Attentato a Mosca: la verità del Cremlino

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Dopo l’attentato al Crocus City Hall, il presidente Vladimir Putin ignora la rivendicazione dello Stato Islamico e punta il dito contro l’Ucraina. Leggiamo il punto dell'ISPI.

La Russia in lutto e sotto shock commemora le 137 vittime e i 180 feriti dell’assalto di venerdì sera al Crocus City Hall di Mosca, il peggior attacco terroristico nella storia del paese da oltre un decennio, mentre un tribunale della capitale ha ordinato la detenzione di quattro uomini accusati del massacro. Intanto, con il passare delle ore, si fa sempre più chiara la responsabilità della branca afghana dello Stato Islamico, nota come Isis-K (“Provincia del Khorasan”) che ha rivendicato l’attentato tramite il canale Amaq, postando anche immagini e video dell’assalto. Eppure, nonostante un numero crescente di prove a carico del gruppo, ritenute attendibili dai servizi di intelligence occidentali, il Cremlino sembra concentrare la sua attenzione su non meglio documentate responsabilità dell’Ucraina, alimentando il timore che Mosca voglia attribuire a Kiev l’intera operazione per giustificare un’ulteriore escalation nel conflitto in corso o per motivare i russi verso una nuova campagna di coscrizione. Ad accrescere questa preoccupazione, riportata oggi da diversi osservatori, il fatto che nel discorso alla nazione che Vladimir Putin ha pronunciato diverse ore dopo l’attacco, il presidente russo non abbia mai citato l’Isis avanzando invece l’ipotesi di una complicità di Kiev nel piano di fuga dei terroristi, sventato dalle autorità russe. I presunti attentatori, identificati come cittadini del Tagikistan - ex repubblica sovietica dell’Asia centrale – avrebbero chiesto dei traduttori perché non parlavano russo. Sono stati arrestati nella regione di Bryansk, al confine con l’Ucraina. Si sono dichiarati colpevoli di terrorismo e quando sono comparsi in aula mostravano, tutti, evidenti segni di violenza sul corpo.

Condanna unanime?

La condanna per l’attentato contro civili inermi è stata unanime a livello internazionale: “L’Ue è scioccata e inorridita” ha scritto su X il portavoce per la Politica estera Peter Stano, aggiungendo: “I nostri pensieri vanno a tutti i cittadini russi colpiti”. Parole di cordoglio sono state espresse anche dal dipartimento di Stato americano, che tuttavia ha sottolineato come non ci sia al momento “alcun segno del coinvolgimento dell’Ucraina o di ucraini nella sparatoria a Mosca” e che gli Stati Uniti “non incoraggiano l’Ucraina a colpire internamente la Russia né la aiutiamo a farlo”. “Le immagini del terribile attacco contro persone innocenti nel Crocus City Hall a Mosca sono orribili. Deve essere chiarito rapidamente cosa ci sia dietro. Il nostro più profondo cordoglio va alle famiglie delle vittime”, ha scritto su X il ministro tedesco degli Esteri, Annalena Baerbock. Da Parigi l’omologo francese Stéphane Séjourné le ha fatto eco: “I nostri pensieri vanno alle vittime e ai feriti, e al popolo russo. Deve essere fatta piena luce su questi atti odiosi”. Allo stesso modo seguono messaggi di cordoglio dalla maggior parte delle capitali europee e non solo. “Che incubo a Crocus. Condoglianze alle famiglie delle vittime e auguri di guarigione ai feriti. Tutte le persone coinvolte in questo crimine devono essere trovate e condannate”, ha scritto sul suo profilo social Yulia Navalnaya, vedova del defunto oppositore del Cremlino Alexei Navalny.

Una rivendicazione credibile?

Nonostante le insinuazioni di Mosca, ripetute da diversi esponenti e commentatori vicini al Cremlino, i servizi di Intelligence ritengono credibile la rivendicazione di Isis-K. L’attentato, come ricorda Francesco Marone segue di poco più di due settimane un’allerta diramata dall’ambasciata americana nella capitale russa secondo cui gruppi estremisti avrebbero avuto piani per “prendere di mira grandi raduni, compresi concerti”. Il Cremlino aveva derubricato l’allarme come una “provocazione” e “un ricatto” volto a “destabilizzare la nostra società”. Oggi, il tentativo di addossare le responsabilità dell’attacco all’Ucraina risponderebbe anche alla necessità di allontanare dalle autorità russe il sospetto di aver sottovalutato la minaccia. “Ai terroristi – ha detto il leader del Cremlino – è stata aperta una finestra per entrare in Ucraina. Soltanto l’intervento delle forze di sicurezza ha impedito che il piano di fuga andasse in porto. I responsabili saranno puniti”. Parole che arrivano in un momento particolare negli equilibri del paese. Il successo di Putin alle elezioni della scorsa settimana sembra aver proiettato la Russia in una nuova fase. Nella cerchia del Cremlino il termine ‘guerra’ ha preso per la prima volta il posto di ‘operazione speciale’ e sui media pubblici si è tornati a parlare di mobilitazione.

Un nemico ‘comodo’?

Il fatto che all’indomani di un grave attentato Mosca cerchi di promuovere la ‘sua’ verità sull’accaduto è in linea con una tradizione che ha più volte visto Putin servirsi dei grandi disastri avvenuti durante la sua presidenza per inasprire la repressione e rafforzare il suo potere. È successo nel 1999 con gli attentati dinamitardi attribuiti ai ribelli daghestani e ceceni che rasero al suolo due palazzi a Mosca, uccidendo 293 persone; nel 2002, quando il sequestro al teatro Dubrovka della capitale si concluse con oltre 130 vittime. E ancora nel 2004 con la strage nella scuola di Beslan, in Ossezia, dove dopo un assedio durato tre giorni l’intervento delle truppe speciali portò alla morte di oltre 300 ostaggi. Oggi, considerata la guerra della Russia in Ucraina, le insinuazioni di Mosca non sorprendono. Ma mancano di sostanza oltre che di logica. Se è vero chela resistenza di Kiev in questi due anni ha cercato di colpire obiettivi militari e industriali dentro la Russia, prendendo di mira basi aeree, porti e persino – forse – facendo volare due droni sul Cremlino, i suoi leader sanno che perderebbero ogni sostegno internazionale se effettuassero un massacro di civili dentro una sala concerti. Domenica il ministro degli Esteri di Kiev Dmytro Kuleba, in una dichiarazione su X, ha definito Putin un “bugiardo patologico” che stava “cercando disperatamente di collegare l’Ucraina alla sparatoria” nonostante “non ci siano prove per sostenere tali affermazioni”.

Il commento. Di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio ISPI Russia, Caucaso e Asia Centrale

“L’entità dell’attacco subito dalla Russia sembra riportarci ai tempi più bui del terrorismo, quelli delle guerre cecene (dalla seconda metà anni Novanta al primo decennio anni Duemila). Eppure, le condizioni di politica sia interna che estera, oggi, sono profondamente diverse. Nei primi anni Duemila, Putin ha consolidato la propria popolarità proprio attraverso la repressione durissima del terrorismo nel Caucaso settentrionale, ma lì la minaccia, seppur ancora presente, è tutto sommato sotto controllo. Oggi la minaccia sembra arrivare dall’Asia centrale e dall’Afghanistan ed è molto più complicato combatterla, vista la sua natura più ampia e meno definita. In più, oggi la Russia è un paese in guerra, con tutto ciò che ne consegue: dal concentramento dell’attenzione e delle risorse sull’Ucraina al deterioramento delle relazioni con gli USA che, negli anni scorsi, erano un partner nella lotta al terrorismo. Non sorprende, dunque, che al Cremlino si accusi Kiev di avere una responsabilità in questo attacco. L’Ucraina è un nemico più identificabile; inoltre, in una Russia che ormai è definita apertamente “in guerra” anche dal portavoce di Putin, potrebbe far comodo un’ulteriore motivazione per la nuova ondata di coscrizione che, da qualche giorno, si vocifera possa aver luogo in Russia”.

(Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell'ISPI, al quale rimandiamo: Photo Credits: Wikimedia Commons - CC BY 4.0 DEED)