
Un anno di Trump: Medio Oriente senza pace

Dopo 12 mesi di presidenza Trump, il Medio Oriente non è pacificato: a Davos il “Board of Peace” per Gaza crea perplessità, resta aperto il dilemma iraniano e la Siria è di nuovo sull’orlo del baratro. Il punto di Francesco Petronella per l’ISPI.
Si possono appiccare diversi incendi tutti insieme, ma si può spegnere un solo rogo alla volta. A un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il panorama internazionale è dominato dall’incertezza, come testimoniano le cronache di queste ore dal Forum economico mondiale di Davos (WEF). Oltre alle tensioni tra USA ed Europa su vari dossier – Groenlandia, dazi, futuro della NATO – il Medio Oriente si ritrova in un limbo, segnato da una violenza che – restando relativamente a bassa intensità – difficilmente guadagna le prime pagine dei notiziari. Se un attacco americano all’Iran sembra rimandato, per il momento, nel paese continua la repressione contro coloro che hanno partecipato alle imponenti manifestazioni di piazza delle ultime settimane. A Gaza, invece, comincia a prendere forma – seppur ufficiosamente – il “Consiglio di pace” che dovrà guidare la transizione, mentre in Siria si rischia una nuova escalation tra il governo ad interim di Ahmed Al-Sharaa e ciò che resta delle Forze democratiche siriane a guida curda (SDF), appoggiate per anni dagli americani nella lotta allo Stato Islamico e ora in balia degli eventi.
Consiglio di pace anti-ONU?
Potrebbe essere varato già al forum di Davos, in corso in queste ore nella città sulle Alpi svizzere, ma è la sua composizione è far discutere. Il “Consiglio di Pace” (o “Board of Peace”), che in teoria dovrebbe occuparsi della stabilizzazione e ricostruzione di Gaza, ha visto Trump estendere inviti a ben 58 leader da ogni parte del mondo. La lista include paesi arabi, la Turchia, nazioni sudamericane, l’India, vari Stati europei, e si è via via ampliata fino a comprendere anche il presidente russo Vladimir Putin e l’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko. Non sono mancate reazioni di fastidio e perplessità. A storcere il naso per primo è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, invitato poi a far parte del board, che ha espresso apertamente il suo malcontento soprattutto per la partecipazione di Ankara. Ancora più netto il rifiuto del presidente francese Emmanuel Macron, al quale Trump ha risposto minacciando dazi del 200% su vini e champagne francesi. Il punto critico sollevato da Parigi – e condiviso da altre capitali europee – è che un organismo simile sembra porsi come alternativa alle Nazioni Unite, da sempre invise a Trump. D’altronde, un alto funzionario americano ha confermato al sito Axios che non si tratta solo di Gaza: “È un Board of Peace a livello globale”. Il board dovrebbe poggiare su un comitato esecutivo consultivo di peso, con figure chiave dell’amministrazione Trump come Marco Rubio, Jared Kushner e Steve Witkoff. Il mandato dei partecipanti durerà tre anni, ma – stando a quanto filtrato finora – chi vorrà assicurarsi un posto permanente nel “club” dovrà versare 1 miliardo di dollari. Sarà sempre Trump a convocare le riunioni (almeno una all’anno) e a definire l’ordine del giorno.
Iran, tutto come prima?
A Davos ci saranno leader da tutto il mondo, ma non dall’Iran, escluso in risposta alla repressione delle manifestazioni iniziate a dicembre scorso. Il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha duramente attaccato gli organizzatori del WEF per aver revocato il suo invito alla riunione annuale, accusandoli in un post su X di applicare un evidente doppio standard. Secondo il capo della diplomazia di Teheran, il Forum agisce “sulla base di menzogne e pressioni politiche esercitate da Israele e dai suoi alleati e apologeti con base negli Stati Uniti”. Secondo i dati della Human Rights Activists News Agency, con sede negli Stati Uniti, al 23esimo giorno di proteste il bilancio delle vittime in Iran è salito a 4.000, mentre 24.669 persone sono state arrestate dagli apparati si sicurezza. Il blocco di internet, imposto dalle autorità dall’8 gennaio in poi, rende impossibile verificare queste informazioni in modo indipendente, ma sta di fatto che la pressione internazionale – e americana in particolare – sul regime di Teheran sia sensibilmente diminuita. La possibilità di un’azione militare a sostegno delle proteste, ventilata da Trump la scorsa settimana, sembra per ora lontana.
Siria, a un passo dal baratro?
In Siria, il presidente ad interim Ahmed al-Sharaa – diventato nel giro di un anno uno dei principali alleati di Trump nella regione – ha consolidato rapidamente la sua presa nel nord-est del paese, grazie a un’offensiva lampo che ha portato le SDF, guidate dai curdi e sostenute dagli USA contro l’ISIS, a cedere territori come Raqqa – già capitale dello Stato Islamico – dopo averli controllati per anni. Dopo la caduta di Bashar al-Assad a dicembre 2024, le SDF – coalizione a guida curda (YPG, legate al PKK turco) ma con componenti arabe, assire etc. – controllavano circa un quarto della Siria nord-orientale, inclusi ricchi giacimenti petroliferi, dighe sull’Eufrate e aree agricole fertili. Negli ultimi dodici giorni, le forze governative, supportate da tribù arabe locali, hanno guadagnato terreno e ora, mentre una fragile tregua raggiunta il 18 gennaio sembra ormai sul punto di collassare, si rischia di arrivare a un bagno di sangue per il controllo delle ultime sacche di territorio ancora in mano alle YPG, tra Kobane e Al-Hasakah. Un tempo alleati chiave anti-ISIS, le SDF sono diventate meno indispensabili dopo che Washington ha riconosciuto Al-Sharaa (ex leader jihadista di HTS) come partner stabile, includendolo nella coalizione anti-IS. Gli incontri fra Trump e Al-Sharaa nel 2025 hanno chiaramente spostato il baricentro verso Damasco.
Il commento di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre
“Seguendo un approccio prevalentemente transazionale, con ampi tratti di imprevedibilità e una ritrovata assertività militare, gli Stati Uniti con Donald Trump sono tornati a giocare un ruolo di primo piano in un contesto mediorientale nel quale per più di un decennio hanno cercato di ridefinire, e per certi versi ridimensionare, la propria presenza soprattutto sul piano militare. Tuttavia, oggi non sembra esserci a Washington una visione di lungo periodo per il Medio Oriente, mentre prevale una logica della transazione basata sul perseguimento del ‘deal’ vantaggioso. E ciò potrebbe rappresentare un limite all’ambizione di Trump di passare alla storia come il presidente della pace. Se a Gaza una fragile tregua c’è, la pace è ancora lontana”.
[Fonte e Foto: ISPI]



