Trump: partita su più fronti

Condividi l'articolo sui canali social

Per la prima volta dopo giorni il presidente USA smorza i toni sull’Iran, mentre il dossier Groenlandia inizia a viaggiare su binari diplomatici. Ma è presto per escludere nuovi colpi di scena. Il punto dell’ISPI.

La quiete, molto spesso, precede la tempesta. Dopo due settimane di montagne russe sul campo della politica estera, l’amministrazione americana del presidente Donald Trump sembra voler tirare il freno per qualche ora, almeno per quanto riguarda alcuni dossier. Da un lato, l’inquilino della Casa Bianca ha dichiarato in un’intervista a Reuters di aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che il regime iraniano abbia “smesso” di uccidere i manifestanti, con particolare riferimento alle esecuzioni pubbliche. Dall’altro ha affermato che sulla Groenlandia “si troverà una soluzione”, dopo l’incontro di ieri a Washington tra i vertici americani, groenlandesi e danesi. Intanto, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha dichiarato che incontrerà l’omologo americano il 3 febbraio, confermando il disgelo nei rapporti tra i due paesi dopo i burrascosi giorni che hanno preceduto e seguito la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, esfiltrato negli Stati Uniti e attualmente detenuto a New York. Insomma, dopo 15 giorni di grande attivismo – che sembrano aver messo in crisi la retorica isolazionista tipica del trumpismo sin dalle origini – il Tycoon sembra voler rallentare un po’, ma nel giro di poche ore potrebbero esserci nuovi, drammatici sviluppi.

Iran, pressioni dietro le quinte?

Secondo quanto riportato a NBC News da una fonte vicina alla Casa Bianca, Trump pretende che un eventuale intervento militare in Iran sia rapido e decisivo, senza sfociare in un conflitto prolungato politicamente insostenibile. Questo, probabilmente, è uno dei motivi che per il momento ritardano l’uso della forza contro il regime iraniano. Tuttavia, c’è anche un altro motivo. Secondo fonti della stessa emittente, le autorità israeliane hanno suggerito all’amministrazione Trump di rinviare possibili attacchi su larga scala finché il regime iraniano non sarà ancor più debole e sotto pressione, mentre un funzionario arabo ha affermato che al momento c’è “mancanza di entusiasmo” nella regione per un’azione militare americana in Iran. Trump, per parte sua, ha dichiarato durante un evento alla Casa Bianca: “Siamo stati informati da fonti molto attendibili che le uccisioni sono terminate”. Le stesse fonti gli hanno assicurato che le programmate esecuzioni dei manifestanti “non si sarebbero svolte”. Interrogato sull’eventuale esclusione di un intervento militare USA, Trump ha risposto: “Osserveremo la situazione e vedremo cosa accadrà”. D’altra parte, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Fox News, ha confermato che “non ci saranno impiccagioni”. Si tratta di aperture minime, ma significative. Intanto Israele e Iran, secondo quanto rivela il Washington Post, si sarebbero scambiati segretamente rassicurazioni – tramite la Russia – sul fatto nessuno dei due attaccherà preventivamente l’altro, ancor prima che le proteste iniziassero a dicembre scorso.

Groenlandia: tutto rimandato?

Sul dossier Groenlandia, la situazione resta incerta. Il ministro degli Esteri danese, Lars Løkke Rasmussen, ha dichiarato dopo l’incontro di ieri alla Casa Bianca con il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio: “Siamo pronti e disposti a fare di più”, per rafforzare la sicurezza nell’Artico. Gli USA, infatti, hanno già ampio accesso militare in Groenlandia e qualsiasi richiesta di aumento della presenza sarà “esaminata in modo costruttivo”. Presente anche la ministra groenlandese Vivian Motzfeldt, che ha ribadito: “Non vogliamo essere controllati dagli Stati Uniti”. Rasmussen ha sottolineato l’inaccettabilità di violare l’integrità territoriale della Groenlandia ma, pur ammettendo il disaccordo con Trump, ha assicurato: “Continueremo a parlare e formeremo un gruppo di alto livello per incontrarci nelle prossime settimane”. L’incontro segue un durissimo post di Trump su Truth: “Gli USA hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale. Senza di essa la Nato non è efficace. Se non la prendiamo noi, lo faranno Russia o Cina”. In risposta, la Danimarca ha annunciato un rafforzamento militare sull’isola, mentre alcuni paesi europei – che non nascondono il loro disagio per le pretese trumpiane sull’isola – invieranno truppe per esercitazioni multinazionali. Tra essi ci sono Svezia, Germania, Francia e Paesi Bassi (oltre al Canada).

America Latina, business as usual?

Nelle ultime ore, Trump è tornato a occuparsi anche del Venezuela. E la stessa cosa ha fatto anche il Congresso. Il presidente, che oggi incontra la leader dell’opposizione Maria Corina Machado, ha detto di ritenere positivo che il fatto che Caracas rimanga un membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec), pur ammettendo di non sapere se questo sia vantaggioso anche per gli Stati Uniti. I repubblicani del Senato, invece, hanno bloccato una risoluzione sui poteri di guerra che avrebbe limitato la capacità del presidente Trump di lanciare ulteriori attacchi contro il Venezuela senza autorizzazione del Congresso. Intanto, il presidente colombiano Petro ha confermato la volontà di migliorare i toni e i rapporti con Trump, che in sostanza lo aveva accusato di guidare un narco-stato, annunciando che lo incontrerà il 3 febbraio a Washington. Durante il Consiglio dei ministri, trasmesso in diretta televisiva (come avviene ormai da diversi mesi), Petro ha spiegato che il tema del narcotraffico ha recentemente intensificato il confronto tra i due paesi. Insomma, ci sono segnali di distensione in varie direzioni, ma indicano che il presidente è diventato sensibile a consigli e pressioni – interne e internazionali – oppure è solo la quiete prima della tempesta?

Il commento di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor

“Dopo le tensioni e le convulsioni di queste prime due settimane del 2026, le acque internazionali attorno alla Casa Bianca sembrano essersi momentaneamente calmate. La liberazione di alcuni prigionieri politici ha distolto l’attenzione dal Venezuela, le minacce di un intervento diretto in Iran sono state messe in pausa, e perfino l’hostile takeover nei confronti della Groenlandia pare ora incanalato su canali più diplomatici. A determinare questa parziale de-escalation hanno probabilmente contribuito più fattori, dai timori di un overstretch politico-militare – compreso il rischio di un disastro comparabile a quello abbattutosi su Jimmy Carter con la fallita operazione a Teheran nel lontano 1979 – alle perplessità della base elettorale MAGA e di alcuni senatori repubblicani di fronte all’attivismo internazionale del presidente. Difficile valutare se durerà ovvero se si tratta solo della calma prima di una nuova tempesta. Meglio, comunque, tenere le cinture ben allacciate”.

[Fonte e Foto: ISPI]