Conflitti e presunti avvelenamenti: la lotta interna della Chiesa georgiana

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Il metropolita Šio ricoverato per una settimana in ospedale con sostanze sopette rilevate nel suo sangue. Già nel 2017, quando il patriarca Ilja II lo aveva nominato come suo braccio destro, erano emersi contrasti interni. Del resto le lotte intestine hanno una lunga storia sotto le cupole di Tbilisi, dove perfino Stalin da giovane seminarista aveva sognato la carriera ecclesiastica. Ne riferisce su AsiaNews Vladimir Rozanskij.

Rimane un mistero in Georgia il presunto avvelenamento del metropolita Šio (Mudžiri), 54enne luogotenente patriarcale di Tbilisi. Ma i fedeli georgiani hanno dovuto constatare ancora una volta che all’interno della Chiesa ortodossa locale continua a svilupparsi una lotta interna molto serrata, come del resto avviene nella stessa società georgiana, molto spaccata tra filo-russi e filo-occidentali.

La notizia dell’avvelenamento era stata data il 5 luglio dal teologo Levan Taturašvili, basandosi su fonti interne al patriarcato. Intervenendo a una trasmissione del canale Mtavari Arkhi, egli aveva sostenuto che il metropolita avesse subito un attentato con l’arsenico, e che le autorità civili ed ecclesiastiche avevano deciso di tenere segreto l’accaduto. L’analisi delle sacre suppellettili usate per la liturgia si era svolta nottetempo, nel presbiterio della cattedrale della SS. Trinità, senza comunicare i risultati.

Il metropolita Šio si era sentito male per una settimana intera, e nel suo sangue sono state rilevate sostanze sospette, che si pensa possano essergli state somministrate “in tappe successive”. Il portavoce del patriarcato, il protoierej Andrij Džagmaidze, non ha escluso l’avvelenamento, parlando di “concentrazione oltre misura di metalli pesanti nell’organismo”.

Il canale tv Rustavi 2 ha fatto notare che l’incidente “coincide in modo sospetto” con la morte di una delle donne delle pulizie della chiesa, che peraltro era malata da tempo. In definitiva è stata aperta una causa contro ignoti per omicidio premeditato.

Lo stesso Šio è apparso in pubblico il 12 luglio, per la festa ortodossa dei santi Pietro e Paolo, celebrando la solenne liturgia e assicurando nell’omelia di stare bene, anche se i medici consigliano ulteriori analisi, confidando ai giornalisti di “non essere in grado di capire se si sia trattato di un malore involontario o un’azione definita”, sperando che tutto si chiarisca presto.

Tutto questo ha scioccato molto i fedeli e tutta la società georgiana, ricordando quando a novembre del 2017 il patriarca Ilja II aveva nominato Šio luogotenente, quasi stesse per lasciare la sua funzione, o volesse comunque indicare un successore. Questo aveva fatto emergere una serie di conflitti interni alla Chiesa georgiana, che avevano coinvolto anche le forze politiche e l’intera opinione pubblica, e già allora si era parlato di un tentativo di avvelenamento del patriarca stesso.

Le probabilità di Šio di ascendere al trono patriarcale sono elevate, ma non garantite, per il continuo oscillare della bilancia che divide le forze all’interno della gerarchia ecclesiastica. Si ricorda il precedente di epoca sovietica, quando il luogotenente di allora, il metropolita Kallistrat (Tsintsadze), nominato nel 1925, non riuscì a diventare patriarca due anni dopo. Altri precedenti del secolo scorso parlano di metodi criminali più volte utilizzati nelle lotte intestine degli ortodossi georgiani, quando perfino il patriarca Kirion II era stato trovato fucilato. Era prima dell’assimilazione sovietica, e il caso non fu mai risolto, ma altri sacerdoti a lui legati morirono di morte violenta, o comunque sospetta. Secondo alcune ricerche, altri vescovi avevano pagato gli assassini dei propri avversari interni.

Qualcuno ricorda anche che durante queste lotte all’inizio del secolo scorso, il giovane Josif Džugašvili era un seminarista di Tbilisi, e sognava anch’egli di ascendere al trono patriarcale. Ma realizzò questo ideale attraverso la rivoluzione e le lotte interne al partito comunista, ben allenato dalla formazione ecclesiastica, fino a raggiungere la vetta di “patriarca rosso” con il suo nome di battaglia, il padre del popolo e comandante Stalin.

La Georgia è sempre stata un Paese debole e molto dipendente dagli influssi esterni, sia in campo politico sia ecclesiastico, fin dai tempi antichi. Quando all’epoca dei primi Concili l’Armenia riuscì a sottrarsi alla dipendenza da Costantinopoli, scegliendo l’eresia monofisita, i georgiani decisero di rimanere ortodossi anche per timore dell’isolamento. Da sempre esistono in Georgia un partito “collaborazionista” e uno “intransigente”, e la guerra russa attuale chiama alle armi sia i soldati sia i preti, per la vittoria militare, politica e spirituale.

(Fonte: AsiaNews - Vladimir Rozanskij; Foto: Kel 12)