
Pakistan-Afghanistan: rischio guerra aperta

È scontro tra Islamabad e Kabul. Sullo sfondo il nodo irrisolto della branca pakistana dei talebani, le rivalità regionali e il rischio di un conflitto capace di destabilizzare l’intera Asia meridionale. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
“La nostra pazienza è finita. Adesso è guerra”: con queste parole il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha dichiarato che la tolleranza nei confronti delle autorità talebane – al potere in Afghanistan – si è esaurita, poche ore dopo che Islamabad aveva bombardato Kabul e altre città afghane. L’escalation arriva al culmine di settimane di scontri lungo il confine condiviso, durante i quali entrambe le parti sostengono siano state uccise decine di persone. Le ostilità – ribattezzate dal Pakistan ‘Ghazab lil’ Haq, ovvero ‘ira per la verità’ – affondano le radici in un contesto di tensioni e accuse reciproche, riacuitosi dopo il ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan nel 2021. Nei giorni scorsi, il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid aveva dichiarato che l’Afghanistan stava conducendo “operazioni offensive su larga scala” contro l’esercito pakistano lungo la linea Durand , che separa i due paesi. L’emittente statale pakistana Pakistan TV ha affermato in un servizio che le forze armate del Paese hanno “distrutto” diverse postazioni dei talebani in poche ore. Secondo l’emittente Dawn, tra i luoghi attaccati in Afghanistan figurano il quartier generale di una brigata talebana e un deposito di munizioni a Kandahar, nonché postazioni talebane nel settore di Wali Khan, vicino al settore di Shawal, nel settore di Bajaur e ad Angoor Adda. Il ministero dell’Informazione pakistano ha dichiarato di aver preso di mira anche le forze talebane afghane in diversi distretti della provincia pakistana di Khyber Pakhtunkhwa: Chitral, Khyber, Mohmand, Kurram e Bajaur.
Una frattura mai sanata?
L’attuale recrudescenza arriva al culmine di mesi di tensione tra i due paesi: a ottobre scorso, dopo una settimana di scontri, Kabul e Islamabad avevano concordato un cessate il fuoco attraverso la mediazione di Qatar e Turchia. Epicentro delle violenze, oggi come allora, era la Linea Durand, che si estende per oltre duemila chilometri tra i due paesi, ma che l’Afghanistan non riconosce formalmente, sostenendo che si tratti di una ‘demarcazione coloniale’ che ha diviso illegittimamente le aree etniche pashtun tra i due paesi. Da quando i talebani hanno preso il potere a Kabul nel 2021, dopo che le forze statunitensi e NATO si sono ritirate dall’Afghanistan, le esplosioni di violenza sono riprese con cadenza regolare. Il Pakistan chiede che il regime talebano tenga a freno gruppi armati come il Movimento dei talebani del Pakistan (TTP), a cui –secondo Islamabad darebbero rifugio e protezione. Il TTP – distinto dai Talebani afghani, con cui pure condivide legami ideologici, sociali e linguistici – mira a rovesciare il governo pakistano per imporre un regime islamista nel paese. A tal fine, il TTP in passato ha attaccato l’esercito pakistano e assassinato politici di primo piano del paese.
Un conflitto asimmetrico?
Secondo gli osservatori, tuttavia, è improbabile che i talebani afghani si impegnino a reprimere seriamente il movimento, in parte a causa delle precedenti affinità tra i due gruppi, ma anche “per paura che questi disertino verso il suo principale rivale, la provincia dello Stato Islamico del Khorasan”, spiega ad Al Jazeera Pearl Pandya, analista ACLED, osservatorio indipendente e imparziale sui conflitti con sede negli Stati Uniti. Se le previsioni dovessero avverarsi, è probabile che il Pakistan intensifichi la sua campagna militare, mentre la rappresaglia di Kabul potrebbe concretizzarsi con incursioni ai posti di frontiera e in ulteriori attacchi in stile ‘guerriglia’ contro le forze di sicurezza. Sulla carta, c’è un profondo divario tra le capacità militari delle due parti. Secondo i dati dell’International Institute for Strategic Studies, le forze armate pakistane contano oltre 600mila effettivi, più di 6mila veicoli corazzati da combattimento e più di 400 aerei da combattimento. Il Paese è anche dotato di armi nucleari. Al contrario, con 172mila militari attivi, una manciata di veicoli blindati e nessuna vera e propria forza aerea, i talebani dispongono di meno di un terzo del personale militare del Pakistan. Tuttavia il gruppo, temprato da anni di guerriglia, ha la possibilità di appoggiarsi a insorti come il TTP e l’Esercito di liberazione del Baloch (BLA), un gruppo attivo nel Belucistan, la provincia più grande e povera del Pakistan, che confina sia con l’Iran che con l’Afghanistan. “Una guerra su due fronti è da tempo uno scenario da incubo per il Pakistan”, spiega ad Al Monitor l’ex diplomatica pakistana Maleeha Lodhi, secondo cui la crisi attuale “aggrava la sfida per la sicurezza per Islamabad, data la situazione instabile alla frontiera orientale con l’India”.
Rischio spillover?
Eppure, tornando indietro nei decenni, c’è stato un tempo in cui il Pakistan era tra i principali sostenitori dei talebani afghani. È stata Islamabad – ricorda Reuters – a contribuire alla nascita dei talebani nei primi anni ’90, per dare al Pakistan “profondità strategica” nella sua rivalità con l’India. Non è un caso che New Delhi abbia reagito definendo l’escalation “un altro tentativo del Pakistan di esternalizzare i propri fallimenti interni”. Il Pakistan ha accolto con favore il ritorno al potere dei talebani nel 2021, con l’allora primo ministro Imran Khan che sottolineava come gli afghani “hanno spezzato le catene della schiavitù”. Ma Islamabad si rese presto conto che i talebani non erano collaborativi come aveva sperato. Il disaccordo riflette le posizioni incompatibili assunte da entrambe le parti, poiché il Pakistan si aspettava una sorta di ‘riconoscenza’ dopo decenni di sostegno ai talebani, che al contrario non si sentono in debito con Islamabad. Sebbene le tensioni covino da mesi gli scontri delle ultime ore sono degni di nota perché il Pakistan ha utilizzato aerei da guerra per colpire le installazioni militari talebane invece di limitare gli attacchi ai militanti, che presumibilmente ospitano. Tra questi rientrano obiettivi situati nel profondo del Paese, a Kabul, nonché nella città meridionale di Kandahar, sede del leader supremo dei talebani Hibatullah Akhundzada. Sebbene una serie di paesi influenti, tra cui Cina, Russia, Turchia e Qatar, abbiano manifestato la loro disponibilità a contribuire alla mediazione del conflitto, finora tutti gli sforzi hanno avuto scarso successo. E il timore è che il conflitto possa destabilizzare un’area che va dal Golfo all’Himalaya,considerata cruciale per l’intera Asia meridionale.
Il commento di Nicola Missaglia, ISPI
“Quello che vediamo oggi tra Pakistan e Afghanistan non è un incidente improvviso: è una frattura che non si è mai chiusa, riesplosa lungo la linea Durand sotto il peso di accuse reciproche mai sopite e di milizie ostili che si muovono da una parte e dall’altra. La novità è nel contesto: Islamabad è sotto pressione, Kabul cerca legittimità, e nessuno dei due può permettersi una guerra. Eppure, entrambi rischiano di finirci dentro, per errore o per calcolo sbagliato. Le conseguenze sarebbero regionali: corridoi economici, rotte energetiche, fragili architetture di potere sarebbero tutti investiti dall’onda d’urto. Per questo le grandi potenze dell’area, a partire da Cina e India, eserciteranno pressione affinché la crisi resti governabile. Nessuno può permettersi il contrario”.
[Fonte e Foto: ISPI]



