India: p. Prakash, “la rivoluzione dei giovani può unire il Paese”

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La mobilitazione guidata dal Cockroach Janta Party ha costretto il governo Modi alle prime concessioni. Per il gesuita e attivista p. Cedric Prakash, le dimissioni del ministro dell’Istruzione rappresentano solo “la punta dell’iceberg” di una protesta destinata a investire la politica nazionale. Il servizio di AsiaNews.

“Il 25 luglio, nel pomeriggio, il ministro dell’Istruzione ha finalmente rassegnato le dimissioni”, spiega p. Cedric Prakash, gesuita, noto attivista per i diritti umani, commentando le proteste giovanili che da giorni scuotono la capitale Delhi e il resto dell’India. “Era una richiesta chiave del movimento studentesco e di migliaia di giovani in tutto il Paese. Ovunque ci sono state grandi celebrazioni, e le proteste sono state sospese. È cosa nota che abbia accumulato ingenti somme di denaro durante il suo mandato. Ma le sue dimissioni sono solo l’inizio, la punta dell’iceberg”.

A succedere all’ormai ex ministro Dharmendra Pradhan è stato chiamato Prahlad Joshi, già ministro per i Consumi, l’Alimentazione e la Distribuzione Pubblica, incarico che manterrà insieme alla nuova delega all’Istruzione. Joshi, deputato di lunga esperienza eletto nella circoscrizione di Dharwad, in Karnataka, ha già ricoperto in passato i dicasteri per gli Affari parlamentari e per il Carbone e le Miniere. Dopo la nomina, ha dichiarato pubblicamente di voler affrontare l’incarico “con umiltà e senso del dovere”, ringraziando il primo ministro Narendra Modi per la fiducia accordatagli.

I giovani indiani contro le divisioni fomentate dal BJP

Il risultato ottenuto dal Cockroach Janta Party (CJP), movimento nato come satira politica online e in poco tempo diventato catalizzatore del malcontento diffuso tra le nuove generazioni indiane, è stato possibile perché i giovani hanno superato le divisioni che il governo guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) e dal premier Narendra Modi ha invece fomentato nell’ultimo decennio.

“I giovani in protesta non avrebbero mai permesso che la xenofobia, l’esclusivismo, il settarismo o qualsiasi forma di intolleranza permeasse i loro ideali, i loro sogni, le loro speranze per un futuro migliore. Hanno dimostrato in modo visibile e a gran voce di essere, prima di tutto, cittadini del Paese, studenti e giovani, uniti al di là dei confini religiosi e appartenenti a ogni strato della società. Nessuno è riuscito a dividerli o a metterli l’uno contro l’altro. Non l’agenda fascista e fondamentalista del regime. Con la Costituzione in mano, hanno intonato all’unisono: ‘Siamo uno, supereremo!’”, sostiene p. Prakash.

“Migliaia di studenti, giovani e altri cittadini sono scesi in strada in tutto il Paese – nelle grandi città come nelle piccole cittadine, persino nei villaggi. Non si è trattato di una mobilitazione organizzata a pagamento, come invece accade così spesso da parte dell’attuale governo! È stata una rivolta spontanea, espressione della loro angoscia e della loro indignazione per ciò che sta accadendo all’intero sistema educativo, dopo che ventuno studenti si sono tolti la vita a causa delle irregolarità negli esami. Ha ricordato la ‘Primavera araba’, e quanto accaduto non molto tempo fa nei vicini Nepal e Sri Lanka. Inoltre, in diversi Paesi del mondo ci sono state proteste di solidarietà per quanto sta accadendo in India”.

Le indagini sulle violenze delle forze dell’ordine

Due giorni fa la Corte Suprema indiana ha ordinato il rilascio immediato dei minori fermati dalla polizia insieme a tutti coloro privi di precedenti penali. Il collegio, composto dal presidente della Corte, Surya Kant, e dai giudici Joymalya Bagchi e V. Mohana, sta esaminando una serie di ricorsi che denunciano l’uso di forza eccessiva da parte della polizia contro i manifestanti che il 20 luglio hanno marciato verso il parlamento esasperati dalle gravi irregolarità nella gestione degli esami di ammissione all’università. Diversi dimostranti sono rimasti feriti a causa delle cariche della polizia, dei lacrimogeni e dei proiettili usati per disperdere la folla.

Le forze di sicurezza hanno usato anche i fucili a pallini, armi a pompa che sparano, in un’unica scarica, numerosi piccoli proiettili metallici o di gomma, e il cui utilizzo contro i civili è da tempo oggetto di forti controversie in India, soprattutto per il rischio di lesioni gravi e permanenti, inclusa la perdita della vista.

La polizia di Delhi aveva categoricamente negato di aver fatto ricorso a queste armi durante la protesta, nonostante le immagini e le testimonianze di medici e manifestanti suggerissero il contrario. La svolta è arrivata grazie a un’inchiesta interna della Central Reserve Police Force (CRPF), il corpo paramilitare da cui dipende la Rapid Action Force (RAF): gli accertamenti hanno stabilito che un agente ha esploso almeno sette colpi dal proprio fucile a pallini, cinque dei quali hanno colpito manifestanti pacifici.

Tra i feriti più gravi figurano un diciannovenne, studente universitario, sottoposto a un intervento chirurgico per l’estrazione di frammenti metallici da un occhio, e un giornalista della rivista Outlook, colpito mentre documentava la protesta sul campo. Le autorità competenti non hanno ancora reso pubblico alcun rapporto medico-legale definitivo su questi casi, ma la conferma interna della CRPF ha di fatto smentito le prime versioni ufficiali della polizia, alimentando ulteriormente le richieste – già al vaglio della Corte Suprema – di un’indagine indipendente e trasparente su tutti gli episodi di violenza legati alle proteste.

“È stata la prova di come centinaia di migliaia di persone, provenienti da ogni ambito sociale, abbiano dato vita a un momento storico. Le forze dell’ordine hanno cercato di fermarla in ogni modo, con cariche che hanno lasciato molti feriti, alcuni ricoverati in ospedale. Ma questo non ha fatto che alimentare proteste in tutto il Paese”, continua il gesuita.

Contro la politica corrotta

Il tema della corruzione resta caro ai giovani. I leader del CJP hanno dichiarato che le richieste principali del movimento sono state accolte dal governo – incluso il ritiro delle denunce contro i manifestanti e un risarcimento per le famiglie dei giovani che si sono tolti la vita per la pressione degli esami e la notizia poi sullo scandalo – e hanno annunciato la sospensione della mobilitazione. Il portavoce Saurav Das ha comunque sottolineato che i giovani osserveranno le prossime mosse del governo e che il movimento continuerà a chiedere conto dell’attuazione di un documento in cinque punti sulle riforme del sistema educativo, con un nuovo incontro tra le parti atteso entro quattro settimane.

Le critiche più dure alla nomina di Joshi sono arrivate dai partiti di opposizione, che hanno posto l’attenzione su alcuni aspetti controversi del suo passato di governo, in particolare le politiche di privatizzazione del settore minerario portate avanti durante il suo mandato come ministro del Carbone, criticate da sindacati e associazioni ambientaliste.

“I giovani – commenta ancora p. Prakash – non sono più disposti ad accettare tutto questo passivamente. Non parlo solo di corruzione nell’istruzione, ma di un fenomeno che ha permeato ogni strato della società, a partire dai vertici. Manca trasparenza e una presa di responsabilità. Ci sono molte questioni da affrontare, come la demonetizzazione, i bond elettorali, il fondo PM Cares, e ora anche l’E20. Verranno poste altre domande. Da dove hanno preso l’RSS [gruppo paramilitare legato alla destra indù] e il BJP le enormi somme di denaro per costruire edifici sontuosi ovunque? Che dire degli amici del capitalismo clientelare che si arricchiscono a spese dei poveri e depredando il Paese? E che dire delle irregolarità elettorali: la manipolazione delle macchine per il voto elettronico e la meticolosa privazione del diritto di voto, attraverso il SIR, di migliaia di cittadini legittimi ovunque”.

Il religioso fa riferimento ad alcuni dei temi di dibattito più controversi della politica indiana degli ultimi anni: la demonetizzazione, la decisione con cui nel 2016 il governo Modi ritirò dalla circolazione l’86% del contante in vigore, provocando gravi disagi economici senza raggiungere pienamente gli obiettivi dichiarati di contrasto all’evasione fiscale; i bond elettorali, uno strumento di finanziamento anonimo ai partiti politici dichiarato incostituzionale dalla Corte Suprema indiana nel 2024, dopo che le indagini avevano rivelato ingenti donazioni da parte di aziende verso il partito di governo; il fondo PM Cares, istituito nel 2020 per raccogliere donazioni destinate all’emergenza covid-19 ma criticato per la scarsa trasparenza sulla gestione dei fondi, essendo esentato dagli obblighi di controllo pubblico applicati invece al fondo statale già esistente per le emergenze nazionali; e l’E20, una nuova sigla satirica – sul modello dello stesso CJP – nata online negli ultimi giorni contro l’obbligo di utilizzare benzina miscelata al 20% di etanolo per ridurre le importazioni.

Quanto alle “irregolarità elettorali”, p. Prakash si riferisce a due questioni sollevate dall’opposizione indiana: da un lato i dubbi sulla sicurezza delle macchine elettroniche per il voto (EVM) utilizzate in India al posto delle schede cartacee; dall’altro la Special Intensive Revision (SIR), la revisione straordinaria delle liste elettorali avviata dalla Commissione elettorale in alcuni Stati, che ha escluso dal voto centinaia di migliaia di cittadini, in particolare tra le fasce più povere e marginali della popolazione, a causa della complessità burocratica richiesta per confermare la propria iscrizione.

“La rivoluzione è davvero cominciata”, conclude il religioso. “E non si torna indietro”.

[Fonte e Foto: AsiaNews]