Trump, Putin e le guerre intrecciate

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Trump parla con Putin e torna a promettere una tregua in Ucraina e una soluzione “rapida” in Iran. Ma i fatti smentiscono tutto e i due conflitti, intrecciandosi, si alimentano a vicenda. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Ogni notte la Russia continua a colpire l’Ucraina con attacchi missilistici e droni, mentre le riserve di Kiev si assottigliano e i sistemi Patriot, che servirebbero per difendersi, vengono dirottati verso il fronte iraniano. Eppure, secondo Donald Trump, bisogna essere fiduciosi che una soluzione alla guerra tra Russia e Ucraina arriverà “relativamente in fretta”. Per l’ennesima volta, il presidente americano ha dichiarato il suo ottimismo all’indomani di una telefonata con Vladimir Putin, durante la quale i due leader hanno discusso di entrambi i conflitti, quello russo in Ucraina e quello americano contro l’Iran. “Penso che gli piacerebbe vedere una soluzione”, ha detto Trump ai giornalisti durante una conferenza stampa nello Studio Ovale. “Ve lo posso assicurare. Ed è una cosa positiva”. Se dice il vero, i segnali non si vedono. Ma la conversazione telefonica, durata 90 minuti e definita “cordiale” da entrambe le parti, è comunque rivelatoria di una strana simmetria nelle posizioni di Washington e del Cremlino: mentre le truppe russe sono impantanate nella regione del Donbass, con i droni ucraini che bombardano infrastrutture energetiche chiave da un lato, Trump – dall’altro – fatica ad articolare una strategia valida contro l’Iran, mentre l’aumento dei prezzi della benzina minaccia di affossare i repubblicani alle prossime elezioni di midterm. Così, entrambi i presidenti combattono guerre che non riescono a chiudere. Ed entrambi fanno finta di vincerle.

Sull’Iran, ottimismo senza fondamenta?

Non è la prima volta che Trump ostenta fiducia circa una vittoria imminente sull’Iran. Al contrario, il presidente americano ha una storia consolidata di annunci trionfalistici che si ‘sgonfiano’ nel giro di poche ore. Il 7 marzo ha dichiarato: “Abbiamo già vinto”. Due giorni dopo, la guerra sarebbe finita “molto presto”. Di nuovo, l’11 marzo ha detto: “Abbiamo vinto”. Poi, il 20 marzo, gli Stati Uniti stavano valutando di “ridurre gradualmente le operazioni”. Il 26 marzo, l’Iran “implorava” un accordo. Il 16 aprile, il conflitto “dovrebbe finire abbastanza presto” e, il giorno dopo, “la maggior parte dei punti sono già stati negoziati”. E così via, in un loop di ottimismo puntualmente smentito dai fatti, che non è sfuggito agli alleati. “Gli americani non hanno chiaramente alcuna strategia”, ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, aggiungendo, con durezza insolita per un partner Nato: “Un’intera nazione viene umiliata”. Il riferimento era all’Iran, ma suonava come un giudizio sull’intera condotta americana. In assenza di una strategia militare coerente, Trump sostituisce la pianificazione con la narrazione: ogni giorno un nuovo annuncio di vittoria, ogni settimana un nuovo orizzonte di pace. Una politica fatta di dichiarazioni trionfalistiche che può reggere nei talk show, ma non sui campi di battaglia.

Ucraina, una tregua di carta?

Sul fronte ucraino, la strategia è simile: annunci, ottimismo, nessun progresso reale. Durante la telefonata con Putin, Trump ha anticipato la possibilità di una pausa nei combattimenti legata alle celebrazioni russe per il Giorno della vittoria, il prossimo 9 maggio – una notizia rimbalzata sull’agenzia di stato TASS prima ancora che Washington la confermasse ufficialmente. “Ho suggerito una sorta di cessate il fuoco, e penso che potrebbe accettarlo”, ha detto Trump ai giornalisti. Una frase in cui il condizionale è tutto. In questo contesto, le ripetute telefonate Trump-Putin appaiono meno come negoziati e più come un rito bilaterale di reciproco incoraggiamento, dal quale non emerge alcun impegno concreto e verificabile. Significativo, in questo quadro, lo scambio sul ruolo della Russia in Iran: Putin avrebbe chiesto di essere coinvolto nei negoziati sull’arricchimento dell’uranio iraniano. “Gli ho risposto che preferirei di gran lunga che si occupasse di porre fine alla guerra con l’Ucraina”, ha precisato Trump. La sua è una risposta ragionevole, ma che rivela la postura fondamentale dell’amministrazione americana: trattare Mosca come un interlocutore privilegiato, anche mentre le prove di una cooperazione militare russo-iraniana continuano ad accumularsi.

Due guerre che si alimentano a vicenda?

È questo un punto su cui gli analisti sono sempre più concordi: le guerre in Ucraina e Iran non sono più due crisi parallele. Stanno infatti convergendo e l’interconnessione non fa che amplificare l’instabilità di entrambe. Non è una novità per Kiev. Già dal settembre 2022 – sette mesi dopo l’invasione su larga scala – la Russia ha cominciato a usare i droni Shahed di fabbricazione iraniana contro le infrastrutture civili ucraine. La novità è che, dopo l’attacco congiunto israelo-americano del 28 febbraio, Mosca ha ricambiato il favore a Teheran, con un presunto flusso di informazioni, intelligence e supporto tattico. L’intreccio passa anche attraverso i mercati energetici. La risposta iraniana alla guerra – con la chiusura del traffico nello Stretto di Hormuz – ha fatto impennare i prezzi del petrolio, trasformando l’escalation militare nel Golfo in un’ancora di salvezza economica per Mosca, proprio quando l’economia russa subiva le maggiori pressioni. L’aumento delle entrate da idrocarburi ha permesso al Cremlino di abbandonare i piani di tagli al bilancio e di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. Ma l’amministrazione Trump si rifiuta di riconoscere questo nesso. Mantiene verso Mosca un trattamento di favore – allentamento delle sanzioni, toni accomodanti, telefonate cordiali – anche mentre emergono prove sempre più robuste dell’assistenza russa all’Iran. La riluttanza a vedere il quadro d’insieme ha prodotto, almeno in un’occasione, uno scivolone rivelatore: ai giornalisti accolti nello Studio Ovale, il presidente ha dichiarato che l’Ucraina “ha perso tutte le sue navi e i suoi aerei” e che è stata “militarmente sconfitta”. Secondo diverse testate Usa sembrava stesse confondendo l’Ucraina con l’Iran, usando per Kiev lo stesso linguaggio trionfalistico con cui aveva rivendicato il successo americano contro Teheran. È un errore che dice molto. Quando le narrazioni della vittoria sono intercambiabili, è lecito chiedersi se chi le gestisce distingua davvero tra i due fronti – o se non stia improvvisando su entrambi.

Il commento di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI

“Oltre al vantaggio economico, Mosca spera di trarre dalla guerra in Iran un vantaggio politico-diplomatico. Dalla telefonata tra Trump e Putin si evince che la Russia intende presentarsi come interlocutore essenziale su due conflitti che in modo diverso, vedono coinvolta la Casa Bianca. Grazie ai rapporti con Teheran e ai contatti con Washington e Tel Aviv, il Cremlino intravede la possibilità di offrire a Trump un canale con l’Iran in cambio di concessioni sull’Ucraina. Per il momento, sembra che il presidente Usa non sia interessato, ma Mosca sembra determinata a riportare in auge l’immagine dell’attore indispensabile in Medio Oriente che parla con tutti – immagine che aveva subito un duro colpo dopo la caduta di Assad in Siria”.

[Fonte: ISPI; Foto: Wikimedia Commons/CC BY 4.0 Deed]