
Trump torna all’attacco dello ius soli

Il presidente USA riprova a limitare la cittadinanza per nascita, andando contro la Corte Suprema e con lo sguardo alle midterm. Il punto dell’ISPI.
Giovedì il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha firmato due ordini esecutivi che vogliono limitare la cittadinanza statunitense a chi nasce nel paese, cioè il cosiddetto ius soli. Il primo di questi vuole espandere la categoria dei non-cittadini i cui neonati non possono diventare statunitensi, aggiungendo quelli di appartenenti a organizzazioni terroristiche straniere o di coloro che fanno lobby e azioni a nome di governi di altri paesi; il secondo vuole contrastare il fenomeno conosciuto come “birth tourism”, ovvero di quelle donne incinte che ottengono visti turistici e partoriscono negli USA. Quello contro lo ius soli è un cavallo di battaglia di Trump, che era stato oggetto di un precedente ordine esecutivo, firmato il primo giorno dall’insediamento nello studio ovale a gennaio 2025. Proprio quell’ordine è stato respinto dalla Corte Suprema lo scorso 30 giugno, quando aveva bocciato il provvedimento come incostituzionale, ribadendo come il presidente non possa modificare la costituzione a colpi di ordini esecutivi. Si tratta del quattordicesimo emendamento, e garantisce la cittadinanza a chi nasca negli USA da oltre 150 anni. Trump ha commentato quella sentenza come “una brutta decisione” e questi ordini esecutivi sono il tentativo di aggirarla. Al di là degli aspetti legali, l’impressione è che Trump si stia preparando alle elezioni di midterm, cui mancano meno di tre mesi, rilanciando un tema che ha fatto la sua fortuna politica e che rientra nella sua campagna contro l’immigrazione. Dopo l’inizio dell’offensiva all’Iran, gli indici di gradimento sono sfavorevoli al presidente USA: secondo il New York Times, solo il 38% dell’elettorato esprime un’approvazione netta.
Perché Trump vuole limitare lo ius soli?
“Hanno preso la cittadinanza per diritto di nascita e l’hanno trasformata in una barzelletta”, ha detto Trump ai giornalisti, aggiungendo: “Ci sono persone che ci stanno costruendo sopra un business. Non è così che dovrebbe funzionare. È una vergogna. Si stanno comprando un modo per entrare nel paese, e noi non permetteremo che accada”. Il tono allarmistico viene ridimensionato da diversi dati. Secondo il Migration Policy Institute, il fenomeno del birth tourism è reale, ma sovrastimato, poiché “la stima più ampia, basata sui dati del censimento, indica che ogni anno tra 22.000 e 26.000 bambini nascono negli Stati Uniti nell’ambito del cosiddetto birth tourism. Tuttavia, i dati ufficiali del governo registrano appena 9.600 nascite nel 2024 da madri con un indirizzo di residenza all’estero”. Il provvedimento riguarderebbe appena lo 0,3% dei bambini che nascono ogni anno negli USA. L’ordine esecutivo, che molto probabilmente verrà contestato nelle sedi legali, ha quindi uno scopo più grande, quello del contrasto all’immigrazione. Diversamente dal primo ordine esecutivo bocciato dalla Corte Suprema, i decreti di giovedì scorso cercano di mantenere inalterato lo ius soli, ma restringendo le categorie di neonati che ne hanno diritto e al contempo attaccando un fenomeno – quello del turismo del parto, reale sebbene raro – per aumentare i controlli di frontiera e la politica dei visti.
Trump contro i giudici?
Dal secondo dopoguerra, Donald Trump è uno dei presidenti USA che maggiormente ha fatto ricorso a ordini esecutivi. Uno strumento centrale del suo modo di governare che, secondo molte critiche, tende all’assolutismo e all’autoritarismo, escludendo il confronto con i legislatori. Seppur in linea con l’ordinamento statunitense, servirsi così frequentemente di ordini esecutivi è un modo di eludere lo stato di diritto, erodendo le materie di competenza dei membri del Congresso e, come nel caso del primo ordine contro lo ius soli, spesso scontrandosi con la magistratura. Nella sentenza della Corte Suprema dello scorso 30 giugno, il presidente John Roberts aveva scritto che gli autori del 14simo emendamento estesero quella promessa a ogni persona nata libera sul territorio nazionale: “la cittadinanza, ieri come oggi, è il diritto ad avere diritti: il diritto di partecipare liberamente alla nostra comunità politica. Noi manteniamo questa promessa ancora oggi”. Non è la prima volta che il presidente USA si scontra con le sentenze che giudicano contrarie alla legge i provvedimenti della sua agenda anti-immigrazione: dal travel ban del 2017 alla separazione delle famiglie al confine, dal tentativo di cancellare il DACA (cioè il Deferred Action for Childhood Arrivals) fino ai nuovi ordini contro lo ius soli. In più occasioni i tribunali hanno bloccato o limitato le iniziative unilaterali del presidente, che a sua volta ha accusato la magistratura di ostacolare il mandato ricevuto dagli elettori.
Siamo già in campagna elettorale?
La popolarità di Donald Trump è in caduta libera. Nel 2026, gli indici di gradimento hanno registrato i minimi storici per il presidente. Secondo i più recenti rilievi del New York Times, il tasso di approvazione del presidente è sceso al 38%. Una larga responsabilità è da attribuire alla guerra contro l’Iran, che è non solo impopolare, ma anche estremamente costosa. La combinazione delle due cose ha portato a un’erosione dei consensi soprattutto nella base MAGA. Secondo Politico, se all’inizio dell’aggressione a Teheran almeno un elettore MAGA su due sosteneva che la guerra all’Iran valesse il dispendio di risorse che sta comportando alle tasche dei contribuenti, ora quella percentuale è di appena un terzo. La lotta allo ius soli è un ripiegamento sulla politica interna. Il presidente USA cerca infatti risultati da spendere in vista del voto di midterm, quando potrebbe perdere il controllo della Camera o del Senato, rendendo così molto più complicato l’approvazione di leggi. E nel frattempo, crescono i suoi avversari politici. La recente vittoria di Abdul El-Sayed alle primarie dei Democratici per il seggio da senatore del Michigan è una riconferma di come certe politiche di Trump stiano mobilitando l’opposizione più progressista, in maniera simile a quanto accaduto a New York City con l’elezione di Zohran Mamdani. Curiosa, ma forse non casuale, ironia della sorte: Trump vorrebbe limitare un diritto che ha garantito cittadinanza ad alcuni dei suoi emergenti e più popolari oppositori.
Il commento di Gianluca Pastori, Università Cattolica del Sacro Cuore
“I due nuovi ordini esecutivi firmati da Trump in materia di ius soli rispondono in qualche modo alla recente pronuncia della Corte suprema sullo stesso tema, che aveva limitato pesantemente la portata delle misure già adottate in materia dal presidente. Significativamente, dopo la pronuncia della Corte, la Casa Bianca aveva annunciato la possibilità di un ricorso, per il quale, tuttavia, sono scaduti i termini. Al di là del loro contenuto, il valore dei nuovi atti sembra quindi essere soprattutto politico. Le difficoltà che l’applicazione delle nuove misure comporta e la formulazione estremamente ampia di alcune loro previsioni (come quelle sugli ‘alien enemies’ o gli appartenenti a organizzazioni terroristiche straniere) paiono confermare questa lettura. Senza dimenticare che, per un presidente in calo di popolarità, che si avvia ad affrontare un difficile voto di midterm, mostrarsi ‘tough on immigration’ può diventare una strategia politicamente pagante in un paese in cui la questione rappresenta ormai da anni un tema sensibile”.
[Fonte: ISPI; Foto: Ultima Voce/OFFICIAL WHITE HOUSE PHOTO by Shealah Craighead/https://www.flickr.com/photos/whitehouse/46451130962 Public domain White House]



