SPECIALE / L'India al voto: guida alle elezioni più grandi del mondo

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Il 19 aprile quasi un miliardo di indiani hanno cominciato a votare per rinnovare il Parlamento ed eleggere un nuovo governo. Le elezioni finiranno all’inizio di giugno e il Primo ministro Modi si prepara a un terzo mandato. Come si vota nella democrazia più grande del mondo? E qual è la posta in gioco? Di Seguito lo Speciale dell'ISPI.

Le elezioni politiche in India si svolgono ogni cinque anni: quelle di quest’anno, che sono iniziate il 19 aprile, riguardano la Camera bassa del Parlamento indiano, la Lok Sabha, composta da 543 seggi. Il partito, o la coalizione, che riuscirà a ottenere la maggioranza di 272 seggi potrà nominare il proprio candidato come Primo Ministro e formare il governo. Il capo del governo in carica Narendra Modi, leader del partito conservatore Bharatiya Janata Party (BJP), sembra essere lanciato verso un terzo mandato, risultato che avrebbe solo un precedente nella storia dell’India democratica. Quello del primo leader dell’India indipendente, Jawaharlal Nehru.

Come si vota in un Paese con un miliardo e mezzo di abitanti?

Saranno circa 970 milioni gli aventi diritto al voto che si recheranno alle urne in India nelle prossime settimane. Parliamo di circa il 10% dell’intera popolazione mondiale, più della somma delle popolazioni di Stati Uniti, Unione Europea e Russia. Tra questi, 18 milioni saranno gli elettori che voteranno per la prima volta: l’India è un Paese giovanissimo, con un’età media di circa 28 anni. Con questi numeri non deve sorprendere, dunque, che il processo di voto sia più lungo rispetto alle normali elezioni e richieda un enorme impiego di risorse e personale.

Il processo elettorale durerà infatti dal 19 aprile al 1° giugno, con i risultati che saranno annunciati il 4 giugno. La Presidente dell’India, Droupadi Murmu, inviterà poi il partito vincitore, o la coalizione, a formare un governo e il suo leader sarà nominato Primo Ministro.

Come nel 2019, anno in cui l’India ha tenuto le sue ultime elezioni generali, saranno allestite oltre un milione di cabine elettorali in tutto il Paese per far sì che ogni elettore abbia a disposizione almeno un seggio elettorale nel raggio di 2 chilometri. Circa 15 milioni di funzionari elettorali e personale di sicurezza attraverseranno i deserti e le montagne del Paese – in barca, a piedi e persino a cavallo – per cercare di raggiungere ogni elettore. Nel 2019, i funzionari si recarono anche in un villaggio sperduto sull’Himalaya per allestire una cabina elettorale a 4.650 metri, il seggio elettorale più alto del mondo. Le precedenti elezioni indiane furono anche le più costose del mondo, arrivando a toccare un budget di 8,5 miliardi di dollari, e si prevede che quest’anno verrà infranto un nuovo record.

Chi sono i candidati?

La competizione elettorale è dominata dai due maggiori partiti politici indiani: il Bharatiya Janata Party (BJP), attualmente al governo, e l’Indian National Congress (INC), attualmente all’opposizione.

Dopo aver governato all’inizio degli anni Duemila, il BJP è salito al potere per la seconda volta nel 2014 sotto la guida dell’attuale Primo Ministro Narendra Modi. Da allora, governa con una coalizione nota come National Democratic Alliance (NDA). Nelle elezioni del 2019, il BJP ha ottenuto una vittoria schiacciante, conquistando la maggioranza assoluta con 303 seggi parlamentari, che salgono a 353 se si considera l’intera coalizione.

Il principale partito d’opposizione invece, l’INC o Congress, ha governato il Paese per più di 50 anni dopo l’indipendenza, ma si trova ora in una situazione di stallo. Nel tentativo di impedire un’altra vittoria di Modi, il Congress ha formato un’alleanza con altri 28 partiti dell’opposizione (compresi i principali partiti regionali) dando vita alla coalizione Indian National Developmental Inclusive Alliance (INDIA). Il volto del partito, nonché principale sfidante di Modi, è Rahul Gandhi. Nipote e pronipote di ex primi ministri, è stato eletto per la prima volta in parlamento nel 2019, da cui è stato brevemente espulso lo scorso anno dopo essere stato giudicato colpevole di diffamazione in una causa intentata da un membro del BJP di Modi. Adesso è stato reintegrato in attesa di un ricorso alla Corte Suprema indiana. Della coalizione di opposizione fanno parte anche altre figure chiave, come il popolare leader dell’Aam Aadmi Party, e Chief minister dello Stato di Delhi Arvind Kejriwal, che però è stato recentemente arrestato sempre per una causa di corruzione intentata dal BJP. La coalizione include poi pesi massimi regionali come il Chief minister del Bengala occidentale, Mamata Banerjee, e il Chief minister del Tamil Nadu, Muthuvel Karunanidhi Stalin, che tenteranno di impedire un’ascesa del BJP nei rispettivi Stati.

Il fronte delle opposizioni ha già accusato diversi colpi, tra cui la defezione di alcuni partiti e leader dall’alleanza per l’insistenza dell’INC nel presentare i propri candidati, nonché per divergenze ideologiche e scontri di personalità. L’alleanza ha schierato un unico candidato alle primarie nella maggior parte delle circoscrizioni, ma non si è ancora accordata su chi candidare come Primo Ministro in caso di vittoria. Oltre alle pressioni giudiziarie su alcuni leader dell’opposizione come Kejriwal e lo stesso Rahul Gandhi, durante la campagna elettorale anche il partito del Congress ha dovuto poi affrontare diversi problemi legali, tra cui il congelamento di conti bancari e dei fondi ad opera delle autorità nazionali e, l’anno scorso.

Quali sono i principali temi della competizione elettorale?

I temi su cui si è giocata la campagna elettorale sono stati molteplici, differendo spesso da stato a stato. Si possono però individuare delle tematiche comuni:

Disoccupazione

La demografia dell’India costituisce una delle principali risorse a disposizione del Paese per favorire il proprio sviluppo economico. Tuttavia, nonostante una crescita sostenuta (intorno al 6%), l’economia indiana sta incontrando diverse difficoltà nel creare abbastanza opportunità lavorative per soddisfare il flusso annuale di circa 8 milioni di nuovi ingressi nel mercato del lavoro. La disoccupazione colpisce soprattutto i giovani (under30), che rappresentano circa il 53% della popolazione totale. Senza lavoro, decine di milioni di giovani passano dall’essere una preziosa risorsa a un freno per lo sviluppo del Paese. Alla fine del 2023, il tasso di disoccupazione tra i giovani di età compresa tra i 20 e i 24 anni era del 44,9%, mentre il tasso di disoccupazione complessivo era dell’8,7%. Parte delle problematiche si lega anche ai recenti progressi tecnologici, che stanno cambiando significativamente il mercato del lavoro. L’utilizzo crescente di capitale si è accompagnato con una decrescita dell’impiego di lavoratori low skill, creando una discrepanza tra il processo di crescita economica dell’India e la sua capacità di generare posti di lavoro sufficienti. A ciò si aggiunge la necessità di adeguare i profili dei nuovi lavoratori alle nuove competenze richieste nel mercato del lavoro, sempre più esigente e orientato verso individui qualificati, a discapito di una considerevole parte della popolazione meno istruita.

Economia e agricoltori

La forza lavoro in India è suddivisa in tre grandi settori: agricoltura e affini, industria e servizi. Nonostante l’agricoltura sia quello che impiega la maggior parte della forza lavoro indiana, circa il 40% della popolazione, è anche il settore che meno contribuisce alla crescita del PIL. In Stati agricoli, come il Punjab e l’Uttar Pradesh (uno Stato da 200 milioni di cittadini), l’aumento del debito degli agricoltori ha portato a massicce proteste, diventate ormai una costante degli ultimi anni. Le richieste degli agricoltori includono l’aumento dei loro redditi e l’istituzione di prezzi minimi che garantiscano loro almeno il 50% di profitto sugli acquisti governativi di alcune colture. Nonostante l’India sia l’economia che ha registrato la maggiore crescita percentuale del Pil a livello globale – un trend che dovrebbe essere confermato anche per il 2024 e il 2025 – i benefici di questa crescita non sono stati distribuiti equamente. A livello urbano l’economia ha corso, con i salari delle aziende che sono aumentati di circa il 10% nel 2023, mentre a livello rurale ormai da alcuni anni si registra una stagnazione.

Programmi di welfare

Il governo del BJP ha posto al centro della sua campagna elettorale la realizzazione di un nuovo tipo di programma di welfare, impegnandosi in quello che gli economisti hanno definito “nuovo assistenzialismo“. In altre parole, il governo indiano ha sovvenzionato la fornitura di beni privati essenziali come l’elettricità, gli alloggi, i conti bancari e il gas da cucina, oltre a erogare pagamenti in contanti. Inoltre, la creazione di un sistema di infrastrutture pubbliche digitali ha permesso al governo di eliminare gli intermediari e di trasferire molti benefici direttamente alle persone interessate. Ad esempio, il mobile banking permette al governo di pagare direttamente i cittadini con trasferimenti di denaro. Pertanto, la forza e la continuità dei programmi di welfare sono uno degli elementi chiave su cui poggia il consenso del BJP.

Corruzione

L’agenzia governativa che indaga sui sospetti di riciclaggio di denaro ha convocato, interrogato, o arrestato quasi 150 politici dell’opposizione nell’ultimo decennio. Nello stesso periodo, ha investigato solo una mezza dozzina di politici del partito al potere, il BJP. L’arresto più eclatante è stato quello del Capo del Governo di Delhi, Arvind Kejriwal, un esponente di spicco dell’opposizione. Modi sostiene che le agenzie sono libere di investigare, portando avanti la sua politica di “zero tolleranza” verso la corruzione, un elemento che era stato cruciale anche durante la campagna elettorale che lo aveva portato alla prima vittoria delle elezioni nel 2014. I politici dell’opposizione, invece, accusano Modi di abusare delle agenzie governative, strumentalizzandole per fini politici.

Nazionalismo religioso

Uno dei fili conduttori delle politiche dell’attuale governo è il nazionalismo induista, un aspetto molto caro in primo luogo a Modi, che nei suoi mandati si è presentato al Paese come paladino degli induisti, la comunità religiosa maggioritaria in India che costituisce anche la principale base di sostegno elettorale del BJP. Le visite regolari del Primo Ministro ai tempi indù in tutto il Paese sono spesso trasmesse dai canali di informazione. A gennaio di quest’anno, Modi ha guidato la consacrazione di un grande tempio dedicato al dio indù Ram in un sito che si ritiene essere il suo luogo di nascita, ma che prima ospitava una moschea, abbattuta da un gruppo di fondamentalisti indù nel 1992. Questo episodio si è aggiunto ad una serie di azioni controverse di cui il governo si è reso protagonista, che hanno suscitato rabbia e preoccupazione nella minoranza musulmana. Il governo ha infatti interrotto il sostegno federale alle scuole musulmane e, in alcuni Stati guidati dal BJP, molte sono state chiuse, nonostante l’opposizione dei leader musulmani. Modi ha anche introdotto una legge sulla cittadinanza, legge sulla cittadinanza, fortemente criticata in quanto considerata discriminatoria nei confronti dei musulmani: il provvedimento concederebbe un processo di accesso alla cittadinanza indiana semplificato per indù, parsi, sikh, buddisti, giainisti e cristiani.

Induismo e intolleranza

Nel corso degli ultimi vent’anni, l’India ha assistito alla crescita costante di un movimento nazionalista religioso basato sulla religione induista. Questo fenomeno non ha un carattere esclusivamente religioso, poiché comprende anche questioni identitarie e nazionaliste, soprattutto in relazione alla passata dominazione musulmana e occidentale del Subcontinente indiano.

La conformità a un codice religioso specifico, infatti, non è mai stata di particolare importanza per gruppi come il BJP per cui l’induismo rappresenta, invece, un simbolo di identità nazionale. Questa inclinazione è evidente anche nel suo nome, traducibile letteralmente come “il partito del popolo indiano”. Tuttavia, è chiaro che un nazionalismo legato a una sola identità religiosa, specie nel momento in cui diventa maggioritario e va al governo, non può che contrapporsi a concetti come il pluralismo, “l’unità nella diversità” e il secolarismo, che sono alla base della costruzione istituzionale e normativa della democrazia indiana.

Le relazioni tra induisti e musulmani stanno giocando un ruolo determinante nelle elezioni generali di quest’anno.  Dall’elezione di Modi nel 2014, gli oltre 200 milioni di indiani musulmani (circa il 15% della popolazione) hanno dovuto affrontare crescenti sfide e ostilità, che sembrano essersi anche istituzionalizzate in alcuni stati governati dal BJP. Queste politiche hanno portato a restrizioni e persino divieti diretti ad attività appannaggio della comunità musulmana in alcune regioni, come per esempio il commercio di carne bovina, sino ad arrivare alla  criminalizzazione delle relazioni interreligiose.

Il governo Modi ha respinto le accuse di pregiudizio nei confronti dei musulmani indiani, ma azioni come la revoca dell’autonomia del Kashmir – regione a maggioranza musulmana – nel 2019 e in generale il diffondersi di un clima di intolleranza hanno sollevato dubbi sui reali obiettivi dell’amministrazione. Mentre i funzionari statali sostengono che iniziative come la revoca dello statuto speciale di una regione come il Kashmir, attraversata da violenze e movimenti separatisti, siano volte a migliorarne l’ordine pubblico e stimolare gli investimenti, molti osservatori ritengono che dietro di esse si celi l’agenda etno-nazionalista del governo, specialmente considerando lo stretto legame che il Primo ministro e molti esponenti governativi hanno con il Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), un’organizzazione di estrema destra con l’obiettivo dichiarato di rendere l’India una nazione hindu.

L'India è ancora la democrazia più grande del mondo?

La democrazia indiana è contemporaneamente vivace e paradossale. Nel 2019, il 67% degli indiani ha votato alle elezioni – un’impresa non da poco per un elettorato vasto e diversificato come quello indiano. Allo stesso tempo, però, il governo guidato dal BJP è stato accusato di aver fatto regredire i diritti civili in India, imponendo un giro di vite sul dissenso, sui media indipendenti e  esercitando pressioni su attivisti, oppositori e difensori dei diritti umani Osservatori indipendenti hanno anche espresso preoccupazione per il fatto che la magistratura e le agenzie esecutive indiane si stiano alla volontà di Modi, emettendo verdetti favorevoli a personaggi vicini al BJP in casi cruciali e incriminando i leader dell’opposizione. Molti osservatori internazionali hanno inoltre declassato la democrazia indiana a “regime ibrido”, ovvero un regime che non è né una piena democrazia né una piena autocrazia.

L’amministrazione Modi afferma che le agenzie investigative e la magistratura del Paese sono indipendenti e che le istituzioni democratiche sono solide, sottolineando l’alta affluenza alle urne nelle ultime elezioni che hanno consegnato al partito di Modi un chiaro mandato.

È innegabile però che, nei dieci anni di governo Modi, le libertà civili dei cittadini indiani siano state minacciate, che le proteste (anche pacifiche) siano state spesso represse con la forza e che la stampa indiana, ancorché ancora molto vivace, abbia subito pressioni e minacce dagli organi governativi. In questo contesto le violenze contro la minoranza musulmana sono in aumento e il sistema giudiziario del Paese appare sempre più allineato con il potere esecutivo.

Garantire e proteggere il proprio sistema democratico dovrebbe essere per l’India un interesse fondamentale, in quanto strumentale ad assicurare la stabilità politica, la crescita economica sostenuta, la sicurezza interna ed esterna, e una politica estera responsabile e lungimirante. Questi elementi sono cruciali non solo per il futuro dell’ascesa indiana nel contesto geopolitico globale, ma anche per le speranze dell’Occidente di avere nell’India un alleato e una possibile alternativa alla Cina. Tuttavia, il nazionalismo religioso del governo Modi ha sfidato seriamente i principi di convivenza e pluralismo su cui si fonda la democrazia indiana.

L'India sarà la nuova Cina? Sfide e traguardi economici

Il 2023 è stato un anno di grandi successi per Nuova Delhi. Alcuni traguardi sono più retorici che di sostanza, come essere diventati il Paese più popoloso al mondo superando la Cina. Altri descrivono bene l’ascesa indiana a superpotenza economica e politica. L’India è oggi la grande economia che cresce più velocemente e lo scorso anno, il Pil indiano ha superato quello del Regno Unito, la vecchia potenza coloniale. Si prevede che entro il 2030 supererà anche quello della Germania e del Giappone, posizionando l’India al terzo posto tra le principali economie mondiali, dietro gli USA e la Cina. Alla luce di questi sviluppi, in molti si sono chiesti se, dopo che i primi due decenni del XXI secolo sono stati monopolizzati dal miracolo economico cinese, i prossimi siano destinati ad essere segnati dell’ascesa indiana.

La crescita cinese è stata possibile grazie a un mix di condizioni favorevoli, sia esterne che interne, che difficilmente potranno mai ripetersi. A oggi, però, la seconda economia al mondo si ritrova in una fase estremamente delicata e ha iniziato a mostrare tutta una serie di fragilità strutturali, dalla crisi del mercato immobiliare a quella demografica, che potrebbero pregiudicarne lo sviluppo futuro. Si aggiungono poi le pressioni esterne dell’occidente, soprattutto degli Stati Uniti, per rallentarne lo sviluppo tecnologico. Questi fattori hanno alimentato le speranze indiane che il rivale asiatico non sia più così irraggiungibile. Nell’ultimo decennio l’India ha trasformato il suo volto, rivelando un potenziale rimasto per molto tempo inespresso. Il governo del Primo Ministro Narendra Modi ha investito nella costruzione di strade, porti, aeroporti, ferrovie, infrastrutture energetiche e telecomunicazioni, in un volume tale da rendere il Paese quasi irriconoscibile rispetto a dieci anni fa. Un esempio sono i circa 54 mila chilometri di autostrade nazionali da quando l’attuale governo è salito al potere nel 2014.

Un enorme balzo in avanti è stato fatto anche dal punto di vista della digitalizzazione: gran parte degli indiani oggi utilizza gli smartphone per ogni tipo di pagamenti, la rete internet ha ora una diffusione capillare permettendo al governo di raggiungere tutti i cittadini e, tra le altre cose, introdurre programmi come i trasferimenti di denaro diretti a coloro che ne hanno bisogno. Un Paese digitalizzato e connesso è anche alla base dello sviluppo del settore privato indiano, stimolando l’imprenditorialità e l’innovazione.

Le rotte opposte che sembrano aver intrapreso India e Cina, con la prima che sale e la seconda che scende, stanno richiamando sempre di più l’attenzione delle imprese occidentali alla ricerca di nuovi hub manifatturieri che possano sostenere il de-risking dalla Cina. Grandi aziende specializzate nell’assemblaggio di elettronica come Foxconn e Pegatron hanno investito centinaia di milioni di dollari in India, sostenendone anche la crescita della sua quota di esportazioni globali. Lo stesso stanno facendo tante altre aziende, come l’americana produttrice di velivoli Boeing che ha recentemente inaugurato un nuovo centro di ingegneria a Bengaluru, nel sud dell’India, per 200 milioni di dollari e che, una volta completato, sarà il più grande investimento dell’azienda al di fuori degli Stati Uniti.

Tuttavia, per trasformarsi davvero nella “nuova Cina”, ovvero nel nuovo polo manifatturiero globale su cui molti sperano di poter presto contare in quest’epoca di tensioni geopolitiche e geoeconomiche, l’India deve ora cominciare a investire senza remore sul suo capitale umano, ovvero nell’istruzione, nella formazione high-skilled e non da ultimo nell’inclusione lavorativa delle donne. La scolarizzazione media nel Subcontinente si attesta a 6,5 anni ed è inferiore ai livelli registrati in Paesi come il Vietnam (8,3 anni) e la Thailandia (8,9 anni). Una donna su tre è esclusa dal mercato del lavoro, un notevole spreco di risorse umane. Da un punto di vista economico, il mercato dei consumatori appartenenti alla classe media indiana è ancora relativamente limitato, con un valore di 500 miliardi di dollari, rispetto al mercato globale che supera i 30 trilioni di dollari.

Queste sfide sono fondamentali per garantire una crescita economica indiana solida e sostenibile nel tempo, e diventano ancora più significative considerando le dimensioni e la diversità del Paese. L’India è la più grande economia in via di sviluppo ad aver intrapreso il proprio percorso di modernizzazione dopo il periodo coloniale abbracciando anche, seppur con alcuni difetti, un sistema politico democratico. Nonostante le divisioni e le tensioni politiche, culturali e linguistiche, finora il sistema politico indiano è riuscito a contenere e mitigare gli scontri e le violenze, grazie alla sua natura democratica che ha garantito la libertà di espressione, il dialogo e l’inclusione sociale delle comunità e degli individui storicamente emarginati.

Il nuovo ago della bilancia geopolitica

Sia sfruttando l’opportunità di ospitare il G-20 sia con le sue visite di alto profilo all’estero, Modi ha rafforzato la presenza dell’India sul palcoscenico internazionale e, con essa, la propria popolarità.
La politica estera è stata sicuramente, e per la prima volta, uno dei temi distintivi della campagna elettorale 2024, coerentemente con la più ampia ambizione indiana di ritagliarsi un ruolo da attore chiave all’interno di un ordine mondiale sempre più multipolare.

Se da un lato si può parlare di ambizioni, dall’altro è importante focalizzarsi sulla sicurezza. In un vicinato sempre più instabile, il consolidarsi dell’alleanza strategica tra Cina e Pakistan, due potenze nucleari ostili, ha notevolmente alimentato il senso di insicurezza di New Delhi e, dunque, la sua necessità di sviluppare una politica estera pragmatica che ne tuteli gli interessi. Negli ultimi tre anni, le tensioni lungo il lungo confine himalayano con la Cina si sono intensificate – con molteplici scontri militari nelle regioni contese del Tibet e del Ladakh – e, complici le retoriche nazionaliste da ambo i lati, le relazioni bilaterali tra New Delhi e Pechino sono ai minimi storiciQuesta rivalità ostacola l’unità del cosiddetto Sud globale e compromette il potenziale dei BRICS come alternativa credibile al G20 e al G7.

Considerando questi fattori, nonché i buoni rapporti tra Nuova Delhi e Washington, a primo impatto l’India di Modi potrebbe sembrare tendere verso l’asse occidentale in funziona anti-cinese. In realtà, più che un alleato, l’India si pone come un attore che persegue i propri interessi, rifiutando alleanze ma coltivando buoni rapporti con tutti gli attori che possono aiutare il Paese a raggiungere i propri obiettivi.

Per questo motivo l’India accoglie con favore il supporto economico, militare e tecnologico dell’Occidente per ridurre il grande divario di ricchezza, infrastrutture e sviluppo che ancora la separa, ad esempio, Cina. Tuttavia, non rinuncia a coltivare le sue relazioni con Paesi ostili all’occidente ma funzionali ai suoi progetti, come la Russia che rimane il suo principale fornitore di armamenti ed energia.

La politica estera del governo Modi è stata definita da alcuni studiosi come trasformativa, sottolineando come l’attuale Primo Ministro indiano abbia mostrato doti da “imprenditore politico”. In generale, sembra che l’India stia passando dallo storico non allineamento in politica estera – “pochi nemici, molti amici, nessun alleato” – a un più pragmatico multi-allineamento.

(Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell'ISPI, al quale rimandiamo; Photo Credits: Progress)