La Cina, l’IA e la nuova frontiera della competizione geopolitica

Condividi l'articolo sui canali social

Xi Jinping lancia la ‘sua’ alleanza sull’intelligenza artificiale. E sfida gli Stati Uniti sul terreno della governance e della leadership tecnologica. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

La Cina vede l’intelligenza artificiale come uno strumento di soft power e proiezione geopolitica: è questo, in estrema sintesi, il messaggio uscito dalla tre giorni della Conferenza mondiale sull’AI di Shanghai (WAIC), inaugurata da Xi Jinping in persona. L’AI si sviluppa “a una velocità sbalorditiva”, ha detto il presidente cinese, e il mondo “deve affinare più rapidamente le misure per prevenirne la perdita di controllo” annunciando che Pechino aiuterà i Paesi in via di sviluppo a costruire sistemi di AI open-source, mettendo in guardia contro il rischio di “nuove ingiustizie storiche” generate dalla disuguaglianza nell’accesso alla tecnologia. Alla vigilia del summit, ventinove Paesi – tra cui Russia, Pakistan, Indonesia, Brasile e Kazakistan – hanno firmato a Shanghai l’atto costitutivo della World AI Cooperation Organization (WAICO), definita da Xi “una pietra miliare nella storia dello sviluppo dell’AI”. La presenza e le parole del presidente cinese hanno avuto ampia eco perché rappresentano una manifestazione esplicita delle ambizioni di Pechino: contribuire a scrivere le regole di governance del nuovo ecosistema proponendosi come un’alternativa a Washington in un momento cruciale della corsa alla leadership tecnologica. Pur senza nominare esplicitamente gli Stati Uniti, Xi ha reso chiaramente l’idea: “In Cina, diciamo spesso che una singola corda non fa musica e un singolo albero non fa una foresta. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non dovrebbe essere un’esibizione solista di un singolo Paese, ma una sinfonia di cooperazione internazionale”.

Una ‘cortina di ferro’ tecnologica?

Il presidente cinese ha indicato quattro priorità che, secondo Pechino, dovranno guidare il percorso di sviluppo dell’AI: apertura e cooperazione, accesso equo, sicurezza con mantenimento del controllo umano, e un coordinamento più forte incentrato sulle Nazioni Unite. Nelle sue parole si intravede una contrapposizione netta all’approccio disegnato dall’amministrazione statunitense con la cosiddetta ‘Pax Silica’, che mira a costruire un ecosistema affidabile e resiliente per le tecnologie basato su fiducia, sicurezza e allineamento strategico. Non a caso i media di Stato cinesi presentano la strategia di Pechino come una risposta a quella che definiscono una “cortina di ferro dell’AI” eretta da Washington attraverso i controlli sempre più stringenti sulle esportazioni di chip avanzati e apparecchiature per i semiconduttori. Nel giugno 2026 questa logica si è brevemente estesa anche ai modelli più avanzati di AI, quando il Dipartimento del Commercio americano ha limitato l’accesso dei cittadini stranieri a Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic. Sebbene i controlli siano stati successivamente revocati, l’episodio ha dimostrato come l’accesso e la condivisione di tecnologia, da parte statunitense, dipenda sempre più da una logica di lealtà geopolitica piuttosto che da criteri di mercato.

…o diplomazia open source?

Contrariamente a quelle americane, le IA cinesi si distinguono per un punto chiave: sono open source, il che consente agli sviluppatori di integrarle nei loro prodotti senza pagare una licenza. Questo non tanto perché Xi sia un mecenate quanto perché ritiene che la discussione vada ben oltre l’economia e considera l’intelligenza artificiale uno strumento di influenza e soft power. Inoltre, questa spinta riflette un più ampio sforzo cinese per evitare di essere percepita come un Paese che si limita ad accettare le regole in un settore sempre più plasmato da aziende statunitensi, dai controlli sulle esportazioni e dalle partnership tecnologiche guidate da Washington. “Il messaggio di Xi è chiaro: la Cina non seguirà nessuno né in termini di tecnologia né di standard per l’intelligenza artificiale. Al contrario, intende guidare il mondo in entrambi gli ambiti”, afferma George Chen, responsabile della divisione digitale presso The Asia Group, una società di consulenza.

Due modelli in competizione?

Più che di due blocchi consolidati e contrapposti, l’immagine che i numeri restituiscono è quella una competizione ancora aperta: alla Dichiarazione sulle opportunità legate all’AI promossa da Washington hanno aderito 35 Paesi, contro i 29 della Waico; il Kazakistan risulta l’unico Stato presente in entrambe le liste, un dato che dimostrerebbe come la maggioranza dei partner di Washington non abbia scelto di affiancare anche l’iniziativa cinese. Ma la scarsa sovrapposizione può leggersi anche nel senso opposto: più che una vittoria di un fronte sull’altro, indica che le due iniziative si rivolgono in parte a platee diverse – da un lato Paesi già integrati nelle filiere tecnologiche occidentali, dall’altro ampie fasce del Sud globale di fatto escluse dai tavoli decisionali sull’AI. Non è un caso: il Sud globale è il principale destinatario dell’iniziativa diplomatica cinese. Contestualmente alla nascita della Waico, Xi ha annunciato che nei prossimi cinque anni la Cina offrirà cinquemila programmi di formazione sull’intelligenza artificiale ai paesi in via di sviluppo, mettendo gratuitamente a disposizione il sistema meteorologico intelligente “Mazu”. L’obiettivo è costruire una rete stabile di competenze, infrastrutture digitali e standard tecnici che rafforzi la presenza cinese nei mercati emergenti.

Il commento di Filippo Fasulo, Head, Osservatori Asia e Geoeconomia ISPI

“Il discorso di Xi Jinping a Shanghai è importante sia per quando è stato pronunciato sia per cosa dice. L’evento, di portata globale e con un dichiarato spirito di apertura, è a ridosso della dichiarazione di Trump sulle ingerenze elettorali cinesi nel 2020. Un contrasto che regala a Pechino l’immagine di un paese proiettato nel futuro, mentre Washington si chiude in sé stessa. Sul piano dei contenuti invece, Xi Jinping afferma sostanzialmente due cose: la Cina non vuole perdere il “treno” della rivoluzione dell’IA come aveva fatto con la rivoluzione industriale ai tempi del motore a vapore e punta a condividere con il Sud Globale il modello cinese di governance. Tuttavia, la strada per governare l’IA è ancora lunga e Xi Jinping lascia aperto lo spazio per adattare le sue politiche a “circostanze” in costante evoluzione che potranno mettere alla prova il modello open source”.

[Fonte e Foto: ISPI]