Identità o pluralismo religioso, i due volti del sud-est asiatico

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Dalla nuova indagine d'opinione diffusa dal Pew Research Center emergono strade opposte tra i Paesi della regione: se in Indonesia e Malaysia torna a crescere il consenso a una presenza dell'elemento religioso nella politica attiva, Singapore si presenta come il Paese che vedono nella convivenza e nella libertà di cambiare il proprio credo fattori determinanti. Pubblichiamo la lettura di Steve Suwannarat, da Bangkok, per AsiaNews.

Il think tank statunitense Pew Research Center - spesso impegnato in iniziative all’incrocio tra politica, fede e diritti umani - ha diffuso un nuovo rapporto sul tema delicato del pluralismo religioso in alcuni Paesi dell’Asia sudorientale. Effettuato su un campione di oltre 13mila intervistati ha coinvolto realtà diverse dal punto di vista delle appartenenze religiose: Paesi a maggioranza musulmana come Indonesia e Malaysia, buddhisti come Cambogia, Sri Lanka e Thailandia, o privi di una identità religiosa istituzionale, come Singapore. Dai risultati appaiono due linee di pensiero all'apparenza discordanti.

La prima, che ha visto una maggioranza schiacciante delle risposte delle persone coinvolte nel sondaggio alla base del rapporto soprattutto in due Paesi islamici moderati, Indonesia e Malaysia, segnalano come la popolazione in maggioranza sia favorevole a un ruolo propositivo dei religiosi nella politica attiva, avviando o sostenendo quei partiti che si impegnano ad applicare nella vita pubblica quanto previsto dalla religione. In buona sostanza, gli abitanti di questo gruppo di nazioni (che per certi versi include anche la Cambogia) continuano a ritenere in una percentuale tra il 79 e l’86 per cento che la fede di appartenenza resti un forte elemento identitario e vada quindi tutelata a ogni livello. E il consenso è persino leggermente superiore sul fatto che i loro leader religiosi esprimano la loro preferenza politica nei seggi. Meno elevata, invece, intorno al 60 per cento, l’opinione favorevole all’idea di una partecipazione attiva a manifestazioni di carattere politico o alle campagne elettorali da parte di esponenti religiosi o del ruolo che la religione debba avere nella gestione politica del Paese.

All’estremo opposto Singapore si presenta come capofila di altri Paesi che vedono nella convivenza tra le diverse fedi un elemento positivo di alto livello, compatibile con la cultura nazionale e i suoi valori, e che debba essere il primo fattore preso in considerazione nelle scelte, evitando ogni contrapposizione ideologica che potrebbe facilmente trovare uno sbocco politico. Con percentuali diverse, di questo secondo gruppo fanno parti anche nazioni come la Thailandia e lo Sri Lanka in cui i cittadini, pur esprimendo considerazione per il fenomeno religioso, ritengono possibile cambiare la propria fede di appartenenza senza particolari traumi ma con una scelta individuale.

In questo gruppo la percentuale di chi ritiene che personalità religiose debbano esprimere apertamente le proprie preferenze politiche la percentuale scende tra il 29 e il 47 per cento, mentre meno del 30 per cento del campione di intervistati ritiene opportuno che i leader religiosi entrino nella politica attiva.

Dal rapporto emergono anche dati che segnalano la forte persistenza degli ideali o della tradizione religiosa anche là dove, esteriormente, sembrerebbe apparire una certa disaffezione verso il fenomeno religioso nel suo complesso. Se - stante una condizione generale di sostanziale tolleranza - i maggiori Paesi musulmani segnalano la necessità di rendere la Sharia legge nazionale, anche nazioni buddhiste come Cambogia e Thailandia sembrano apertamente riconoscere la superiorità della propria fede sulle altre.

(Fonte: AsiaNews - Steve Suwannarat; Foto: Pexels/Mehmet Turgut Kirkgoz)