inquilino della Casa Bianca.

Ora, a distanza di qualche settimana, il presidente Usa rilancia: “Mi piace finire prima un lavoro. Forse tornando dal Medio Oriente, una delle portaerei potrebbe fermarsi” a Cuba, ha detto Trump un po’ scherzando, un po’ serio nel corso di un evento al Forum Club in Florida. Il presidente ha quindi spiegato che gli Stati Unti prenderebbero il controllo di Cuba quasi immediatamente. E anche lo scorso 18 aprile, sveva promesso che “una nuova alba per Cuba” ci sarà “molto presto”, mentre secondo Axios funzionari del Dipartimento di Stato avevano incontrato all’Avana esponenti cubani, fra i quali il nipote di Raul Castro.

Intanto gli Stati Uniti hanno stretto la morsa sull’isola caraibica e imposto ulteriori sanzioni contro il governo dell’Avana. Nel mirino della Casa Bianca sono finiti entità e soggetti che sostengono l’apparto di sicurezza dell’esecutivo o che sono considerate complici di corruzione o gravi violazioni. Donald Trump ha in questi giorni firmato un ordine esecutivo con le nuove misure.

Il ministro degli Esteri di Cuba Bruno Rodríguez ha subito dichiarato che le nuove sanzioni imposte dal presidente statunitense Donald Trump all’isola equivalgono a una “punizione collettiva”, mentre un’enorme corteo ha sfilato davanti all’ambasciata americana all’Avana, per le celebrazioni del 1° maggio, promettendo di essere tutti pronti a “difendere la patria”, secondo quanto riporta l’Afp. Trump ha detto all’evento in Florida che potrebbe far fermare una portaerei statunitense “di ritorno dall’Iran… a circa 100 metri dalla costa”»” dell’isola caraibica. In un ordine esecutivo, il leader statunitense ha affermato che avrebbe imposto sanzioni a persone coinvolte in una vasta operazione di smantellamento dell’economia cubana, che è controllata dal governo. Le ultime sanzioni costituiscono una “punizione collettiva” per il popolo cubano, ha dichiarato Rodríguez. “Respingiamo fermamente le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti”, ha scritto su X aggiungendo che si tratta di sanzioni “illegali” e “abusive”.

Cuba nel mirino di Trump e sempre più sola

La leadership cubana, sempre più isolata e in crisi profonda, affronta il declino del regime mentre cresce la pressione di Trump e l’inerzia dell’America Latina.

E’ sotto gli occhi di tutti, intanto, come il regime al potere a Cuba da 65 anni si stia spegnendo e in America Latina, sorprendentemente, in pochi si stanno dando da fare per salvarlo. La gravissima crisi economica che coinvolge l’isola da anni è peggiorata con il blocco all’import di petrolio venezuelano deciso dal “protettorato” di Donald Trump su Caracas. Senza il suo principale fornitore di greggio, tutto – o quasi – si ferma: è difficile spostarsi, muovere le merci e persino la fornitura di energia elettrica tracolla, giacché dipende in gran parte dal diesel.

Una lenta agonia – così la descrive Emiliano Guanella sul sito dell’ISPI -, con la popolazione che stenta a mettere insieme due pasti al giorno. Si sopravvive, ma si inizia anche a protestare e oramai i cubani non hanno paura a puntare il dito contro l’establishment. Non ci sono grandi manifestazioni, il controllo della polizia e della rete di informatori e comitati di quartiere è ancora forte, ma non mancano piccoli focolai di rivolta, che il governo non riesce più a far passare come azioni del nemico imperialista, come ha fatto per decenni. Ricompare lo slogan “Patria y vida”, antitesi al rivoluzionario ma ormai anacronistico “Patria o muerte”: i cubani vogliono vivere dignitosamente, a nulla serve difendere l’eredità di Fidel se la pancia è vuota e le prospettive per il futuro catastrofiche.  

Nei mesi scorsi sono anche arrivati, comunque, i primi segnali di una sorta di disgelo con Washington, con Trump intenzionato a una “soluzione venezuelana”: che se ne vada il presidente Diaz Canel per stabilire una guida più permeabile, se non ai voleri, almeno ai piani a lungo termine del vicino del Nord. “Voglio prendermi Cuba e poi farò quello che voglio con l’isola”, ha appunto detto Trump senza mezzi termini, sotto gli occhi attenti del suo ministro degli esteri Marco Rubio, la cui biografia si intreccia con quella degli esuli cubani negli States.  

Se non sorprende più di tanto, modi a parte, questa brama trumpiana, a rendere attoniti gli specialisti della regione è piuttosto il silenzio-assenso di gran parte dell’America Latina. C’è la nuova destra capitanata dall’argentino Milei che sogna il crollo del regime, ma anche l’ostilità dichiarata del salvadoregno Bukele, dell’Ecuador di Daniel Noboa o del Cile appena “preso” dal conservatore Josè Antonio Kast. Posizioni scontate, se si guarda alla loro posizione ideologica, ma anche a sinistra non si muovono mari e monti. Dai tre Paesi più popolosi della regione, Brasile, Messico e Colombia, che sono governati dal progressismo, le reazioni ufficiali alle manovre trumpiane sull’isola si fermano a mere dichiarazioni retoriche, senza che vi siano atti concreti.  

Dopo la caduta di Nicolas Maduro, la messicana Claudia Sheinbaum ha mandato due navi cisterna con greggio Pemex all’Avana, ma ha poi dovuto bloccare i rifornimenti per paura di ritorsioni dirette da parte della Casa Bianca. Gustavo Petro, in Colombia, solidarizza contro l’embargo ma non va oltre, anche perché fra due mesi la sinistra è chiamata alle urne in un’elezione presidenziale molto aperta e dove conterà non poco la conquista del voto moderato.

Stesso discorso in Brasile. Lula probabilmente vorrebbe fare di più per gli amici cubani ma non può esporsi più di tanto per non alimentare le critiche della destra con Flavio Bolsonaro in forte rimonta in vista delle presidenziali di ottobre. Ragion di Stato, calcoli politici, la minaccia delle sanzioni: tutto congiura ormai contro Cuba. Anche la Russia e la Cina, in fondo, hanno altro di cui occuparsi di questi tempi. Il presidente Diaz-Canel potrebbe avere i giorni contati, il punto è come cedere senza che tutto crolli. Se il Venezuela è importante soprattutto per il petrolio, la caduta del comunismo cubano avrebbe una valenza simbolica ancor maggiore. Trump sogna il grande colpo, che potrebbe anche servirgli come un vero e proprio jolly da giocare nelle elezioni di metà mandato in programma per novembre.  

[Fonti: ANSA, ISPI; Foto: The Rising Tide – Substack/rawpixel.com/U.S. Department of Agriculture, CiberCuba]