
Cinque anni di solitudine: l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani

L’Emirato creato a Kabul dopo il ritiro occidentale resta in uno stallo diplomatico, mentre il paese affonda in una crisi umanitaria senza precedenti, aggravata da milioni di rimpatri forzati da Iran e Pakistan. Il focus dell’ISPI.
Il 15 agosto segna cinque anni dal ritorno dei talebani al potere a Kabul, e il bilancio che emerge dai report pubblicati in queste settimane è quello di un regime uscito solo a metà dall’isolamento internazionale, mentre il Paese affonda in una crisi umanitaria pesantissima, aggravata da rimpatri di massa e da un conflitto aperto al confine pakistano, con un impianto di diritti umani sempre più rigido soprattutto verso donne e minoranze religiose. Sul piano politico, cinque anni non hanno prodotto né un collasso del regime talebano né una sua piena legittimazione: hanno prodotto piuttosto uno stallo, in cui l’Emirato islamico governa senza essere riconosciuto dalla gran parte del mondo, ma senza più essere trattato come un pariah assoluto, nemmeno dai suoi critici più severi.
Chi riconosce i talebani?
Sul piano diplomatico, l’Emirato islamico resta un caso quasi unico nel sistema internazionale contemporaneo. La Russia, che a luglio 2025 ha rimosso i talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche dopo oltre vent’anni, è a oggi il solo Paese ad averne riconosciuto formalmente il governo. Il 16 gennaio 2026 il presidente russo Vladimir Putin ha ricevuto le credenziali dell’ambasciatore Gul Hassan Hassan, un passo che Mosca ha motivato con la volontà di ampliare la cooperazione su sicurezza, antiterrorismo e traffico di stupefacenti. Cina, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan e Uzbekistan si fermano un passo prima, accettando ambasciatori nominati da Kabul senza compiere il riconoscimento pieno. Pechino, in particolare, ha più volte ribadito che l’accoglienza di un diplomatico “non costituisce riconoscimento”, pur avendo salutato con favore la mossa russa. Qatar e Turchia restano gli interlocutori più attivi sul piano dei buoni uffici, mediando scambi di prigionieri e tentativi di tregua con il Pakistan, mentre l’Unione europea e la gran parte delle capitali occidentali mantengono un ‘dialogo tecnico’ limitato all’assistenza umanitaria, senza alcuna forma di riconoscimento politico. Gli Stati Uniti adottano invece la linea più dura tra gli attori occidentali: il Dipartimento di Stato ha ribadito di non avere intenzione di alleggerire le sanzioni o normalizzare i rapporti finché non ci saranno passi concreti sui diritti umani, e l’unico canale di dialogo resta quello, discreto, degli scambi di prigionieri mediati dal Qatar. Con il Pakistan, invece, i rapporti sono scivolati dall’ostilità diplomatica all’aperto conflitto militare.
Crisi umanitaria e rimpatri forzati?
Sul fronte umanitario i numeri diffusi nel 2026 disegnano una delle emergenze più gravi al mondo. L’Onu conta 21,9 milioni di afghani bisognosi di assistenza e 17,4 milioni in condizione di insicurezza alimentare acuta, di cui 4,7 milioni in fase di emergenza, più del doppio rispetto all’anno precedente; 3,7 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta, e alcune famiglie hanno riferito di essere state costrette a vendere le proprie figlie per sopravvivere. Quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni soffre di deperimento, una forma grave di malnutrizione acuta. Le Nazioni Unite stimano di avere bisogno di 1,7 miliardi di dollari per assistere 17,5 milioni di persone nel corso dell’anno, in un contesto di finanziamenti internazionali in costante calo dopo il ritiro degli aiuti occidentali seguito alla presa di potere del 2021. A peggiorare il quadro sono i rimpatri forzati da Iran e Pakistan, che nei soli primi mesi del 2026 hanno espulso 3,6 milioni di afghani, dopo che nel solo 2025 erano già state restituite al Paese 2,8 milioni di persone, il 67% delle quali con espulsioni forzate. Ogni giorno tra 700 e 800 famiglie attraversano il confine verso un Paese in cui molte di esse non hanno mai vissuto o hanno lasciato decenni fa, e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato punte record di oltre 256mila rientri dall’Iran in una sola settimana, lanciando l’allarme su una carenza di fondi che rischia di lasciare i rimpatriati senza riparo né assistenza di base. Con Islamabad, in particolare, la crisi migratoria si intreccia a una vera escalation militare avviata a ottobre 2025 sul dossier del Tehreek-e-Taliban Pakistan, il gruppo armato che il governo pakistano accusa Kabul di proteggere. Dopo un’offensiva afghana transfrontaliera il 26 febbraio 2026 e i raid pakistani su Kabul e Kandahar del giorno successivo, un cessate il fuoco mediato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia in occasione dell’Eid al-Fitr è collassato nel giro di settimane, e la mediazione cinese tentata nei mesi successivi non ha prodotto risultati definitivi. L’Onu ha contato almeno 372 civili afghani uccisi e 397 feriti solo nel primo trimestre dell’anno a causa degli scontri di confine.
Diritti umani sotto scacco?
Human Rights Watch ha pubblicato il 3 agosto, a pochi giorni dall’anniversario, un rapporto che descrive un peggioramento su tutti i fronti rispetto ai cinque anni precedenti. Quasi 2,2 milioni di ragazze restano escluse dall’istruzione oltre il livello elementare, mentre alle donne sono state progressivamente vietate ampie categorie di occupazioni, la libertà di movimento senza accompagnatore maschile e, secondo le organizzazioni internazionali, l’accesso pieno alle cure sanitarie. Nello stesso periodo sono state abolite le tutele contro la violenza domestica e l’età minima per il matrimonio legale, aprendo la strada a un aumento dei matrimoni precoci. Dal 4 gennaio 2026 è inoltre in vigore un nuovo codice di procedura penale che definisce musulmani solo i seguaci della giurisprudenza hanafita – una delle quattro scuole giuridiche maggiori dell’islam sunnita – bollando come eretici gli sciiti e altre minoranze religiose. Si tratta di un provvedimento che le organizzazioni per i diritti umani descrivono come una codificazione senza precedenti della discriminazione settaria. Giornalisti, attivisti e chiunque sia percepito come critico del governo continuano a segnalare arresti arbitrari, detenzioni prolungate e torture, in un contesto che Human Rights Watch descrive complessivamente come una delle crisi dei diritti umani più gravi al mondo.
Il commento di Giuliano Battiston, Giornalista e ricercatore
“I talebani hanno consolidato il controllo dello Stato e della popolazione (attraverso il monopolio della forza e dell’istruzione) mantenendo un equilibrio diplomatico regionale nonostante il conflitto irrisolto con il Pakistan, mentre la comunità internazionale ne sta avviando una normalizzazione di fatto – esemplificata dall’incontro di giugno a Bruxelles tra la delegazione dell’Emirato, la Commissione europea e 15 Stati membri sui rimpatri – che privilegia gli accordi sulle deportazioni rispetto alla denuncia delle violazioni dei diritti umani, in particolare quella che gli esperti definiscono la peggiore crisi al mondo per i diritti delle donne. Su questo si sovrappone un ciclo umanitario che si autoalimenta. La popolazione civile è schiacciata sia dall’autoritarismo del regime che dalle conseguenze delle politiche punitive adottate dall’Occidente nel periodo post-occupazione”.
[Fonte e Foto: ISPI]



