Il Vilayat Khorasan, o "Isis-K", tra Russia e Tagikistan

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La cellula dell'Isis della regione tra l'Afghanistan e l'Asia Centrale vede la Russia come principale sostegno ai suoi due peggiori nemici, i regimi di Kabul e Teheran. Mentre in Tagikistan il presidente Rakhmon stigmatizza l'alto numero di tagiki tra i miliziani, ma secondo i suoi oppositori la loro radicalizzazione sarebbe l'effetto dei suoi vent'anni di repressione. Ne parla da Mosca Vladimir Rozanskij su AsiaNews.

La cellula dell’Isis legata all’Afghanistan, il Vilayat Khorasan noto come “Isis-K”, ha rivendicato da subito la paternità dell’assalto al Krokus City Hall in periferia di Mosca con la strage di 137 persone e centinaia di feriti. E l’autenticità di queste dichiarazioni è supportata anche dai video girati dagli stessi terroristi, nonostante i tentativi di Putin e dei russi di indirizzare i sospetti sui “nazisti ucraini” che addestrerebbero i terroristi contro la Russia per conto degli americani e dell’intero Occidente.

L’Isis-K è apparso per la prima volta nel 2014, come gruppo fiancheggiatore dell’Isis in Iraq, e il nome “Khorasan” richiama una regione poi scomparsa che si estendeva sui territori di Afghanistan, Iran e altre zone dell’Asia centrale. I suoi aderenti agivano nelle zone settentrionali e orientali dell’Afghanistan, ma nel 2019 furono sopraffatti nei combattimenti sia contro i talebani, sia contro la coalizione occidentale ancora presente nel Paese. In un rapporto del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 2023 si parlava però di una crescita del movimento, che aveva superato i 6 mila miliziani, raccogliendo cittadini di Afghanistan, Azerbaigian, Iran, Russia, Turchia, Tagikistan e Uzbekistan.

Secondo l’analista di questioni militari, e ufficiale della polizia israeliana Sergej Migdal, l’attentato di Mosca è stato molto probabilmente organizzato dall’ala afghano-tagica dell’Isis-K. A suo parere, “la vergognosa ritirata degli americani del 2021 ha poi permesso al governo dei talebani di Kabul di mostrarsi come amici della Russia, e i suoi membri dalle lunghe barbe che passeggiano liberamente al Forum economico di San Pietroburgo, presto parteciperanno a concorsi musicali o sportivi insieme ai bielorussi e ai cinesi”. Il Khorasan in realtà reagirebbe a questa situazione, rimanendo storicamente avversario dei talebani, ritenuti “troppo morbidi” nel perseguire la vera purezza dell’Islam radicale.

L’Isis si mostra contrario anche al regime islamico iraniano, diventato a sua volta uno dei principali partner della Russia in Medio Oriente. Questo sarebbe il motivo dell’attentato compiuto a gennaio durante la cerimonia per l’anniversario dell’uccisione del generale Qasem Soleimani, dove oltre cento persone sono morte in seguito alle esplosioni provocate dal Vilayat Khorasan. “La Russia appoggia i talebani e gli iraniani perché sono contro l’America, non certo per amore delle pratiche islamiche – osserva Migdal – e l’Isis con la sua sezione afghana vede la Russia come principale sostegno ai suoi due peggiori nemici, i regimi di Kabul e Teheran”. Alcuni mesi fa ci fu anche un attentato proprio contro l’ambasciata russa in Afghanistan.

A soffrire particolarmente di questo intreccio di ostilità è poi proprio il Tagikistan, che vede molti suoi cittadini unirsi alle truppe afghane dell’Isis, vista l’impossibilità di esprimere posizioni islamiche radicali all’interno del Paese. Secondo il presidente Emomali Rakhmon, soltanto negli ultimi tre anni sono stati compiuti attentati in 10 Stati diversi con la partecipazione di 24 cittadini tagichi, che vengono spesso arruolati anche solo per soldi, sfruttando la vicinanza etnica e le tendenze religiose. Questo certo non giova alla reputazione di un Paese già considerato una delle peggiori dittature dell’Asia centrale, che deve subire anche lo smacco di essere associato al terrorismo e all’estremismo.

Gli oppositori di Rakhmon, in gran parte all’estero o in galera, ritengono che la radicalizzazione dei tagichi è proprio l’effetto dei vent’anni di repressione, che impedisce qualunque forma di libera espressione del pensiero. Inoltre la politica statale spinge i migranti verso la Russia, dove secondo le stime vivono tra 1,5 e 2,5 milioni di tagichi; solo l’anno scorso, 174 mila di essi hanno ottenuto la cittadinanza russa. Ora la strage del Krokus ha gettato un’ulteriore ombra su tutta la comunità tagica in Russia, provocando una grande ostilità nei loro confronti, e coltivando quindi un terreno sempre più disponibile alla guerra di tutti contro tutti.

(Questo articolo di Vladimir Rozanskij è stato pubblicato sul sito di AsiaNews, al quale rimandiamo; Photo Credits:  Defense Visual Information Distribution Service - PDM 1.0 DEED)