
Ceuta: Acli, “quando la compassione viene sopraffatta dall’ossessione securitaria”

“Ancora una volta, di fronte all’approdo a Ceuta di uomini, donne e bambini, il sentimento della compassione viene rapidamente soffocato dall’ossessione securitaria e dalla geografia dell’ignoranza”. E’ quanto affermano le ACLI in una nota.
“Prima ancora di chiedersi perché tante persone arrivino a mettere a rischio la propria vita pur di raggiungere un luogo ritenuto più sicuro, c’è già chi invoca, con grossolana superficialità, la sospensione di Schengen, la chiusura delle frontiere e nuove misure emergenziali”, proseguono.
“C’è chi continua a leggere ogni vicenda migratoria esclusivamente come un’occasione di contrapposizione politica – si legge ancora nella nota -. La ricerca del consenso prevale sulla comprensione dei fatti, fino a produrre clamorose figuracce. In molti hanno dimostrato di non sapere nemmeno cosa sia Ceuta: una città spagnola nel continente africano, al confine con il Marocco, evocata impropriamente come prova del fallimento delle frontiere europee senza conoscere il contesto geografico e giuridico dei fatti”.
Per le ACLI questo “è il segno di una politica che, rinunciando alla complessità, alimenta la paura invece della conoscenza e finisce per rendere normale la disumanizzazione di chi migra”.
“Nessuno mette a repentaglio la propria vita per leggerezza – aggiungono -. Lo fa perché intravede un’ultima possibilità di futuro. Per questo le migrazioni non si governano con gli slogan, ma affrontandone le cause, aprendo canali regolari di ingresso, combattendo i trafficanti e costruendo una cooperazione internazionale efficace”.
“La vera questione, oggi, non è soltanto come difendere i confini. È capire i confini della nostra umanità prima che la propaganda trasformi gli eventi come questo in strumenti di consenso e la paura diventi il criterio con cui giudichiamo ogni vita umana”, conclude la nota.
Caritas Italiana, “mettere sempre al centro la persona e la sua dignità”
“Quello che sta accadendo interpella profondamente tutti noi. Non possiamo limitarci a domandarci come fermare le persone migranti, ma è più importante chiederci come governare un fenomeno che continuerà ad accompagnare le nostre società e quale responsabilità abbiamo, come Europa e come comunità internazionale, nel coniugare legalità, sicurezza e tutela della dignità di ogni persona”. Lo dice don Marco Pagniello, direttore Caritas italiana.
“Le immagini che arrivano da Ceuta ci ricordano, ancora una volta, che le migrazioni non si fermano con le sole misure di controllo delle frontiere. Donne e uomini continuano a rischiare la vita perché spesso non vedono altra possibilità di futuro. È una realtà strutturale del nostro tempo, che nessun Paese può pensare di affrontare da solo”. E’ quanto afferma don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, in un intervento pubblicato dal Sir.
“Nella disperazione dei migranti, tanti sono minori, soli o insieme alle famiglie, giovani e bambini piccolissimi, ricordiamoci sempre della fuga da Nazareth – soprattutto quando costruiamo muri davanti a loro – e di tutte le preziose leggi internazionali che tutelano il salvataggio delle vite umane”, prosegue.
Secondo don Pagniello, “quello che sta accadendo interpella profondamente tutti noi. Non possiamo limitarci a domandarci come fermare le persone migranti, ma è più importante chiederci come governare un fenomeno che continuerà ad accompagnare le nostre società e quale responsabilità abbiamo, come Europa e come comunità internazionale, nel coniugare legalità, sicurezza e tutela della dignità di ogni persona”.
“Le migliaia di migranti che hanno raggiunto le coste di Ceuta, moltissimi anche a nuoto, ci invitano anche a interrogarci sull’efficacia delle politiche adottate finora – aggiunge -. Se c’è chi continua a rischiare la vita pur di raggiungere l’Europa, significa che una strategia fondata prevalentemente sulla deterrenza non basta. Il controllo delle frontiere è certamente una responsabilità degli Stati, ma da solo non può rappresentare la risposta a un fenomeno così complesso”.
“Occorre affiancare a questo impegno politiche più lungimiranti e aprire canali regolari e sicuri di ingresso, rafforzare sistemi di accoglienza dignitosi, investire con decisione nei percorsi di inclusione e integrazione, condividere realmente le responsabilità tra gli Stati e contrastare con fermezza le organizzazioni criminali che sfruttano la disperazione delle persone”, dice ancora il direttore di Caritas Italiana.
“La vera sfida, allora, non è scegliere tra sicurezza e accoglienza, ma costruire politiche capaci di tenerle insieme entrambe, nella consapevolezza che una società è più sicura quando sa governare i fenomeni, non quando si limita a subirli o ad affrontarli come un’emergenza permanente. Ed è questo il coraggio che oggi chiediamo all’Europa, per guardare alle migrazioni con realismo, mettendo sempre al centro la persona e la sua dignità”, conclude.
Centro Astalli, “oltre i muri: il dovere di guardare alle cause delle migrazioni“
“Le immagini di questi giorni da Ceuta e Melilla, enclave spagnole in Marocco, si prestano a letture semplicistiche e a facili strumentalizzazioni. In realtà mostrano, ancora una volta, che la questione migratoria non può essere affrontata solo con muri, respingimenti e politiche di contenimento”. Lo afferma padre Camillo Ripamonti, SJ, presidente del Centro Astalli, servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia. “La Dottrina Sociale della Chiesa ricorda il diritto a non migrare – osserva -: nessuno dovrebbe essere costretto a lasciare la propria terra per fame, guerre o assenza di futuro”.
Ma questo diritto “chiama in causa la responsabilità della comunità internazionale. Non bastano aiuti occasionali, “le briciole che cadono dalle nostre tavole” per sanare “gli effetti di decenni di rapporti spesso segnati da logiche coloniali e predatorie”.
“Anche papa Leone XIV, durante la sua recente visita alle Canarie, ha richiamato la complessità del fenomeno – aggiunge padre Ripamonti -: i salvataggi in mare, il contrasto ai trafficanti di esseri umani e il rischio di un ‘secondo naufragio’, quello dell’esclusione e della mancata integrazione nei Paesi di arrivo”. “Le migrazioni non si governano con slogan, ma con responsabilità, giustizia e una visione capace di guardare alle cause, non solo agli effetti”, conclude.
[Foto: Vatican News]



