India: missionario verbita, “i preti cattolici che indossano insegne di casta sono in contraddizione col Vangelo”

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Padre Singarayar, “quando i preti aggiungono nomi di casta ai loro titoli, il Vangelo non solo fallisce, ma diventa la sua stessa contraddizione”.

“Dio ha plasmato l’umanità a sua immagine, poi si è fatto da parte per vedere che era una cosa buona. Nessuna nota a piè di pagina. Nessuna gerarchia. Nessun asterisco che spieghi che alcuni ne rispecchiano l’immagine più pienamente di altri. La Genesi offre questa verità senza riserve: ogni persona riflette il Creatore. Eppure abbiamo trascorso millenni a inventare razzismo e caste come religioni rivali, con tanto di liturgie di esclusione”. E’ quanto afferma un missionario verbita indiamo, padre John Singarayar, SVD, della Società del Verbo Divino, Provincia di Mumbai, contestando vivamente l’usanza invalsa tra preti del Paese asiatico di evidenziare insieme alle loro insegne religiose anche i contrassegni di casta.

“La svolta più crudele si verifica quando queste divisioni si infiltrano nella Chiesa stessa, quando i sacerdoti aggiungono nomi di casta ai loro titoli con la stessa disinvoltura con cui indossano i paramenti. In quel momento, il Vangelo non solo fallisce, ma diventa la sua stessa contraddizione”, afferma il religioso su Uca News, agenzia cattolica asiatica.

L’esempio portato da padre Singarayar è di quando “un sacerdote firma il suo nome con un segno di casta – Padre Sharma, Padre Reddy, Padre Nadar – portando con sé secoli di architettura sociale nella sua sacra identità. I ​​cognomi indiani sono spesso segni di identità, che indicano la casta, la comunità o la professione tradizionale di una persona, come un sacerdote bramino o un Dalit (ex intoccabile) che storicamente ha svolto un ruolo servile”.

“Per un singolo sacerdote – prosegue -, potrebbe sembrare un retaggio o un orgoglio culturale. Ma per la donna Dalit in fondo al banco, è una porta che sbatte. Per il giovane di una casta oppressa che discerne la sua vocazione, è un messaggio: sarai sempre segnato, anche qui, soprattutto qui. L’altare diventa un altro luogo di segregazione, il santuario un altro spazio in cui la nascita conta più del battesimo”.

Secondo il missionario verbita, che è anche conferenziere e autore di numerose pubblicazioni accademiche su temi di sociologia, antropologia, studi tribali e spiritualità, “questo Anno Giubilare ci invita a parlare di sinodalità e comunione, a camminare insieme come famiglia di Dio. Ma queste parole si trasformano in cenere quando non riusciamo a liberarci dei segni che ci dividono”.

Per padre Singarayar, “sinodalità significa sedersi allo stesso tavolo senza segnaposto invisibili che stabiliscano chi siede più vicino al padrone di casa. Significa che il Corpo di Cristo non ha un sistema di caste, non può averne uno, altrimenti cessa di essere il corpo di Cristo. San Paolo lo comprese con sconvolgente chiarezza. ‘Non c’è né Giudeo né Greco, né schiavo né libero’, scrisse – non poesia, ma detonazione dell’ordine sociale”.

Il missionario verbita ricorda che “Gesù incarnava questa verità attraverso ogni scelta scandalosa. Dio non arrivò come un bramino o un Cesare, ma attraverso un’adolescente in una nazione occupata, nato in un luogo destinato agli animali. Il suo ministero demolì sistematicamente ogni gerarchia che le persone consideravano sacra”.

“Toccò i lebbrosi, rendendosi impuro. Mangiò con i pubblicani. Si intrattenne con una donna samaritana in pubblico, violando molteplici confini sociali in un solo incontro – rievoca -. La Croce suggellò questo messaggio nel sangue, braccia tese abbastanza larghe da abbracciare chiunque senza prerequisiti. Nessuna casta. Nessun colore. Nessuna condizione”.

E “quando il clero perpetua il sistema delle caste, non solo non rispetta questo standard, ma lo tradisce attivamente. Prende la Croce destinata a unire l’umanità e la trasforma in una spada di separazione. In India, gli studenti di seminario sono divisi in gruppi informali per casta, con le caste superiori che formano i propri circoli, mentre le caste inferiori imparano rapidamente quando non sono benvenute. Parrocchie in cui i sacerdoti privilegiano determinate famiglie per la leadership, dove le vocazioni provenienti da ‘buone famiglie’ vengono incoraggiate, mentre altre subiscono un silenzioso scoraggiamento”.

Padre Singarayar ammette che un sacerdote potrebbe sostenere che il suo nome di casta è semplicemente un’identità culturale, non diversa da un cognome irlandese. “Ma esiste una distinzione cruciale tra celebrare il patrimonio culturale e imporre una gerarchia – aggiunge -. Un sacerdote irlandese non usa il suo cognome per segnalare superiorità sociale. Un nome di casta porta con sé un rango intrinseco, un messaggio implicito di valore e status. Non descrive solo l’identità, ma prescrive una gerarchia”.

Inoltre, “la dimensione istituzionale è importante. Quando i vescovi assegnano le parrocchie, le considerazioni di casta influenzano le decisioni? Quando gli ordini religiosi accettano candidati, il background familiare conta? Quando la Chiesa parla profeticamente di giustizia sociale, applichiamo questi principi internamente?”. “Senza rispondere onestamente a queste domande – sottolinea -, il nostro discorso sulla misericordia durante il Giubileo diventa una performance, un’altra liturgia che celebriamo senza permetterle di cambiarci”.

[Fonte e Foto: Uca News]