
Trump e la stampa: resa dei conti?

La partecipazione di Trump alla cena dei corrispondenti riaccende uno scontro mai sopito in un momento critico per i media americani, che si dimostrano ancora capaci di mettere in difficoltà il presidente. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Che tra Donald Trump e la stampa non corra buon sangue è cosa nota da almeno un decennio. Dal 2016 in poi, l’ex immobiliarista newyorkese – da sempre ossessionato dalla copertura mediatica – ha reso celebre l’espressione “fake news” con la quale denigra i giornalisti e l’informazione quando ritiene che questi non lo assecondino. Anche per questo motivo, fa non poca notizia, in queste ore, la decisione del presidente di partecipare per la prima volta – in passato aveva sempre declinato l’invito – alla tradizionale ‘cena dei corrispondenti’ alla Casa Bianca. Il gala, organizzato una volta all’anno, è diventato una vera e propria istituzione con cui da oltre un secolo, rappresentanti governativi, funzionari e giornalisti si riuniscono per celebrare il Primo Emendamento della Costituzione, che sancisce la libertà di parola. La cosa non ha mancato di alimentare polemiche: il presidente ha fatto causa a diverse testate giornalistiche, impedito a giornalisti stranieri di entrare nel paese e tramato per tagliare i fondi alle principali emittenti televisive. E in più di un’occasione ha rivolto insulti – sessisti o accuse di “antipatriottismo” – ai reporter critici nei suoi confronti. Alcuni temono che Trump userà la tribuna della cena di gala per rincarare la dose. Secondo il Daily Beast, il presidente sfrutterà l’occasione per attaccare verbalmente i giornalisti che hanno scritto articoli negativi sulla sua amministrazione e andrà via subito dopo il suo discorso. Comprensibilmente, la notizia ha sollevato non poco dibattito nel settore dei media e, in una lettera aperta, 250 ex giornalisti hanno incoraggiato l’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca a “dimostrare con forza la propria opposizione ai tentativi del presidente di calpestare la libertà di stampa” poiché, spiegano, quelli che viviamo “non sono tempi normali”.
Un periodo anomalo per il giornalismo americano?
Che il vento fosse cambiato per i giornalisti dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca è stato chiaro fin da subito. Ma c’è una data che ha sancito decisamente l’ingresso in un’era anomala per i media americani: il 4 febbraio 2026, quasi da un giorno all’altro, oltre 300 giornalisti, e praticamente tutti i corrispondenti esteri del Washington Post, hanno perso il lavoro. Nonostante i comunicati ufficiali dell’azienda parlassero di tagli finalizzati a un rilancio del giornale, diversi osservatori concordano nel ricondurre la decisione alla volontà di ridurre costi e ricollocare il giornale su posizioni meno problematiche per i rapporti del proprietario, Jeff Bezos, e delle sue aziende con l’attuale governo statunitense. Tutto ciò aleggerà sulla cena dei corrispondenti della Casa Bianca di questa sera, a cui si unirà un gruppo di influencer e personalità dei media online, offrendo l’istantanea di un panorama mediatico americano quasi irriconoscibile rispetto a quello in cui Trump si è affacciato dieci anni fa. L’accostamento è bizzarro. “È come se i vigili del fuoco invitassero degli incendiari a un raduno volto a celebrare l’attività antincendio”, ha scritto Oliver Darcy nella sua newsletter, Status.
Il sostegno della Silicon Valley?
Il passaggio verso un ‘nuovo ordine’ è scandito da diverse istantanee. Alla cerimonia di insediamento di Trump, nel 2025, nella rotonda in marmo del Campidoglio il presidente era affiancato dai leader delle più potenti aziende tecnologiche del mondo. Alle sue spalle c’erano Mark Zuckerberg di Meta, Jeff Bezos di Amazon, Tim Cook di Apple, Sam Altman di OpenAI e Sundar Pichai di Google, dirigenti che insieme controllano miliardi di dollari e l’intera rete delle telecomunicazioni di ultima generazione. Un mese dopo, Elon Musk saliva sul palco del CPAC, principale raduno della destra americana, brandendo una motosega e promettendo di smantellare il governo federale. Entrambe le immagini hanno mostrato al mondo quanto fossero lontani i tempi in cui Facebook e Twitter sospesero gli account del presidente in seguito all’assalto al Campidoglio e come il rapporto un tempo teso tra il tycoon e la Silicon Valley si fosse completamente trasformato: con Trump al potere e i repubblicani al controllo del Congresso, mantenere l’accesso all’amministrazione è diventato essenziale per le aziende che intendono plasmare la regolamentazione e vincere la corsa dell’intelligenza artificiale.
La minaccia più grande?
Nel 2018, l’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon descrisse così l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti dei giornalisti: “I democratici non contano. La vera opposizione è rappresentata dai media. E il modo per affrontarli è inondare la zona di merda“. La strategia non mirava tanto a persuadere i giornalisti quanto a sopraffarli, saturando il panorama informativo con affermazioni continue e contraddittorie, continui cambi di posizione e spettacolarizzazione. In poco meno di un decennio, Trump ha contribuito a polarizzare i media americani, a screditarli e ora assiste alla trasformazione del loro ecosistema. Mentre le grandi testate perdono abbonati, gli influencer vantano un pubblico che supera quello dei conduttori televisivi. “La vecchia gerarchia di giornali ed emittenti si è frammentata in un sistema instabile di reti faziose, influencer, grandi finanziatori – osserva il Financial Times – tutti in competizione per plasmare il modo in cui gli americani interpretano la politica e l’informazione”. Eppure è proprio dalla stampa ‘tradizionale’ che arriva la minaccia più grande per il presidente. Come lo scorso fine settimana, quando il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta secondo cui Trump viene tenuto fuori da alcune riunioni strategiche dai suoi consiglieri. O come quando, qualche giorno prima, uno scoop del New York Times aveva raccontato come il presidente avesse preso la decisione di attaccare l’Iran lasciandosi convincere dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dai servizi segreti israeliani, mentre nessuno dei suoi consiglieri aveva saputo frenare l’inizio di una guerra basata su scenari definiti “grotteschi” dagli esperti. Si tratta di rivelazioni sorprendenti quanto nocive per la sua immagine, che potevano trapelare solo grazie ad una stampa che resta, ancora oggi, il principale contrappeso al suo potere politico.
Il commento di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po
“Nel progetto scopertamente autoritario promosso da Donald Trump il controllo dei media svolge ovviamente un ruolo centrale. Media prima offesi e delegittimati; poi blanditi e scalati attraverso acquisizioni e fusioni – ultima in ordine di tempo quella tra Paramount e Warner Bros – pilotate dall’amministrazione e promosse da imprenditori vicini al Presidente. Media che i tanti casi continuano a svolgere il loro compito con professionalità, rigore e integrità, in particolare la carta stampata, dal New York Times all’Atlantic, dal New Yorker allo stesso Wall Street Journal. Ma che esibiscono, come tante altre istituzioni, la loro vulnerabilità allo spregiudicato disegno trumpiano”.
[Fonte e Foto: ISPI]



