La Mongolia e il volto missionario della Chiesa coreana

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Sul viaggio del Papa in Mongolia rilanciamo questo interessante reportage di Chiara Zappa da Ulan Bator, pubblicato da AsiaNews. Quasi un terzo dei missionari presenti nella piccola comunità cattolica che tra qualche giorno accoglierà papa Francesco sono originari della Corea del Sud. Dal servizio educativo delle suore di Saint Paul de Chartres ai sacerdoti fidei donum della diocesi di Daejeon che per una scelta dell'allora vescovo Lazzaro You Heung-sik da anni invia i seminaristi del quinto anno d'estate in Mongolia. La vita donata da padre Kim Stephano Seong Hyeon nel ricordo di padre Peter Sanjajav, il secondo sacerdote autoctono.

Bayanhushuu è un distretto povero alla periferia di Ulan Bator dove una distesa di casette fatiscenti sorge a fianco di migliaia di ger, le tende tradizionali mongole: residenze a buon mercato per chi migra dalle steppe circostanti in cerca di una vita meno dura, ma nella capitale trova a fatica opportunità di emancipazione. In cima a una collina brulla, inaspettato rispetto al degrado circostante, spicca un grande, moderno edificio di mattoni rossi: è la scuola gestita dalla suore sudcoreane di Saint Paul de Chartres, presenti già dal 1996 in Mongolia, dove papa Francesco si recherà dal 31 agosto al 4 settembre per incontrare una Chiesa nata da tre decenni e che conta appena 1.500 fedeli.

"Abbiamo aperto questo istituto due anni fa e oggi lo frequentano duecento allievi del quartiere", racconta la direttrice, suor Clara Lee Nan Young mostrando le aule accoglienti e curatissime, i laboratori di informatica e inglese e la biblioteca. Se qui studiano i ragazzi fino all’età del liceo, i più piccoli sono accolti nello stabile a fianco, un kindergarten montessoriano dove schiere di bimbi in divisa giocano alle costruzioni sui tappeti che coprono i pavimenti in parquet. Da ogni dettaglio traspare la filosofia di queste missionarie: anche i figli delle famiglie più svantaggiate hanno diritto all’offerta formativa migliore.

Le suore di Saint Paul de Chartres, che fanno riferimento alla provincia di Taegu della congregazione e sono impegnate nel ministero educativo e in quello della sanità, rappresentano solo uno dei volti della Chiesa sudcoreana in Mongolia. Dal Paese asiatico provengono 23 dei 77 missionari - sacerdoti, religiose, laici - presenti tra Ulan Bator, Arvaikheer, Erdenet e Darkhan. Sono arrivati attraverso congregazioni diverse, dalla Congregatio Jesu ai Salesiani alle suore di Madre Teresa, ma non solo. Il segno forse più significativo del legame privilegiato tra le Chiese di queste due nazioni vicine sono infatti i sacerdoti fidei donum, attualmente quattro, provenienti della diocesi sudcoreana di Daejeon. Un’amicizia iniziata 25 anni fa, e fortemente sostenuta dall'allora vescovo (oggi cardinale) Lazzaro You Heung-sik, che incoraggiò la scelta di inviare regolarmente i seminaristi del quinto anno della sua diocesi per un periodo di esperienza missionaria estiva proprio in Mongolia.

Tra di loro c’era anche padre Thomas Ro Sang-min, oggi parroco della chiesa di Santa Sofia che sorge, alla fine di una strada sterrata, nello stesso distretto di Bayanhushuu. "Ogni giovedì, insieme a un gruppo di adolescenti, andiamo a distribuire cibo alle famiglie bisognose che vivono al limitare di una discarica", racconta il sacerdote 38enne, che guida la parrocchia fondata nel 2012 da un altro fidei donum della sua diocesi. Con i giovani, padre Thomas organizza anche gite e iniziative aggregative: "Andiamo in città, al cinema o a pattinare sul ghiaccio, o facciamo escursioni sui monti qui attorno". Oltre, naturalmente, ai momenti di preghiera, catechesi e formazione. "Cerco di stare a fianco di questi ragazzi, che a volte in casa non respirano un clima sereno, e attraverso di loro avvicino anche le famiglie: gli adulti oggi devono affrontare una situazione difficile, con il lavoro che manca, la svalutazione della moneta e le politiche sociali insufficienti".

Opera al servizio degli ultimi anche sr. Veronica Kim Hye Kyung, che oggi gestisce la clinica Saint Mary, aperta dalla Prefettura apostolica presso la cattedrale di Ulan Bator. "Si tratta di un presidio sanitario per chi non può permettersi le cure", spiega la religiosa. "Ogni anno, grazie anche all’aiuto di medici volontari, garantiamo circa 10mila interventi". E in alcuni casi è stato possibile aiutare pazienti con bisogni speciali ad essere curati all’estero, attraverso i contatti proprio con la Chiesa sudcoreana.

Uno dei volti più rappresentativi di questo saldo legame missionario - in un contesto in cui spopola anche la cultura pop proveniente da Seoul, dalla musica alle serie tv - è quello di padre Kim Stephano Seong Hyeon, vicario generale della Prefettura apostolica di Ulan Bator e parroco della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, scomparso improvvisamente a maggio, a soli 55 anni. Pure lui sacerdote diocesano di Daejeon, era arrivato in Mongolia nel 2002, dove tra l’altro si era speso per la creazione della parrocchia di Santa Maria Assunta a Khan Uul, nella capitale: la prima chiesa da lui eretta nel quartiere era una semplice ger tradizionale.

Tra i giovani bisognosi di cui padre Kim si era preso cura all’inizio della sua missione c’è padre Peter Sanjajav, diventato il secondo sacerdote autoctono nella storia della Mongolia moderna (il primo fu padre Joseph Enkh-Baatar nel 2016). "La sua testimonianza di servizio è stata determinante per la mia vocazione", racconta oggi padre Peter, che ha frequentato il seminario proprio a Daejeon. "Un giorno gli chiesi perché lui e gli altri missionari avessero scelto di donare le loro vite in un contesto difficile e con un clima rigidissimo come la Mongolia. Lui, per tutta risposta, mi mostrò il crocifisso. E per me si aprì una nuova vita".

(Fonte: AsiaNews - Chiara Zappa; Foto: Mongolia.it)