
Ceuta, il confine che vacilla

L’arrivo nell’exclave spagnola di oltre 50mila migranti riapre il dibattito sulle frontiere e diventa un caso politico europeo. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Le immagini impressionanti di migliaia di migranti in arrivo dal Marocco che, a nuoto o con mezzi di fortuna, sbarcano nell’exclave spagnola di Ceuta hanno immediatamente alzato il termometro politico europeo riportando le politiche di frontiera e l’immigrazione in cima al dibattito. Madrid ha schierato l’esercito e chiuso il confine di Melilla, l’altra enclave d’oltremare al confine con il Marocco, in risposta a quella che le autorità definiscono la crisi migratoria più grave dal 2021. Il ministero degli Interni spagnolo conferma che sono più di 50mila le persone che, a nuoto o attraverso il confine terrestre, sono entrate in territorio spagnolo, ma che circa la metà – 25mila persone – sarebbe già rientrata volontariamente in Marocco. Il premier Pedro Sánchez, incalzato da un’opposizione che accusa il suo governo di aver favorito quella che il leader di Vox Santiago Abascal ha definito senza mezzi termini “un’invasione”, si è recato a Ceuta, mentre il bilancio delle vittime tra i migranti annegati nel tentativo di raggiungere l’enclave a nuoto è salito a 41. “Quanto accaduto ieri è stato un attacco, una violazione dell’integrità territoriale della Spagna”, ha dichiarato il premier ringraziando al tempo stesso il Marocco per la collaborazione nell’accelerare i rimpatri.
L’Europa si divide su Schengen?
La vicenda di Ceuta ha immediatamente riacceso il dibattito sul tema migratorio e le reazioni da tutta Europa non si sono fatte attendere. La premier italiana Giorgia Meloni ha indicato la possibile sospensione di Schengen come strumento “straordinario” a difesa dei confini, mentre la premier danese Mette Frederiksen ha sostenuto che l’Ue dovrebbe valutare di sospendere la collaborazione con la Spagna sulla libera circolazione delle persone nel territorio dell’Unione. Anche la Francia, seppur in toni più cauti, ha annunciato che rafforzerà i controlli alla frontiera con la Spagna affermando che Parigi è pronta a sostenere le autorità di Madrid qualora lo desiderino. Sulla vicenda, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è detto “soddisfatto” per la decisione della Spagna di non consentire l’ingresso dei migranti nell’Europa continentale e ha affermato di aspettarsi che Rabat “riammetta immediatamente” gli irregolari. Da Bruxelles, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito “inaccettabili” le scene di Ceuta, aggiungendo che anche il commissario per la migrazione, Magnus Brunner, e la commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Suica, si stanno occupando della situazione. La crisi ha avuto eco anche oltre Atlantico. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato che Trump ha da tempo avvertito l’Europa delle conseguenze delle politiche migratorie “globaliste”, invitando Spagna e altri Paesi a un’inversione di rotta immediata, pena un declino irreversibile. Nel frattempo, Elon Musk ha paragonato le immagini degli sbarchi alle scene di un film apocalittico, sostenendo che il sistema di welfare del blocco finirà per attrarre flussi ingestibili dal resto del pianeta.
Ceuta e Melilla: i precedenti?
Ceuta è una città autonoma spagnola situata sulla punta settentrionale del Marocco, affacciata sullo stretto di Gibilterra. È separata dalla Spagna continentale da appena diciassette chilometri di mare, mentre confina via terra con il Marocco per poco più di sei chilometri. Insieme a Melilla, circa 400 chilometri più a est, costituisce l’unico confine terrestre tra l’Unione europea e il continente africano: una condizione geografica che ne fa da decenni uno dei punti di accesso più contesi verso il territorio comunitario, alternativo alla rotta ben più lunga e pericolosa del Mediterraneo centrale. Il possesso spagnolo delle due città risale a secoli prima dell’esistenza dello Stato marocchino moderno, ma Rabat non ha mai riconosciuto questa sovranità, rivendicandole come territori occupati sin dall’indipendenza del 1956. Entrambe aderiscono allo spazio Schengen, ma con un regime speciale: chi parte da Ceuta o Melilla verso la Spagna peninsulare o altri Paesi Schengen è comunque sottoposto a controlli d’identità e dei documenti, una clausola pensata proprio per evitare che le due exclavi diventino un varco automatico verso il resto dell’Unione. È un dettaglio centrale: chi supera il frangiflutti del Tarajal entra formalmente in territorio Ue, ma non ha ancora libertà di movimento verso il continente.
Uno strumento di pressione?
Non è la prima volta che Ceuta diventa teatro di una vicenda simile: il precedente più immediato risale a maggio 2021, quando circa 8mila persone entrarono in territorio spagnolo in due giorni dopo che le autorità marocchine allentarono i controlli di frontiera, in ritorsione per il ricovero in Spagna del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali. Quella crisi si chiuse l’anno successivo con un cambio di posizione di Madrid sul Sahara Occidentale, a favore del piano di autonomia sostenuto da Rabat. Il precedente non è invocato a caso: il 20 luglio Sanchez si è recato ad Algeri per rilanciare i rapporti con il paese, principale rivale regionale del Marocco e storico sostenitore del Fronte Polisario. Tre giorni dopo, la Commissione Giustizia del Congresso spagnolo ha approvato una proposta di legge che apre la strada alla concessione della cittadinanza spagnola ai sahrawi nati durante l’amministrazione coloniale e ai loro discendenti, un tema che tocca direttamente la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Il governo spagnolo ha escluso ogni nesso tra i due eventi definendo “eccellenti” i rapporti con Rabat. Resta però il fatto che, come già accaduto in passato, le riaperture improvvise della frontiera siano coincise con le fasi di maggiore tensione tra Madrid e Rabat, e il controllo marocchino del confine, finanziato anche con fondi europei, si è dimostrato più volte uno strumento per esercitare pressione politica più che un semplice dispositivo di sicurezza.
Il commento di Matteo Villa, Head, Policy Lab ISPI
“Il fatto che circa metà dei 50.000 arrivati a Ceuta sia già rientrata in Marocco conferma la natura fortemente politica della crisi, così come il rischio decisamente basso di movimenti di questi migranti verso il resto d’Europa. Per questo la reazione italiana delle ultime 24 ore, che ha poi catalizzato quella di altri Paesi europei, appare sproporzionata. Innanzitutto Roma non può “sospendere Schengen” per la Spagna, ma solo ripristinare temporaneamente controlli alle proprie frontiere. E dovrebbe pensarci bene: in media meno del 2% dei migranti che arrivano irregolarmente in Spagna si sposta poi verso l’Italia, mentre proprio il nostro Paese è spesso il primo a chiedere solidarietà e a contestare i controlli interni introdotti dagli altri Stati quando gli sbarchi avvengono sulle nostre coste”.
[Fonte e Foto: ISPI]



