L’India al voto tra una crescente polarizzazione anti-islamica

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Lo scorso 26 aprile si è svolta la seconda fase delle elezioni in India, che ha messo in palio 88 seggi sul totale di 543 presenti nella camera bassa del Parlamento del Paese. La tornata elettorale di quest’anno, con quasi un miliardo di persone chiamate alle urne, sono le più imponenti mai organizzate e si svolgono in sette fasi, con Narendra Modi alla ricerca di uno storico terzo mandato. Già dopo la fine della prima fase, tuttavia, è emerso chiaramente come la “minoranza” islamica (virgolette d’obbligo trattandosi di oltre 200 milioni di persone) sia al centro della campagna elettorale, con il leader nazionalista che ha accusato il partito di opposizione di favorire i musulmani e di essere pro-Pakistan.

Come mostrato da un reportage della CNN da Varanasi, capitale spirituale dell’India nonché roccaforte di Modi, «le tensioni tra le due fedi [islamica e indù] stanno aumentando». Secondo i critici del Primo Ministro uscente, ciò è dovuto al fatto che il suo partito, il Bharatiya Janata Party (BJP), avrebbe trasformato «l’India – una Nazione costituzionalmente vincolata alla laicità – in una rashtra, o patria, indù». Syed Mohammad Yaseen, uno dei leader della comunità islamica di Varanasi, sostiene che il governo non protegge i musulmani, i quali si sentono sempre più vulnerabili e impauriti dai «crimini d’odio» che si verificano nel Paese, anche se «il peggio verrà se Modi sarà rieletto». Kailash Adhikari, direttore del magazine Now, esprime un’idea differente: vari esponenti governativi, incluso Primo ministro e ministro dell’Interno, «hanno detto che l’India è tanto per gli indù quanto per tutte le altre comunità», inclusi musulmani, sikh e cristiani.

Durante tutti gli incontri internazionali, Modi ha scelto di fornire un’immagine di sé più moderata, negando ogni discriminazione. Inoltre, data la loro ampiezza, le vittorie del 2014 e del 2019 «non possono provenire solo da un particolare gruppo», ha detto Adhikari. D’altronde è però innegabile che «nazionalisti indù sono stati nominati nelle posizioni apicali di importanti istituzioni governative, dando loro il potere di introdurre nella legislazione cambiamenti radicali, che secondo i gruppi per i diritti prendono di mira i musulmani». Così, riporta la CNN, i testi scolastici sono stati riscritti per sminuire la storia del passato musulmano del Paese. Non solo: nel 2019 Modi ha eliminato il regime di autonomia speciale dello stato di Jammu e Kashmir, l’unico a maggioranza islamica e fatto approvare una controversa legge sulla cittadinanza che penalizza i musulmani.

Il BJP si è posto l’ambizioso obiettivo di conquistare 370 seggi sui 543 disponibili, un significativo aumento rispetto ai 303 ottenuti nel 2019, e per raggiungerlo ha bisogno che la maggioranza degli indù, che costituiscono circa l’80% della popolazione, voti a suo favore. La strategia individuata dal partito di Modi è dunque quella di polarizzare l’ambiente politico, per portare gli induisti a votare per il BJP. Si spiega così anche la dichiarazione del ministro dell’Informazione, il quale durante un comizio ha affermato che l’opposizione «vuole dare la proprietà dei vostri figli ai musulmani». Secondo il New York Times, c’è però un “salto di qualità” nella retorica anti-islamica in India: generalmente il primo ministro lascia fare agli altri esponenti del partito – come nel caso appena menzionato, o in quello delle accuse ai musulmani di fare troppi figli – il «lavoro sporco di polarizzare gli indù contro i musulmani». Ora invece si espone in prima persona, come avvenuto domenica scorsa, quando ha definito «infiltrati» i musulmani.

Del partito del Congresso Nazionale Indiano, invece, Modi ha sottolineato che sarebbe sua intenzione dare le ricchezze del Paese ai musulmani, versione naturalmente smentita dai diretti interessati. Secondo Mallikarjun Kharge, leader del Congresso, si tratta di un tentativo disperato del BJP, che vede calare i propri consensi. Pur alimentato anche dalla speranza, il commento di Kharge potrebbe avere un fondo di ragione: secondo il Financial Times certamente il BJP resta favorito, ma difficilmente raggiungerà l’elevata soglia di seggi che si è prefissato. Nelle prime due fasi delle elezioni, infatti, l’affluenza è stata più bassa del previsto, mentre in alcune delle roccaforti del BJP si è osservato un crescente sentimento contrario ai parlamentari uscenti. Ma al di là di come andranno le elezioni, «i musulmani sono diventati cittadini di seconda classe, una minoranza invisibile nel loro stesso Paese», ha dichiarato alla BBC Ziya Us Salam, autore del libro Being Muslim in Hindu India.

A tutto questo si aggiunge l’elemento economico: secondo uno studio del World Inequality Lab firmato tra gli altri da Thomas Piketty, le diseguaglianze economiche, già elevate quando Modi è salito al potere nel 2014, sono cresciute enormemente. Tanto che, si legge, oggi le diseguaglianze sono persino più elevate di quanto non lo fossero durante il periodo coloniale. Mentre l’1% più benestante detiene più di un quinto della ricchezza nazionale, il 10% più ricco ne controlla quasi il 60%. In questa situazione è la classe media a essere colpita maggiormente. Chissà che non sia questo a incidere sull’andamento delle elezioni.

(Questo articolo di Claudio Fontana è stato pubblicato sul sito della Fondazione Oasis, al quale rimandiamo; Photo Credits: Fides)