Hong Kong condanna al carcere Jimmy Lai

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Un tribunale della città ha giudicato colpevole l’ex magnate dei media e feroce critico di Pechino. “Condannato per la sua libertà di espressione,” secondo il Regno Unito. Il focus di Michele Bertelli per l’ISPI.

Venti anni di carcere per il magnate dei media di Hong Kong Jimmy Lai, uno dei più intransigenti critici del controllo cinese sulla città che un tempo era colonia britannica. Così si chiude uno dei più discussi casi di sicurezza nazionale per la Cina. Durata quasi cinque anni, la vicenda è stata vista dai Paesi occidentali come l’ennesima stretta delle libertà civili di cui dovrebbe godere la regione a statuto speciale. Al centro del processo l’Apple Daily, giornale tabloid pro-democrazia fondato da Lai nel 1995 e chiuso forzatamente dalle autorità nel 2021 in seguito al congelamento del patrimonio dell’imprenditore. Lai è stato condannato per aver usato la stampa per esercitare pressioni sui governi stranieri affinché sanzionassero Hong Kong e la Cina per la repressione delle proteste pro-democrazia del 2019. I giudici hanno voluto emettere una sentenza esemplare, optando per la pena massima prevista dall’attuale legge per la sicurezza nazionale, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters. Insieme a lui sono stati condannati l’editore, i direttori, alcuni giornalisti dell’Apple Daily e due attivisti di Stand with Hong Kong, a pene che vanno dai 6 ai 10 anni di carcere. La sproporzione è legata al fatto che Lai sarebbe stato “la mente” dietro alle cospirazioni. Il magnate ha però negato tutto, dichiarandosi un “prigioniero politico”.

Cos’è la legge sulla sicurezza nazionale?

Cittadino britannico e cattolico di 78 anni, per anni Lai si è fatto notare per la sua rete di connessioni politiche molto ampie, in particolare – sostiene Reuters – fra i Repubblicani americani. Tanto che si incontrò anche con l’allora segretario di stato americano Mike Pompeo. La sua vicenda è legata alla repressione che ha colpito l’hub finanziario asiatico a seguito dell’ondata di proteste pro-democrazia del 2019, quando gli studenti occuparono e si asserragliarono nelle università cittadine per contestare contro l’influenza cinese sulla città. Hong Kong è infatti tornata alla Cina nel 1997 dopo 150 anni di controllo britannico. Al momento del passaggio, i governi britannico e cinese hanno siglato la Basic Law, ovvero una mini-costituzione che sanciva il principio “un paese, due governi”. In sostanza, l’amministrazione avrebbe dovuto godere di un alto grado di autonomia e di protezione di principi come la libertà di parola o di riunione, che non esistono invece in Cina.

A seguito delle proteste, Pechino decise di dare una stretta alle libertà civili con una “legge di sicurezza nazionale” che rendeva illegali un ampio spettro di attività di dissenso. L’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch l’ha accusata di portare avanti di “devastanti conseguenze per i diritti umani”, portando alla soppressione del movimento pro-democrazia attraverso l’arresto e la persecuzione di rappresentanti locali eletti e migliaia di manifestanti pacifici, oltra alla soppressione di interi gruppi della società civile e di sindacati.

La fine delle libertà civili?

Nel 2024, la normativa ha poi subito poi un ulteriore giro di vite con l’approvazione dell’articolo 23, che ne espande i confini, aggiungendo i reati di tradimento, sedizione e segreto di stato, e permettendo che i processi possano tenersi a porte chiuse. Per questo motivo, il giudizio a Lai veniva visto sia dagli analisti che dai suoi sostenitori come un test dell’indipendenza giudiziaria della città nei confronti del regime cinese. Secondo l’organizzazione per la difesa dei diritti umani Amnesty International, l’articolo 23 infatti “pregiudica severamente i diritti umani nella città”. Il Comitato Internazionale per la Protezione dei giornalisti (Committee to Protect Journalists – CPJ) ha immediatamente condannato la decisione dei giudici, definendola “il chiodo finale della bara della stampa libera a Hong Kong”. Secondo l’organizzazione, almeno 51 giornalisti sono attualmente detenuti in Cina, di cui otto nell’ex protettorato britannico. A stretto giro anche l’Unione Europea, la Gran Bretagna, il Regno Unito, il Giappone e Taiwan si sono unite nell’esprimere una rinnovata preoccupazione per l’impatto che la decisione potrebbe avere. La portavoce per gli affari esteri dell’Unione Europea Anitta Hipper ha chiesto “il suo rilascio incondizionato e immediato”.

Un nuovo tentativo britannico?

Dato che Lai è formalmente un cittadino britannico, il primo ministro Keir Starmer aveva sollevato il suo caso in un incontro con il presidente cinese Xi Jinping nell’ultimo mese, chiedendo la sua liberazione. E lo stesso era stato fatto in precedenza dal presidente statunitense Donald Trump. Ma il figlio di Lai, Sebastien, ha criticato il governo britannico per non essere riuscito a ottenere nulla. “I valori [rappresentati dal Regno Unito] stanno venendo incarcerati insieme a mio padre,” ha dichiarato alla BBC. La segretaria per gli affari esteri Yvette Cooper ha però fatto sapere che contatterà rapidamente le autorità di Hong Kong e si appellerà “per porre fine a questa tremenda cospirazione e rilasciarlo per ragioni umanitarie”.

Ma l’attuale governo della città non sembra disposta ad accogliere alcuna critica. L’Ufficio per Hong Kong e Macao, controllato dal consiglio di stato cinese, ha definito la sentenza una “solenne e potente dichiarazione che chiunque osi sfidare la legge sulla salvaguardia e sicurezza nazionale sarà severamente punito.” E anche il ministro degli esteri cinesi ha rivendicato la scelta come “ragionevole, legittima e legale”. A preoccupare i sostenitori di Lai sono soprattutto le condizioni di salute del magnate, che soffre di diabete e alta pressione. Data l’età, la carcerazione equivarrebbe a una sentenza a vita. Per questo, in molti si sono radunati fuori dal tribunale per poter assistere al verdetto, in una Hong Kong praticamente sotto assedio. “Ha fatto capire ai Paesi occidentali la vera natura del Partito Comunista Cinese. Un uomo da solo si è alzato per affrontare un gigante,” ha dichiarato uno di loro alla BBC.

Il commento di Michele Danesi, Research Assistant Osservatorio Asia

“La condanna di Jimmy Lai arriva alla fine di un percorso lungo, iniziato con le proteste del 2019, ma non stupiscono né l’esito, né l’esemplarità. Si tratta della riconferma che l’autorità cinese su Hong Kong è fortemente assertiva: non assistiamo più a un crescendo della presenza di Pechino negli affari della città, ma a una nuova normalità politica, e quello di Lai è un monito di quanto in profondità può arrivare la giurisdizione cinese. In quest’ottica, la Legge sulla Sicurezza Nazionale del 2020 e le riforme dei poteri esecutivo e legislativo dell’anno successivo hanno rappresentato la base per allineare l’amministrazione locale con la Cina continentale. Ora che le proteste popolari scompaiono e restano sempre meno figure a sfidare la nuova amministrazione, la Cina ci mostra come gli appelli internazionali e l’intercessione del Presidente USA Donald Trump servano a poco. Infine, il tramonto di Hong Kong quale possibile modello anche per Taiwan è ormai evidente. E anche l’idea che la città potesse essere un baluardo democratico in grado di coesistere con il controllo cinese”. 

[Fonte e Foto: ISPI]