
Lo scandalo dell’abbondanza: la fame nell’era degli sprechi

L’intenzione di preghiera di Papa Leone XIV sul cibo e gli sperperi mette in luce la contraddizione morale della fame nell’opulenza moderna. Ne parla Lavoisier Fernandes sull’agenzia cattolica asiatica Uca News.
Di Lavoisier Fernandes *, da Uca News
Ogni mese, il Santo Padre Papa Leone XIV invita i cattolici a pregare per un’intenzione particolare.
Questo maggio, l’intenzione di preghiera è semplice: che tutti abbiano da mangiare e che il cibo non venga sprecato. Sembra un’intenzione banale, quasi troppo ovvia per soffermarsi a riflettere. Eppure, porta con sé una sottile inquietudine, perché parla di un mondo in cui qualcosa di profondamente sproporzionato è diventato la normalità.
Viviamo ormai in due realtà che sembrano non contrastarsi più. Da un lato, la fame rimane diffusa e grave. Dall’altro, il cibo viene gettato via quotidianamente in grandi quantità, spesso senza pensarci. La tensione tra queste due realtà non viene più negata. Semplicemente, non la si percepisce più.
L’intenzione del Papa non è quindi solo una preghiera per il sostentamento. È un invito alla conversione: a riscoprire la gratitudine per ciò che si riceve, a reimparare la moderazione e a riconoscere nuovamente il cibo come qualcosa di affidato, piuttosto che semplicemente consumato.
Una cultura della comodità
Oggi il cibo è raramente lontano. Si può ordinare a qualsiasi ora, ricevere in pochi minuti e personalizzare in mille modi. Le catene di approvvigionamento globali hanno attenuato i confini tra stagione e geografia. Possiamo mangiare fuori stagione senza pensarci, monitorare ogni pasto e l’apporto calorico con un’app e scegliere tra una varietà di prodotti un tempo inimmaginabile.
Insieme a questa facilità, si è verificato un cambiamento più sottile nella percezione. Ciò che è sempre disponibile inizia a sembrare meno prezioso. Ciò che è facilmente sostituibile viene conservato con meno cura. Lo spreco non appare più come una perdita; diventa parte della logica di fondo dell’abbondanza.
Questo è più evidente non nell’eccesso, ma nella semplice negligenza: cibo dimenticato in frigorifero, pasti preparati in quantità eccessive, spesa fatta senza considerare ciò che già si ha a disposizione. Nessuno di questi episodi, preso singolarmente, sembra significativo. Ma insieme, formano uno schema che gradualmente diventa la norma.
Quando lo spreco diventa visibile
A volte, questo schema diventa inconfondibile.
Lavorando nel settore della catena di approvvigionamento, mi è capitato di imbattermi in una partita di latte che era stata prodotta e confezionata correttamente, ma etichettata erroneamente per un supermercato diverso. Il prodotto in sé era perfettamente commestibile. Non presentava alcun difetto. Ma poiché non è stato possibile inserirlo nel canale di distribuzione corretto, l’intera consegna è andata distrutta.
C’erano 85 gabbie, ognuna contenente 80 cartoni. In totale, 6.800 cartoni, ovvero più di 13.000 litri di latte. Una quantità sufficiente a rifornire una piccola città per un giorno.
Il prodotto in sé non presentava difetti. L’errore è stato di natura procedurale. E quella differenza tra ciò che è rimasto intatto e ciò che è stato scartato è difficile da dimenticare una volta vista.
La scala con cui conviviamo
Questo non è un caso isolato, ma parte di un modello globale più ampio, più vicino a noi di quanto potremmo immaginare.
Secondo l’Indice di spreco alimentare del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (2024), circa un quinto di tutto il cibo prodotto per il consumo umano viene perso o sprecato ogni anno. Si tratta di circa un miliardo di pasti al giorno.
La difficoltà nel comprendere questa cifra non sta nella sua entità, ma nella sua distribuzione. Non si manifesta in un unico luogo o in un unico momento. Si accumula attraverso innumerevoli piccole azioni nelle case, nei supermercati, nei ristoranti e nelle filiere di approvvigionamento. È una ripetizione, non un evento isolato.
Il costo finanziario si avvicina a 1.000 miliardi di dollari all’anno. Dal punto di vista ambientale, lo spreco alimentare rappresenta circa il 10% delle emissioni globali di gas serra, più di quanto non facciano il trasporto aereo e marittimo messi insieme.
Ma il dettaglio più significativo è il luogo in cui avviene: circa il 60% dello spreco alimentare si verifica nelle famiglie.
Il centro di gravità non è lontano. È domestico. Familiare. Abbastanza vicino da non attirare quasi mai l’attenzione.
Ciò che la Scrittura non ci permette di ignorare
La Scrittura affronta questa questione con una quieta coerenza.
Dopo la moltiplicazione dei pani, Cristo istruisce i discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. L’istruzione non riguarda solo l’ordine. Segnala qualcosa di più profondo: che anche nell’abbondanza, ciò che rimane non è privo di significato. Il dono non annulla la responsabilità, ma la estende.
La Lettera di Giacomo è particolarmente diretta: la fede senza le opere è morta. Se un fratello o una sorella non ha da mangiare, le sole parole di pace non bastano. Ciò che viene negato diventa di per sé una forma di fallimento.
Nel Vangelo di Matteo, il criterio è enunciato senza ulteriori spiegazioni: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”. Ciò che conta non è il sentimento, ma l’azione. Ciò in cui si crede si rivela in ciò che si fa.
Attraverso questi passi, una sola logica perdura: le cose materiali non sono mai moralmente neutre. Ciò che si fa con il pane è inseparabile da ciò in cui si crede riguardo a Dio e al prossimo.
Quando lo spreco diventa una questione morale
A un certo punto, la questione non può più rimanere puramente tecnica.
La Chiesa ha definito esplicitamente questa tensione. Papa Francesco ha descritto la coesistenza di fame e spreco come un “vero scandalo”. La formulazione è precisa: non indica complessità, ma contraddizione resa abituale.
Si è spinto oltre, affermando che quando il cibo viene buttato via, “è come se fosse rubato dalla tavola dei poveri”. In quest’ottica, lo spreco non è più una questione privata. Diventa relazionale, anche se nessuno ne è testimone.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica fa eco a questo orizzonte morale, collegando l’eccesso e lo spreco alle mancanze di temperanza e giustizia. Il cibo, in questo senso, non è mai solo possesso. Comporta un obbligo.
Una volta riconosciuto questo, lo spreco non è più moralmente invisibile. Non ogni atto è uguale e non ogni situazione ha lo stesso peso. Ma quando lo spreco diventa routine, inizia a plasmare il modo in cui viene intesa l’abbondanza stessa – e ciò che essa silenziosamente esclude.
Dalla consapevolezza all’abitudine
La maggior parte delle persone sa già che il cibo viene sprecato. La difficoltà non sta nella conoscenza, ma nell’attenzione, e l’attenzione viene erosa dall’abitudine.
Il cambiamento, quindi, raramente inizia con l’aumento delle quantità. Inizia con la disciplina e la consapevolezza:
acquistare solo ciò che serve, non ciò che si dà per scontato
controllare cosa si ha già a disposizione prima di acquistare altro
pianificare i pasti in base all’utilizzo piuttosto che all’eccesso
trattare gli avanzi come cibo normale, non come scarto
conservare il cibo prima che diventi rifiuto
utilizzare e sostenere le banche alimentari e le iniziative alimentari locali, dove il surplus viene ridistribuito anziché buttato via
fermarsi un attimo prima di buttare via il cibo e chiedersi se ha ancora valore
Niente di tutto ciò è drammatico. Ma d’altronde non lo è nemmeno il problema in sé.
Un nuovo cuore
La contraddizione tra fame e spreco non è più nascosta. Fa parte della vita quotidiana, si ripete così spesso che rischia di non essere più vista.
Nella sua intenzione di preghiera, il Santo Padre si rivolge a Cristo: «Tu che ci hai mandato il tuo amato Figlio Gesù, pane spezzato per la vita del mondo… donaci un cuore nuovo, affamato di giustizia e assetato di fraternità». L’immagine è semplice ma impegnativa. Il pane non si riceve soltanto, ma è destinato a essere condiviso.
Ecco perché la preghiera del Santo Padre è importante. Chiedere che tutti abbiano da mangiare non significa solo riconoscere un bisogno, ma chiedere un cambiamento nel modo in cui consideriamo ciò che già possediamo.
Questo cambia la prospettiva. Non si tratta più solo di approvvigionamento o sistemi alimentari. Si tratta di come viviamo con ciò che ci viene messo a disposizione e se ne riconosciamo ancora lo scopo. Perché il vero problema non è solo la coesistenza di fame e spreco. È la facilità con cui abbiamo imparato a vivere come se fosse la normalità.
E forse l’inizio del cambiamento non è la prima azione, ma l’attenzione: chiedere un cuore nuovo – e intenderlo nel modo in cui mangiamo, conserviamo e condividiamo.
* Lavoisier Fernandes, originario di Goa e ora residente a Londra, è un giornalista che scrive di temi legati alla fede, alla teologia, al papato e alla psicologia. Ha anche condotto podcast per radio e televisioni, interagendo con persone di diverse fedi ed esplorando questioni chiave all’interno e all’esterno della Chiesa. Nel 2018, il suo podcast sulla salute mentale e sul ruolo della Chiesa cattolica è stato selezionato tra i finalisti dei Jerusalem Awards, nel Regno Unito.
[Fonte: Uca News (nostra traduzione); Foto: Food for Life]



